MONTAGNA

Moncenisio, paradiso tra terra e cielo

Il fascino primordiale di un altro pianeta: la diga, le fortificazioni, i pascoli, le pietre...

30 Dicembre 2011 - 16:12

Marmotta al Moncenisio

Arriva l’estate e a volte quasi ci dimentichiamo di avere a pochi chilometri da casa uno dei paesaggi alpini più belli che i nostri occhi possano desiderare. Il Moncenisio è così. Roba da fare un “voto” e andarci almeno una volta all’anno. Sai già il panorama mozzafiato che ti aspetta, ma ogni volta che ci vai è quasi come se fosse la prima volta. Ogni volta una sensazione diversa. Colori diversi. Ombre diverse. Ogni volta nuovo nel suo essere immutabile. Passata la piana di San Nicolao, le mitiche “scale” di età napoleonica e ciò che rimane dell’antico villaggio della “Gran Croce”, quel piccolo mondo che ti si spalanca davanti è una pagina dal fascino primordiale, sospesa tra i contrasti offerti da madre natura e la gloriosa storia di “porta millenaria delle Alpi”.
Formula forse abusata, questa. La si trova un po’ in tutte le pubblicazioni che parlano del valico che unisce Francia e Italia, ma è così. Il suo destino è sempre stato quello di una terra di passaggio: i primi allevatori di renne in cerca di pascoli, Annibale e i suoi elefanti nel nome dell’impero romano, i pellegrini del medioevo, mercanti, mulattieri e militari. Oggi il Moncenisio, 2038 metri d’altitudine, è anzitutto terra d’alpeggi: se ne contano più di 25, per un totale di oltre mille vacche destinate alla produzione del celebre formaggio Beaufort. Un segno di come il tradizionale allevamento dei bovini, un tempo motore del sostentamento dei villaggi di montagna, abbia saputo adattarsi e modernizzarsi, trasformando l’alpeggio in un mondo economicamente autosufficiente.
Con tutto questo si sposa la sua odierna vocazione turistica di terra di confine tra l’alta Maurienne, la val Cenischia e la valle di Susa. Andarci in primavera, quando l’ultima neve fa spazio ai primi pallidi raggi di sole, significa riscoprire quanta storia è sommersa sotto le acque del grande bacino artificiale che bagna il “Plan des fontainettes”. La grandiosa diga costruita nel 1968 dalla compagnia elettrica francese Edf ha inabissato tutto quello che c’era, innalzando di una cinquantina di metri il livello preesistente, ma ai primi di maggio le acque del grande invaso, “divorate” dalle centrali idroelettriche di Villarodin e Venaus, tornano agli antichi limiti del lago naturale svelando quel piccolo mondo antico decantato da centinaia di viaggiatori nel corso dei secoli.
Un “paesaggio lunare” scandito da zolle fangose, vecchi tracciati stradali, i resti del boschetto di larici, del Ponte Rosso e di altri pochi ruderi dell’era napoleonica. L’antico Ospizio il simbolo per eccellenza di questa memoria sommersa: fondato da Ludovico il Pio nell’825, conservò per secoli la mission di dare assistenza e ospitalità a pellegrini e viandanti, tra cui grandi nomi come Napoleone e papa Pio VII, diventando nel ‘900 la caserma che ospitava le guardie di valico a presidio delle numerose fortificazioni. Proprio in onore dell’antico Ospizio è stata eretta dall’Edf quella che oggi è un po’ l’icona del Moncenisio, immancabile su ogni cartolina del grande valico: la caratteristica piramide che svetta dal “Plan des fontainettes”, baricentro tra Parigi e Roma.
Una forma monumentale che indirettamente evoca i fasti dell’età napoleonica, visto che proprio Napoleone cullava il desiderio di costruire sulla piana del Moncenisio un grande monumento alla gloria del suo impero. La piramide ospita la caratteristica chiesetta davanti alla quale, ogni terza domenica di luglio, si tiene l’Alpage, ideato sul finire degli anni ’70 dai comuni di Novalesa e Lanslebourg come momento di festa ed incontro tra i due versanti di una montagna che, archiviate le dispute del passato, deve unire e non dividere. Nel seminterrato, con ingresso laterale, un piccolo museo, sicuramente uno dei più ad alta quota di tutta Europa, che tra luglio e agosto accoglie fino a 10mila visitatori. Qui l’associazione “Amici del Moncenisio” presenta un’esposizione permanente che permette di rivisitare la storia del valico attraverso i passaggi più celebri, da Annibale in poi.
Ma d’estate, come non parlare di fiori. Dal mese di giugno i prati del Moncenisio si colorano di una flora ricca e variegata: la posizione, il clima, l’incrocio dei venti e la varietà geologica dei tipi di suolo hanno fatto di questo valico alpino una delle località di maggior valore per la botanica europea. Al colle si contano non meno di 700 specie vegetali differenti, molte delle quali sono state denominate “cenisiane” proprio perché descritte e osservate per la prima volta al Moncenisio. Non è allora un caso se ai piedi della piramide, lungo il pendio che scende verso il lago, troviamo il “Giardino alpino del Moncenisio”, un piccolo museo a cielo aperto che comprende ormai la flora di tutti i massicci montani d’Europa.
Ma il valico è stato anche territorio bellico, frutto dei rapporti tutt’altro che idilliaci tra Italia e Francia che segnarono il periodo a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900. Ecco cosa ci stanno a fare le sei fortificazioni ottocentesche ancora oggi meta di camminate ed escursioni. Quello meglio conservato è senza dubbio il forte del Roncia, uno dei primi costruiti al Moncenisio, l’unico visitabile ed accessibile al grande pubblico che all’interno può ammirarvi un’esposizione tematica. L’altro ancora in discrete condizioni è il forte del Varisello, a forma di pentagono, situato all’estremità sud-est del lago e facilmente raggiungibile anche in auto, percorrendo la strada bianca che corre sulla sommità della diga. Altrettanto caratteristici, anche se ormai in rovina, sono i forti del Monte Freddo (verso il Piccolo Moncenisio), della Turra, del Malamot e di Pattacreuse (direzione strada militare dopo la diga).
Queste sono solo alcune delle tante ragioni per cui il Moncenisio val bene una capatina estiva. L’ideale per una gita in moto, per un’escursione in mountain-bike, per chi ama inerpicarsi sui sentieri di montagna, ascoltando quello che la natura ha da suggerirci. Un paradiso per chi vuole godersi una giornata di puro relax, dedicandosi alla tintarella sulle sponde del lago. E che dire della pacifica e discreta invasione del popolo dei camperisti. Per loro c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Grazie all’assenza totale di divieti, ogni angolo è potenzialmente quello buono, escluse ovviamente le aree troppo vicine al lago artificiale, soggette in qualsiasi momento a possibili innalzamenti di livello.
Un punto dei punti sosta più ambiti è quello che, oltrepassati i due bar-ristoranti, si raggiunge seguendo le indicazioni per la scuola di vela, svoltando a sinistra: si scende per circa un chilometro lungo una strada asfaltata piuttosto ripida fino a raggiungere un ampio slargo, ottimale per i camper. Un’avvertenza che è bene non dimenticarsi: le acque del lago, provenienti dai ghiacciai delle fonti dell’Arc (Bonneval), del Rocciamelone e dal lago di Aussois, non superano mai i 9° e non sono pertanto balneabili. E poi permetteteci un consiglio ai camperisti: portatevi qualche maglione spesso in più e la notte, se il meteo lo permette, stendetevi in un prato e godetevi la poesia del firmamento. La completa oscurità e il silenzio assoluto sono due compagni di viaggio impareggiabili per uno spettacolo che vale davvero il prezzo del biglietto.

di Marco Giavelli

2 agosto 2011

 

 

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