PLURALISMO

«Dalla legge di bilancio un duro colpo all'informazione locale»

Occupazione a rischio se verrà tagliato il fondo per l'editoria: appello ai parlamentari del territorio

19 Novembre 2018 - 22:20

«Dalla legge di bilancio un duro colpo all'informazione locale»

Nella prossima legge di Bilancio il sottosegretario Vito Crimi (Movimento 5 Stelle) vorrebbe inserire alcuni commi per azzerare entro un anno i contributi del Fondo per il pluralismo destinati ai giornali cartacei. Si tratta di un argomento che non rientra in quelli contenuti nel contratto di Governo tra Lega e M5S. Una minaccia grave alla libera informazione locale, ad esclusivo vantaggio dei grandi gruppi editoriali.
In provincia di Torino, più che in altre aree d’Italia, a farne le spese sarebbero in tanti: Cronacaqui, La Voce del Canavese, Sprint e Sport, Luna Nuova, Il Mercoledì, L’Eco del Chisone, La Valsusa e Il Risveglio Popolare. Si aggiungono i centri distribuzione Dld Devietti di Settimo e Seal Distribuzione di Leinì, nonchè una delle ultime tipografie “indipendenti” rimaste attive in Italia, la Its di Cavaglià.
Occorre precisare alcune cose che in troppi fanno finta di non conoscere.
1) Il fondo per il pluralismo dell’informazione è un Fondo unico per i contributi a radio, tv locali, carta stampata e siti di informazione online. Il sottosegretario Crimi vuole azzerare solo i contributi per cooperative ed enti morali, tutti no profit, che editano giornali cartacei, lasciando in vita i contributi a radio, tv locali e siti internet.
2) I fondi per l’editoria sono già scesi in 10 anni da 400 milioni ad appena 50 milioni, nessun settore ha subito tagli comparabili. Nel 2018 è entrata in vigore l’ultima riforma (Legge Lotti) e le imprese sopravvissute hanno dovuto investire per adeguare le proprie strutture alle nuove regole. Ora si vuole cambiare di nuovo tutto. Chi parla di un anno per ristrutturare le aziende alla luce dell’azzeramento del fondo, non sa di cosa parla.
3) A beneficiare di questo fondo sono solo testate edite da cooperative di giornalisti o da fondazioni o enti morali, comunque senza scopo di lucro e con l’obbligo in statuto di non dividere eventuali utili. Nell’elenco ci sono cinque quotidiani a tiratura nazionale (Libero, Avvenire, Italia Oggi, il Manifesto, il Foglio, editi da cooperative o Fondazioni e da enti morali) decine di periodici e quotidiani provinciali e oltre un centinaio di settimanali cattolici.
4) Questi piccoli giornali hanno un’altissima intensità di occupati, giornalisti, poligrafici e tecnici. Si calcola che tra i dipendenti diretti e quelli dell’indotto (edicole, distribuzione, tipografia, collaboratori, agenzie di service, eccetera) siano in gioco diecimila posti di lavoro, senza contare le oltre 20mila edicole, con un notevole costo a carico dello Stato prima come ammortizzatori sociali e poi come eventuale reddito di cittadinanza. È plausibile pensare che il costo per lo Stato sarà molto superiore all’entità dei contributi finora erogati, senza contare poi il costo sociale e culturale di un simile terremoto nell’editoria italiana.
5) Nessun grande giornale riceve questi contributi, né Repubblica, né il Corriere della Sera, né la Stampa, il Messaggero, il Sole24 Ore, il Mattino, eccetera. Anzi, i grandi gruppi editoriali sono sempre stati contrari ad un Fondo che alimenta centinaia di piccole testate i cui lettori e il cui bacino di pubblicità fanno gola proprio ai grandi gruppi, sempre più in crisi di copie e di inserzionisti.
6) Come è noto, le piccole aziende editrici non possono stare da sole sul mercato, perché il mercato dell’informazione, e in particolare della pubblicità, non tollera i soggetti di dimensioni minori. Per questo non solo in Italia, ma in tutti gli Stati occidentali, esistono forme di finanziamento pubblico alla cultura e all’editoria.
Sembra chiaro che esiste un disegno contro la carta stampata, che si completa con le recenti minacce da parte dei vertici del Movimento 5 Stelle di impedire alle società partecipate dallo Stato di acquistare spazi pubblicitari sui giornali. L’impressione è che faccia molto gola la torta di investimenti pubblicitari che finisce ancora sulla carta stampata. Probabilmente qualche azienda che ha forti interessi economici nei siti web. Se proprio si vuole rimettere mano al fondo per il pluralismo e ai contributi all’editoria, lo si faccia con un disegno di legge ordinario che permetta il confronto con tutti gli attori della filiera.
Grazie per l’attenzione
Torino, lì 9 novembre 2018
GLI EDITORI
Cronacaqui
Il Mercoledì
La Valsusa
La Voce del Canavese
Luna Nuova
Sprint e Sport
I DISTRIBUTORI
Dld Devietti
Seal Distribuzione
LA TIPOGRAFIA
Its di Cavaglià

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