FIOCCO AZZURRO

S.Antonino, è nato Gioele: un raggio di primavera sotto la tempesta del virus

E il papà medico nella trincea dell’ospedale: il parto, i rischi in corsia e la paura della quarantena, ma tutto è filato liscio

27 Marzo 2020 - 07:40

S.Antonino, è nato Gioele: un raggio di primavera sotto la tempesta del virus

Mica semplice, nascere ai tempi del Coronavirus. Un giorno mamma Ilaria, papà Fabrizio e la sorellina Gaia lo racconteranno al piccolo Gioele, che inconsapevole ha portato la primavera in una famiglia alle prese, come tutte, con la prima pandemia dell’era globale. Partiamo dalla fine, anzi, dal lieto annuncio. Tutto è andato bene: Gioele Vallelonga è nato venerdì 20 marzo (giorno in cui quest’anno cadeva l’inizio della primavera) alle 21,48 all’ospedale Santa Croce di Moncalieri. Pesa 3 chili e 370 grammi, mangia e dorme come un pascià, ignaro della tempesta che sta mettendo a dura prova il mondo là fuori. Ma se, in tempi di pace, avere un papà medico è certamente un privilegio per pochi eletti, in tempi di virus, come quello attuale, può anche diventare un’arma a doppio taglio.

Già, perché il dottor Fabrizio Vallelonga, 32 anni di Sant’Antonino, medico internista al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, lotta tutti i giorni contro il Covid-19, con tutti i rischi che questo comporta, per la salute sua e degli altri. Compresa, quindi, quella della sua famiglia. Tanto più che gli ultimi 20 giorni di gravidanza di sua moglie Ilaria sono coincisi con la diffusione a macchia d’olio del Coronavirus in tutto il nord Italia, e anche in valle di Susa. «Non sono ansiosa di natura e quindi non posso dire di averla vissuta male, anche se inevitabilmente questa situazione è andata ad intaccare quello che sarebbe il normale percorso di attesa - racconta Ilaria Girodo, 34 anni, addetta alle vendite presso Giuglar Sport di Sant’Ambrogio - all’inizio ti affiorano le classiche domande, che per altro già durante la gravidanza pullulano, ma con un marito medico in casa tutto è più rassicurante. Poi, quando inizi a vedere la velocità con cui il contagio si diffonde, ti metti a leggere ogni ricerca sulle mamme in gravidanza, cercando ad esempio di capire se l’eventuale malattia possa essere trasmessa al bambino attraverso la placenta».

Risposta negativa, «almeno stando ad alcuni casi avvenuti in Cina - rassicura Fabrizio - il problema è che, trattandosi di un virus nuovo, anche per noi medici è un mondo tutto da scoprire, ma dai primi studi emerge ad esempio come la gravidanza, nonostante la donna si trovi in uno stato più delicato, non predisponga il corpo ad una maggiore aggressività del virus, anche se una generale incertezza permane». «Fino a 15 giorni prima del parto - riprende Ilaria - quando gli altri mi ponevano le classiche domande rispondevo così, ma non nascondo che più il grande giorno si avvicinava, più le paure salivano, visto anche l’espandersi del contagio». E visti soprattutto i rischi a cui Fabrizio era ed è quotidianamente esposto nel suo lavoro: «Giorno dopo giorno ho visto tanti miei colleghi ammalarsi o andare in isolamento - racconta lui - e allora inevitabilmente inizi a valutare tutte le ipotesi: e se lo prendo anch’io? La cosa che mi preoccupava di più era l’idea di non poter assistere al parto e di non poter vivere l’arrivo di Gioele con Gaia e Ilaria: avevamo già anche pensato a dove avrei potuto rifugiarmi nella malaugurata ipotesi in cui fossi contagiato o in isolamento domiciliare fiduciario per essere stato a contatto non protetto con casi positivi».

Un incubo ogni giorno dietro l’angolo, per il dottor Vallelonga: «Nei primi giorni di marzo, nella fase temporale di “zona grigia” in cui il contagio, qui, era ancora all’inizio, al San Giovanni Bosco si sono verificati alcuni casi di pazienti entrati al Pronto per patologie diverse, non per casi sospetti di Coronavirus, che poi una volta trasferiti in reparto maturavano i classici sintomi e risultavano positivi al Covid-19. Questo ha esposto tutti noi, me compreso, a enormi rischi, per cui sì, ho avuto paura e ne ho tuttora». Un pericolo che per fortuna non si è materializzato, consentendo a Fabrizio di vivere in diretta la venuta al mondo del suo Gioele. Naturalmente con tutte le limitazioni che, di questi tempi, vengono adottate nei punti nascite degli ospedali: di norma il papà può stare al fianco della mamma dall’ingresso alle dimissioni, eccetto le notti extra eventuale parto. Ora, invece, può assistere soltanto dalla fase del travaglio fino allo “skin to skin” nelle due ore successive al parto, poi deve lasciare l’ospedale. «Abbiamo scelto Moncalieri, dov’era già nata Gaia - prosegue Ilaria - perché è una struttura con una dimensione intima e familiare e perché, in caso di problemi, è attrezzato con un apposito reparto di rianimazione neonatale: anche questa volta ci siamo trovati benissimo».

Ora Fabrizio si gode i cinque meritati giorni di congedo di paternità previsti dalla legge, anche se non continuativi ma spezzati, vista la necessità di dover sostituire alcuni colleghi che purtroppo, nel frattempo, si sono ammalati. «L’arrivo di un figlio è la cosa più bella a prescindere, ma a maggior ragione un momento così difficile rende tutto ancora più particolare, facendoti assaporare ogni istante come la più grande fortuna - confidano mamma e papà - siamo anche innamorati della reazione di Gaia, che si sta subito dimostrando una sorellina molto responsabile: fosse stato per lei, era già pronta a cambiarlo da sola e a fargli il bagnetto».

Per forza di cose, però, nulla sarà come prima, almeno adesso…

«Tornare al lavoro la prossima settimana non sarà semplice, tanto più quando la sera rientri dalla tua famiglia - riconosce Fabrizio - do per scontato che anche io possa prendermi il virus, ce lo diciamo ogni giorno tra colleghi. Alcuni in Lombardia si sono affittati una stanza in un bed & breakfast per non esporre a rischi i loro famigliari: chiaramente spero di non doverlo fare, a maggior ragione ora che è arrivato Gioele, ma non posso escluderlo a priori. In casa cerco sempre di tenere la mascherina e alcune cose che prima erano normali ora non le faccio, come addormentarmi vicino ai miei figli».

Da medico cosa pensi di questo flagello che ci è piovuto addosso?

«Questa è la storia di tutte le grandi epidemie, a cui nessuno è pronto per definizione, perché se fossimo pronti non ci sarebbe alcuna epidemia. Prima la percepisci come un qualcosa di lontano, poi quando arriva da te è già troppo tardi, sale la paura e poi il livello di attenzione. All’inizio è passato il messaggio, sbagliato, che colpiva solo gli anziani: tutte le misure restrittive adottate dal governo sembravano eccessive, ma non c’è altro modo per limitare il contagio se non quello di annullare i contatti tra le persone».

Il momento più brutto?

«Quando in ospedale ho dovuto curare giovani come me, e ne ho visti tanti: è vero che sotto i 50 anni l’indice di mortalità è basso, ma basso non vuol dire a zero. Una notte, era la prima settimana di marzo, è arrivato al pronto soccorso un uomo di 49 anni, sportivo, sano, senza patologie pregresse, e abbiamo dovuto intubarlo. Quando vedi che si ammala qualcuno in cui ti puoi riconoscere, la paura cresce. Stare a casa è un grosso sacrificio per tutti, ma oggi è l’unica soluzione».

Come racconterete a Gioele, quando sarà ora, la storia della sua nascita?

«Essendo nato nel pieno della “peste del XXI secolo”, per noi è già un piccolo eroe - dicono Ilaria e Fabrizio - sul modo in cui un giorno glielo racconteremo, dipenderà molto anche da come si evolverà tutta la pandemia, nella speranza che presto possa concludersi».

E Gaia, dall’alto dei suoi quasi 3 anni, cosa percepisce e come sta vivendo questo momento?

«Tra di noi ne parliamo e chiaramente interiorizza alcuni messaggi. Un giorno ha tirato fuori una mascherina da scimmietta e voleva che ce la mettessimo a tutti costi “perché così non respiriamo il Coronavirus”. Oppure una sera in bagno, quando ci laviamo le mani insieme, noi nel lavandino e lei nel bidet, noi avevamo finito e lei era ancora lì a lavarsele. Le abbiamo chiesto come mai ci mettesse tutto questo tempo e la risposta è stata: “Le lavo bene perché c’è il Coronavirus”. Abbiamo spiegato a Gaia in modo semplice che non possiamo portarla al parco giochi perché questo virus cattivo fa venire il raffreddore e che papà, tutti i giorni, va a combattere per sconfiggerlo». E allora combatti, dottor Vallelonga. Combatti per Gioele, per Gaia, per Ilaria e per tutti noi.

Marco Giavelli

su Luna Nuova di venerdì 27 marzo 2020

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