ALLUVIONI

Sos territorio: a rischio i fondi per la manutenzione

Con l’abolizione degli Ato potrebbe sparire il 5% della tariffa della bolletta acqua destinato alla difesa idrogeologica

29 Dicembre 2011 - 17:17

Lavori sulla Dora a Susa

Se due domeniche fa non è successo il finimondo lo si deve, in parte, anche alla manutenzione idrogeologica attuata da Comunità montana e Comuni in questi 10 anni. Eppure, in un colpo solo, potrebbero essere azzerati i fondi destinati a questo scopo e potrebbe essere scippato all’ente di valle il compito di curare il territorio. «In questi anni di esperienza - ci tengono a dire i tecnici della Comunità montana valle Susa e val Sangone - abbiamo calcolato che una corretta manutenzione dei corsi d’acqua e dei versanti fa risparmiare da 5 a 10 volte i fondi che altrimenti devono essere impegnati negli interventi straordinari per riparare i danni delle alluvioni, anche di quelle piccole e circoscritte».
In più, il sistema di manutenzione messo in piedi, permette di fare lavorare le aziende agricole montane al servizio del territorio. Se in alta valle i lavori vengono eseguiti dagli operai del Consorzio forestale, in val Sangone si affidano a una cooperativa di produttori agricoli mentre, in bassa valle di Susa, vengono coinvolte una quarantina di aziende agroforestali.
In questi anni gli uffici della Comunità montana hanno anche accumulato un patrimonio prezioso di conoscenze e professionalità che rischia di andare disperso. «Finora scontavamo solo i ritardi nei pagamenti - ricorda Rino Marceca, assessore alla difesa del suolo e alla manutenzione ambientale in Comunità montana - Ma dal prossimo anno c’è il rischio che da una parte sparisca la Comunità montana, e dall’altra vengano cancellati i fondi per la manutenzione idrogeologica della montagna».
Dal 2003, infatti, la manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua secondari in montagna viene effettuata dalle Comunità montane utilizzando i “famosi” fondi Ato, cioè una ripartizione della quota del 5 per cento pagata da tutti gli utenti del servizio idrico, destinata a suo tempo proprio per la manutenzione del territorio. Non dappertutto è così. Fu la giunta provinciale guidata da Mercedes Bresso, nella costituzione dell’Autorità d’ambito ottimale provinciale, a patteggiare con le Comunità e i Comuni montani questa scelta. Fu un modo per convincere buona parte dei Comuni montani allora riluttanti, a fare parte del nuovo sistema integrato rinunciando alla gestione diretta dei propri acquedotti che in molte zone comportava, per la prima volta, il pagamento di una bolletta per l’acqua.
Per giustificare questo utilizzo si operò una specie di forzatura nell’interpretazione della legge che era soprattutto pensata per acquedotti e fognature. Il 5 per cento (nei primi anni era il 3, poi il 4) venne destinato alla manutenzione idrogeologica perché fu considerata una condizione essenziale per difendere gli approvvigionamenti idrici, che in buona parte sono proprio in montagna e che servono anche le aree urbane di pianura. Con questa scusa l’Ato, in accordo con le Comunità montane, stilò un regolamento che elencava le opere possibili. In queste entrarono, per esempio, le manutenzioni delle zone di captazione delle sorgenti, ma anche la pulizia degli alvei dei rii che in caso di esondazione avrebbero potuto mettere in crisi il sistema di approvvigionamento idrico; la manutenzione delle sponde e della viabilità di servizio; la manutenzione forestale. In qualche caso è stato possibile anche fare passare il ripristino di piccoli ponti portati via dalle piene, ma, in linea di massima, si tratta di “manutenzione ordinaria”. Le “opere” vere e proprie non sono esplicitamente previste. Per stare dentro i finanziamenti e per evitare che i soldi vengano sprecati in interventi inutili, le Comunità montane devono presentare, ogni sette anni, propri piani di manutenzione che vengono discussi con l’Ato. Quello in vigore è datato 2005. In queste settimane si sta discutendo del piano che partirà dal 2012.
Il valore dei lavori eseguiti con i fondi Ato, dal 2003 al 2011, è di oltre 12 milioni 49mila euro. Tutti soldi spesi in valle di Susa e val Sangone, a favore delle valli e dando lavoro a gente delle valli. «Il fabbisogno annuale - continuano Marceca e i tecnici - Si è attestato ormai sui 3 milioni e mezzo di euro. Con la certezza di questa cifra, che avrebbe dovuto essere garantita tutti gli anni, riusciamo a pianificare sul territorio una manutenzione perlomeno sufficiente. Anche se i ritardi nei pagamenti ci hanno sempre messo in difficoltà. Per capirci, un sistema che funziona non è mai stato pienamente efficiente: da Torino aspettiamo ancora la seconda tranche dei finanziamenti per le opere eseguite nel 2009».
Con questi soldi, ogni anno vengono disalveati rii dove si è accumulato materiale alluvionale, si taglia la vegetazione in alveo in base a un disciplinare regionale, di puliscono fossi di scolo, si realizzano scoli per le strade di montagna che altrimenti si trasformerebbero un alvei in piena ad ogni temporale. Tutti lavori eseguiti fuori dai centri abitati, dove la competenza resta, invece, comunale. In questi anni sono stati interessati tutti i nostri “laterali”: dal Pissaglio al Messa, dal Prebech al Gerardo, dal Sessi al Gravio, dal rio Rocciamelone al Bard, dal Rho al Clarea, fino ai rii della val Sangone.
Ma, come detto, c’è il rischio concreto che i soldi non ci siano più e che il nuovo piano sia solo carta straccia. La finanziaria del 2008 ha decretato che gli Ato vanno aboliti a partire da quest’anno. Una nuova legge regionale dovrebbe stabilire le nuove funzioni. Il rischio è che nella ventilata ipotesi che le funzioni dell’Ato passino alle Province, il 5 per cento della tariffa versata dai cittadini per l’acqua potabile e la depurazione finisca in capitoli di spesa della Provincia, o della Regione, magari esclusivamente dedicati alla risorsa idrica, oppure al generico capitolo di spesa per il settore forestale regionale.
«Siamo stati convocati dall’Ato per discutere il piano degli interventi. E’ ovvio che, a questo punto, chiederemo garanzie sul mantenimento dei finanziamenti e della titolarità di spesa delle Comunità montane. Che senso ha, parlare del piano 2012-2018, quando non si ha nessuna certezza normativa?».
Infatti, l’altra grande incognita riguarda molto semplicemente la permanenza delle stesse Comunità montane. La logica dei finanziamenti finora è sempre stata “per bacino” idrologico e quindi ha seguito una programmazione “di valle”. Se alle Comunità montane dovessero essere affiancate le Unioni dei Comuni, come vuole la manovra finanziaria di luglio, e se la Regione decidesse di spezzettare le valli in diverse Unioni di Comuni, le Comunità montane potrebbero scomparire. E dunque sarebbe inutile che la Comunità montana della valle di Susa e della val Sangone si mettesse a programmare interventi che poi non potrebbe appaltare.
Un problema che investirebbe anche gli interventi anti alluvione che riguardano opere vere e proprie. In seguito all’alluvione del 2000 l’asta della Dora e quella del Sangone sono state regimate in argini completamente nuovi, in base ai Piani di assetto idrogeologico; inoltre, sono state rinforzate le opere anti erosione. I lavori, a distanza di 11 anni, non sono ancora completamente finiti.
Questi appalti fanno salire il valore legato alle opere di difesa idrogeologica gestite dalla Comunità montana a ben 56 milioni 800mila euro. In questo caso, si tratta di opere, e per di più abbastanza costose. Solo la Comunità montana (ma ci sono state opere sugli stessi fondi post alluvione, appaltate dai Comuni) ha ancora in piedi lavori per 8 milioni 400mila euro. Tra questi c’è la prossima arginatura della Dora tra Sant’Ambrogio e Vaie da un milione e 900mila euro, e i lavori per il canale scolmatore tra Sant’Antonino e Vaie da 4 milioni e mezzo. Anche in questo caso, si procede sempre con i finanziamenti in ritardo.
Ma, siccome la Comunità montana, non può ritardare i pagamenti, si è sempre cercato di usare il saldo del finanziamento regionale precedente per pagare, con la disponibilità di cassa, le ditte sul lotto successivo. «La Regione trasferiva i fondi dopo sei mesi circa. Ma adesso i tempi si sono allungati. Siamo fuori di 3 milioni di euro. Inoltre, stanno per arrivare opere decisamente costose: non potremo più utilizzare questo sistema. Se non arrivano i finanziamenti con maggiore regolarità vedremo i lavori sospesi e magari le ditte fallire. E la Comunità montana non potrà farci nulla. Ma anche per queste opere la domanda è prima di tutto: se sarà ancora la Comunità montana a doversene occupare e se continueranno a seguire una programmazione di valle».

di Massimiliano Borgia

18 novembre 2011


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