CORONAVIRUS

Borgone: Pierina la centenaria, testimone delle grandi pandemie

Classe 1918, è nata con la mamma e la nonna colpite dall'influenza spagnola

27 Marzo 2020 - 07:40

Borgone: Pierina la centenaria, testimone delle grandi pandemie

Adesso sì, può dire davvero di averle viste tutte, nonna Pierina. Sa cosa significa salvare la propria pelle da una rappresaglia nazifascista, quando a San Pietro Avellano, in terra abruzzese, il paesino venne raso al suolo con l’esplosivo. Ricorda bene quando nel 1946 venne proclamata la Repubblica italiana, mentre mangiava ciliegie con una sua cara amica. Ha toccato con mano cos’è stata l’immigrazione meridionale a Torino, con le sue difficoltà di ambientamento e l’orgoglio di fare dei sacrifici per poter avere una casa. Non solo: oggi fa un certo effetto pensare che Pierina è venuta al mondo mentre mamma Emilia e nonna Annamaria erano a letto con l’influenza spagnola. E ora che la sua carta d’identità recita 101 anni, tre mesi e poco più, guarda al Coronavirus senza chissà quale paura. Al sicuro nella sua cameretta, certa che passerà anche questa. «E chi l’avrebbe detto fino a un po’ di tempo fa - commenta al telefono - ma una volta c’era tanta fame, oggi ci sono le medicine e la sanità funziona».

Pierina Tamasco è nata il 15 dicembre 1918 ad Agropoli, nel cuore del Cilento, in provincia di Salerno, e dal 1947 vive a Borgone, dov’è sbarcata appena dopo aver sposato suo marito Gustavo Giorno. Oggi abita a casa del figlio Claudio, con la nuora Roberta e il nipote Michele: una stanzetta al piano di sopra tutta per lei e una rampa di scale fatta di una ventina di gradini, che sale e scende imperterrita due volte al giorno. Da sola, sulle proprie gambe e senza alcun jolly, se non quello della ringhiera a cui si tiene forte. Pierina è l’ultima di sette figli, quattro maschi e tre femmine: Raffaele, Antonio, Michele, Luigi, Anna, Elena, e poi c’è lei. Che è nata giusto un mese dopo la fine della “Grande guerra”, proprio nei giorni in cui papà Nicola, arruolato nella Marina a Trieste, faceva finalmente ritorno a casa. C’è tanto di lui, in sua figlia Pierina e nel nipote Claudio: era un uomo tutto d’un pezzo, storico militante nelle file di Giustizia e Libertà, convito antifascista ma sempre rispettato da tutti. Lavorava un po’ come “taxista”, con cavalla e calesse per portare la gente dalla stazione al centro di Agropoli, un po’ come appaltatore nelle Ferrovie, dove gestiva i serbatoi d’acqua per le locomotive dei treni: in una terra turistica in cui d’estate l’acqua scarseggiava, uno che era capace a tirarla fuori dai pozzi veniva tenuto in considerazione un po’ da tutti, anche dai suoi avversari politici. «Riuscì a non prendere mai la tessera del Partito nazionale fascista - confida Claudio - nonostante questo potesse anche costargli il posto di lavoro. Mio nonno era “un duro”, di cui vado fiero».

Ebbene: questo “duro”, appena tornato dalla guerra, «si ritrovò a fare la “donna di casa” - racconta Pierina - quando arrivò trovò a letto sia sua moglie, sia sua mamma, tutte e due con la Spagnola». Parliamo di Emilia Voso, mamma di Pierina, e di Annamaria Ruocco, sua nonna paterna. «Mia mamma se l’è vista brutta in guerra, con sei figli da accudire e la suocera in casa a cui badare. Fortuna che c’erano alcune amiche e donne di campagna: mi raccontava che lei portava le lettere che i figli o i mariti mandavano dalla guerra e loro, in cambio, le davano il cibo per la famiglia, come granoturco e ceci». Ovviamente Pierina non ha modo di avere dei ricordi diretti della Spagnola, la pandemia influenzale che tra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone in tutto il mondo, infettandone almeno 500 milioni. Ma se il Coronavirus, come la maggior parte delle epidemie, sta mietendo vittime soprattutto fra la popolazione anziana e le persone con patologie pregresse, al contrario la Spagnola (chiamata così perché in un primo tempo a parlarne erano soltanto i giornali iberici, non essendo la Spagna coinvolta nella prima guerra mondiale) colpiva prevalentemente giovani adulti in precedenza sani. E mamma Emilia, a quei tempi, aveva infatti una trentina d’anni.

«Da mia mamma passava tutte le mattina un tenente medico che le diceva cosa prendere - prosegue Pierina - essendo incinta diceva che non poteva darle niente, ma poi grandi medicine non ce n’erano: prendeva camomilla, decotti, frutta secca. Le era venuta la febbre alta, ma è guarita subito e io sono nata sana. Mezzo paese, però, era morto di Spagnola, tra cui due miei zii e mio cugino. Invece mia nonna ce l’ha fatta: mio papà, quando prese le redini della casa, le chiese cosa voleva, lei disse “un litro di vino” e l’indomani stava bene e cantava felice». Di sicuro l’influenza spagnola non lasciò particolari cicatrici sul corpo di entrambe, se pensiamo che nonna Annamaria ha vissuto fino a 93 anni e mamma Emilia è arrivata a 85. Certo, Pierina ha ancora una marcia in più e sta battendo ogni record, non solo anagrafico: “la ragazza”, come la chiamano affettuosamente Claudio e Roberta, è brillante e spiritosa, ha una lucidità da fare invidia, guarda la tivù e quando non sa cosa fare telefona. Telefona sì, con il suo cellulare, con cui chiama senza battere ciglio dal Brasile fino al Cilento, per tenersi in contatto con parenti e amici di vecchia data. «Non fosse stato per la guerra, la Spagnola non sarebbe arrivata - conclude Pierina - una volta c’era solo povertà, oggi spesso ci lamentiamo tanto ma ci sono le medicine, la sanità e molte più probabilità di guarire per chi si ammala rispetto a 100 anni fa. Sono nata con la Spagnola addosso e non l’ho presa, se passo anche questa vorrà dire che l’ho scampata due volte. O forse sarò io che do fastidio a questi virus».

Marco Giavelli

su Luna Nuova di venerdì 27 marzo 2020

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