I giornali minacciati da crisi e bavagli

A rischio chiusura 90 testate giornalistiche e 4mila lavoratori

26 Ottobre 2012 - 18:58

I giornali minacciati da crisi e bavagli

(DI MARINA RICCHI)

ROMA - È martedì 23 ottobre, sala stampa della Camera dei deputati. Alla conferenza indetta da Fnsi (il sindacato dei giornalisti), Articolo21, Comitato per la libertà e il diritto all’informazione e Mediacoop, si parla di giornali, o meglio, della gravissima emergenza che mette a rischio di chiusura 90 testate giornalistiche e libera sul mercato dei disoccupati altri 4mila lavoratori, giornalisti e non, per la mancata copertura del Fondo per l’editoria.
La crisi che il nostro paese sta attraversando ormai la conosciamo bene, ciò che invece l’opinione pubblica non è ancora stata messa in grado di comprendere a fondo è lo scenario in cui vivremo quando in edicola potremo scegliere solo fra un pugno di giornali di informazione, di certo non locale e sicuramente non liberi di esprimersi in autonomia dai poteri forti. Ma la Fornero potrebbe obiettare che anche i lettori non devono essere troppo “choosy”!
Franco Siddi, segretario generale di Fnsi, ha fatto un pressante appello al governo perché impedisca la chiusura a fine anno di tante imprese che da decenni hanno svolto il loro mestiere informando i cittadini con correttezza, puntualità e, negli ultimi anni, con tantissimi sacrifici.
Un evento oltremodo ingiustificato se si pensa che i fondi necessari sono poco più di 50 milioni e che il costo che il governo dovrebbe sostenere per cassa integrazione e ammortizzatori sociali vari, sarebbe superiore a quanto necessario per garantire la prosecuzione delle attività editoriali.
Ma la gravità della situazione va ben oltre i 4mila posti di lavoro: il rischio è di perdere un patrimonio di informazione democratica che l’Italia ha costruito dal ’48 in poi. Lo ha chiarito bene l’onorevole Ricardo Levi ricordando che uno dei punti cardine della nostra Costituzione è la difesa del pluralismo dell’informazione, che si ottiene solo con «l’ampiezza, la diversità e la complessità delle voci». Levi ha sottolineato che l’intervento dello Stato a sostegno dei giornali non solo è necessario per affrontare una crisi come non mai nella storia della Repubblica, ma è anche legittimo. Ricorda che in ogni manuale di economia si può leggere che in caso di fallimento del mercato, lo Stato è legittimato ad intervenire riportando in equilibrio il settore in crisi: tale è proprio il caso del mercato editoriale, a rischio fallimento a causa della gravissima distorsione del flusso delle risorse pubblicitarie, risucchiate dai pochi big del sistema televisivo fino al 56 per cento del totale disponibile per l’intero settore. Ad aggravare ulteriormente lo squilibrio bisogna contare che nell’ambito della carta stampata cinque gruppi editoriali si spartiscono il 60 per cento delle risorse del comparto: la moltitudine di tutti gli altri deve dividersi il restante 40 per cento.
La Legge delega per l’editoria, il cui testo predisposto in Commissione cultura è ormai alle fasi finali, rischia di essere assolutamente inutile, dal momento che, una volta approvata, non ci saranno più imprese editoriali in grado di usufruirne. Levi, dinnanzi ad una platea tragicamente preoccupata, ha assunto l’impegno di arrivare a compimento della Legge delega entro la legislatura. Ma non solo. Considerato che già col Decreto Peluffo si è definitivamente sanato il malaffare dei diversi “casi Lavitola”, Levi ha garantito che si impegnerà perché la legge abbia anche una buona copertura finanziaria.
L’appello viene lanciato con una lettera inviata a Monti da Franco Siddi e Mario Salani, presidente di Mediacoop, che bene fotografa lo sforzo delle cooperative editoriali, che per mantenere in vita le loro testate hanno operato in stato di crisi aziendale, con retribuzioni falcidiate e sottoscrizioni di nuovo capitale da parte degli stessi soci giornalisti.
Una crisi che investe, sottolinea Levi, non solo i piccoli giornali, ma anche i grandi quotidiani, da cui arrivano segnali assai preoccupanti, di fronte ai quali Fnsi sta operando per scongiurare che la disoccupazione dei giornalisti tocchi livelli record e metta in difficoltà migliaia di famiglie. Proprio queste, anche offese profondamente dall’«Hip, hip, hurrà! Bye, bye giornali» gridato da Grillo alla notizia del rischio chiusura di 90 giornali: una gravissima mancanza di rispetto nei confronti della popolazione che lavora e una dimostrazione di completa ignoranza dei principi democratici che i costituenti ci hanno consegnato. Fatto assai più grave se detto da un uomo che pretende, con la sua leadership, di salvare il nostro Paese.
L’informazione è principalmente un diritto dei cittadini, a tutela dell’organizzazione democratica della società: è difficile pensare che tutto questo possa realizzarsi se la professione giornalistica scomparirà e la popolazione dovrà informarsi limitandosi a leggere il blog di Grillo.
In questi giorni si aggiunge poi un altro gravissimo allarme per la libertà di stampa: non solo perderemo pluralismo e democrazia con la chiusura di tante voci libere, ma l’informazione che resterà rischia di essere avvilita e imbavagliata dalla legge per la diffamazione a mezzo stampa, già in discussione al Senato. La legge, la cosiddetta salva-Sallusti, per togliere il carcere dalle pene previste per il reato di diffamazione a mezzo stampa, ha innalzato irragionevolmente le sanzioni pecuniarie: partiti con il testo in Commissione giustizia che prevedeva 100mila euro di sanzione, dopo le generali forti proteste, si è arrivati in aula ieri con una prescrizione per cui il giornalista potrebbe dover pagare fino a 50mila euro.
Elemento decisivo è che la rettifica non viene considerata come motivo di esclusione per procedere in causa. È evidente quindi che questi provvedimenti avranno come effetto primario quello di intimidire gli stessi giornalisti, che dovrebbero affrontare personalmente le azioni civili risarcitorie. Il giornalismo italiano diventerà timido e ossequioso del potere, molto più di quanto in qualche misura lo è già, dopo tanti anni di monopolio informativo e di conflitto di interessi che anche l’Unione europea ci contesta. Cancellato l’emendamento anti-Gabanelli resta tuttavia l’impressione che il caso Sallusti sia servito da scusa per costringere la professione giornalistica ad una avvilente e dilagante autocensura.
Tante le iniziative di protesta dopo il presidio, proprio nel pomeriggio di martedì scorso, a Roma davanti al Pantheon, è ora in corso sul sito articolo21.org la sottoscrizione di un appello per l’organizzazione di una manifestazione nazionale contro l’ennesima legge bavaglio.  

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