DALL'ESTERO

Eurovirus: Carlotta e Martina contro lo scetticismo

Due sorelle di Rosta raccontano la pandemia. Dalla Svizzera all’Inghilterra: «Noi in allerta, e ci dicevano: esagerate. Poi...»

17 Aprile 2020 - 00:03

Eurovirus: Carlotta e Martina contro lo scetticismo

di UGO SPLENDORE

Due sorelle di Rosta, Carlotta e Martina Di Bari, un giorno potranno dire di averci guardati da fuori, dalle loro vite all’estero, mentre affrontavamo il coronavirus. Tra una telefonata e l’altra, seguendo i notiziari che parlavano dell’Italia.
Carlotta vive in Svizzera, a Gambarogno, una località turistica di 5mila abitanti sul lago Maggiore. Lei difficilmente dimenticherà la festa del papà: il 19 marzo 2020 è stato il giorno in cui il governo, approfittando del ponte festivo, ha messo le ganasce agli svizzeri. Prima sono state chiuse le scuole dell’obbligo per adulti e le università. Poi negozi, cantieri e ristoranti. Ora sono aperti solo farmacie e alimentari.

La strana Pasqua sul lago

Carlotta e il marito Roberto Digiovannantonio si sono trasferiti qui due anni fa. Lei lavora come segretaria in una ditta di impianti elettrici e fotovoltaici. I suoi colleghi sono lavoratori frontalieri: due piemontesi, tre lombardi. «Dal 19 la ditta è chiusa - racconta - Io vado in ufficio una o due volte la settimana. Sono da sola. Il titolare gestisce le emergenze». Roberto lavora per il mobilificio Pfister, una specie di Ikea di lusso (colosso austriaco con 300 filiali in Europa, 30mila dipendenti), e si occupa dell’esposizione dei mobili: «Noi siamo fermi già dal 13 marzo. Dieci giorni dopo la chiusura, siamo stati chiamati per firmare un contratto con stipendio garantito per due anni all’80%. Si chiama indennità da lavoro ridotto». Carlotta e Roberto vivono a 300 metri dal lago. A Pasqua lasagne e tiramisù («Ci siamo tenuti leggeri...») e passeggiata. A Pasquetta allenamento in garage dove Roberto, grande appassionato di power-lifting, ha ricavato una mini-palestra ben attrezzata: «La palestra dove ci alleniamo ha chiuso ben prima del lockdown. È molto frequentata. Per fortuna non c’è stato nessun contagiato».

Diario dal Canton Ticino

Carlotta ripassa il “diario” dell’emergenza vista dalla Svizzera, un Paese che è al sesto posto in Europa per incidenza di decessi in proporzione alla popolazione: «All’inizio si parlava di semplice influenza. Ma noi eravamo allertati, perché il 15 febbraio le pagine dei giornali italiani già facevano capire la gravità dell’epidemia. Quelli in altre lingue invece no. Il Ticino confina con la Lombardia ed è pieno di lavoratori frontalieri. Abbiamo cominciato a proteggerci. Quelli degli altri cantoni, la Svizzera interna, ci dicevano: dai, esagerati. Ebbene, nel Canton Ticino i contagiati sono stati quasi 3mila, mentre la parte più colpita è stata quella francese con oltre 4500 casi. Per ora il Ticino paga il prezzo più alto in termini di decessi, oltre 250». Carlotta e Roberto appena possono tornano in Italia a incontrare genitori e amici. Ora dovranno attendere un bel po’: «È la cosa che più ci pesa. Tutto sommato qui la situazione è buona. Le misure non sono così rigide, non c’è l’obbligo di stare a casa. Si può andare in bici e fare jogging, ma non in gruppi superiori alle cinque persone. Anche qui al supermercato si va con guanti e mascherina. Fino a sabato scorso gli over 65 potevano circolare fino alle 10 del mattino, ora possono stare fuori a tutte le ore».

Il brivido corre su Manchester

La sanità in Svizzera è praticamente privata. La rete di assistenza è buona e capillare, ma molti dei costi ricadono sui cittadini. I quali si affidano principalmente a una cassa malati. Il sistema sanitario inglese, invece, ha un’impronta più statale. Perché parliamo del Regno Unito? Perché le Di Bari all’estero sono due. Carlotta in Svizzera, la sorella Martina in Inghilterra: da dieci anni vive a Manchester con il marito Blaise Ndongala, di Alpignano. Hanno una bimba di quasi due anni. Blaise è manager alla Hilti Corporation, azienda che sviluppa e produce prodotti per aziende edili, Martina è manager di Rentalcars.com, società-colosso nel noleggio auto. La loro Manchester, città poliglotta come poche al mondo e sempre piena di vita, oggi vive nella paura. Ma è tutta l’Inghilterra a tremare, perché a quanto pare i dati forniti si riferiscono solo alle persone ospedalizzate. «È così - dice Martina - Qui si parla di almeno 2mila morti in più per Covid 19. Sono stati fatti pochi tamponi. Molte persone si sono aggiustate. Una mia amica è stata male e si è messa in auto-quarantena. Per lei è stato un inferno».

L’Inghilterra sembra il copia-incolla dell’Italia: partenza lenta, molti decessi nelle case di riposo, criticità assortite nell’affrontare il coronavirus. L’Inghilterra può diventare il Paese più colpito d’Europa. Anche Martina e Blaise non dimenticheranno questi giorni epocali, nei quali sono stati più ‘avanti’ degli inglesi: «A volte rimpiango i momenti in cui mi lamentavo soltanto della Brexit, il che è tutto dire - ride Martina - Abbiamo cominciato a prendere precauzioni 15 giorni prima degli altri, in pratica come voi, perché vedevamo quello che accadeva in Italia. Due nostri amici dottori italiani di Leeds ci avevano avvisati: “Ci sono già morti per coronavirus”. Tutta la comunità italiana si è mossa in anticipo. Nel mio ufficio ci hanno tenuto a casa sette giorni prima del lockdown».

Caro Boris ti scrivo...

Cosa vi dicevano quando giravate in mascherina e guanti? «Eravamo quasi derisi. Gli stessi miei colleghi d’ufficio dicevano che era un po’ eccessivo utilizzare gel igienizzanti, salviette e mascherine. Blaise da subito è andato a fare la spesa con mascherina e guanti. Un giorno lo incrocia una signora e gli dice: “Ma nemmeno io che lavoro in un ospedale mi tappo così. Sei esagerato”. Ecco, le ultime parole famose…». Ora siete alla terza settimana di blocco. Come sta andando? «È un lockdown ancora blando. Si può stare fuori un’ora al giorno, non è obbligatoria la mascherina. Tieni conto che a Manchester e dintorni nella settimana prima di Pasqua la polizia ha fermato quasi 500 house party, cioè feste in case private. Mica solo in Italia succedono queste cose, vedi che alla fine tutto il mondo è paese…».

Insomma, l’Inghilterra ha sottovalutato più dell’Italia il coronavirus. E ormai non è un mistero che all’inizio il governo abbia coperto i dati allarmanti. Ma poi è arrivata la positività al virus di Boris Johnson… «Appunto. Il premier ha dimostrato che parlare alle masse dicendo cose assurde si rischia di produrre conseguenze serie. Lasciare aperti pub e ristoranti è stata una stupidaggine. Il coronavirus ora sta imperversando. Altro che “just a flu” (solo un’influenza, ndr), come diceva Johnson. Io che seguivo gli avvenimenti in Italia, ora rivedo lo stesso film. Johnson, uscito dall’ospedale, si è ben guardato dal non ringraziare chi l’ha salvato: due infermieri non britannici. Una neozelandese, un portoghese e anche un medico italiano del reparto. Lo ha fatto per tenersi buona quella enorme fetta di medici e infermieri non inglesi che tiene in piedi la sanità…».

Vicini di casa, vicini di mondo

Ma il sistema inglese funziona o no? «Qui il sistema sanitario non è un granché. Ci sono stati tagli del 40% da parte dei governi precedenti. La Brexit aveva promesso milioni che non sono stati mai investiti. Gli inglesi stanno realizzando solo adesso la gravità della situazione, ora che si viaggia a circa 900 morti al giorno. Come in Italia, ci sono problemi con le Rsa e i posti di terapia intensiva. Nascono ricoveri extra. Qui a Manchester è stato creato un ospedale Covid in una ex stazione usata per eventi». E la vostra Manchester, quella di amici e vicini di casa, come vive il momento? «Un nostro amico ristoratore ha chiuso i suoi quattro ristoranti ancora prima di ricevere l’ordine. Nella nostra area c’è poca gente in giro. Viviamo in un quartiere multiculturale, con persone provenienti da mezza Europa. Tra vicini c’è una bella solidarietà, ci si aiuta molto. Una mia amica, originaria di Hong Kong, è stata tra le prime a dirmi: metti la mascherina, fidati».

su Luna Nuova di venerdì 17 aprile 2020

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