CORONAVIRUS

Zone rosse: gli infermieri sfidano anche i luoghi comuni

«Un lavoro importante e una scelta di vita»: l’esperienza di Giulia nell’emergenza coronavirus al San Luigi di Orbassano

31 Marzo 2020 - 01:05

Zone rosse: gli infermieri sfidano anche i luoghi comuni

Ospedale San Luigi di Orbassano. Esterno giorno. «Non ho ancora realizzato del tutto la portata dell’evento. Mi viene da sorridere, ma anche da piangere. Mi chiedo ancora come tutto questo sia potuto accadere, perché sembra un film di fantascienza. Io sogno di rivedere la normalità». Giulia, 28 anni, rivaltese, è infermiera nel reparto rianimazione dell’ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano. Da poco. Il tempo di chiudere un’esperienza di lavoro all’ospedale di Alessandria, che si è ritrovata in piena emergenza coronavirus in uno dei più grandi nosocomi del Piemonte. Essere infermieri di rianimazione, oggi, è una delle battaglie più dure da sostenere.

Prima che scoppiasse l’epidemia da Covid 19, Giulia lavorava mediamente 40 ore settimanali. Ora sono aumentate, decisamente. Ore straordinarie, in tutti i sensi. Ore che scorrono e ingabbiano, in una lotta al confine della realtà. Dove ieri c’era la routine, oggi c’è il nemico invisibile. Dove c’era un camice, oggi c’è il rito della vestizione: mascherine, tute, calzari. «Molti di noi portano i segni delle mascherine sul volto a fine giornata. Qualcuno usa cerotti antidecubito per ammorbidire la pelle ed evitare che venga segnata dalle tante ore di compressione dell’elastico. Siamo bardati, si suda moltissimo». In rianimazione gli infermieri si proteggono con un “visor”, lembo di plastica trasparente che va dalla fronte al mento. Già, gli infermieri. Oggi sono la resistenza, l’armata silenziosa che affronta in prima linea la più grande emergenza sanitaria dal dopoguerra. Fino a ieri era considerata una sorta di casta inferiore.

E Giulia ci tiene a sottolinearlo: «Fanno piacere in questi giorni gli elogi e gli apprezzamenti, da quelli delle forze politiche a quelli delle istituzioni. Ma non dimentichiamo che fino a prima dell’emergenza alla nostra professione erano attribuite frasi del tipo “Se uno non ha voglia di studiare può fare l’infermiere”. C’era chi ci riteneva una specie di bassa manovalanza e c’erano pazienti che inorridivano all’idea di farsi valutare “…da uno che ha fatto una triennalina in scienze infermieristiche”. Beh, gli infermieri sono molto più di tutto questo». Qual è il vostro percorso di formazione? «Ci sono anni di studio conclusi da un esame di Stato, tanto per cominciare. Dietro ogni infermiere c’è un sapere. Un infermiere pianifica, tiene lezioni anche in ambito universitario, collabora a ricerche e pubblicazioni scientifiche. È una professione fatta e finita. Ma a quanto pare tutto questo non rientra nell’immaginario collettivo».

Non è un segreto che gli infermieri siano una categoria con poche certezze, peraltro demoralizzanti: turni stressanti e mal di schiena, stipendi per niente generosi, offese gratuite dai pazienti, rischi per la salute legati alle patologie dei ricoverati. Qualcuno, di questi tempi, si è beccato il coronavirus. Che si sappia. Sei colleghi di Giulia sono in quarantena per motivi precauzionali. E la sua frase, nel bel mezzo di uno dei picchi più bassi della fiducia che un infermiere potrebbe riporre nel suo lavoro, è un lampo pazzesco: «Fare l’infermiere è una vera e propria scelta, sia professionale che di vita. Sai che inevitabilmente ti costerà fatica, tempo, stress e anche qualche malattia. Ma io rifarei questo percorso altre dieci, cento, mille volte».  Potrebbe bastare, come manifesto. Ma c’è da fare un salto al San Luigi e al lavoro di Giulia. In questo ospedale la scorsa settimana è stato aperto un secondo reparto di rianimazione. Prima cinque pazienti, ora otto, il massimo di letti possibili: «Infermieri di altri reparti vengono ad aiutarci - spiega Giulia - Noi dobbiamo occuparci sia dei pazienti intubati che di questi nostri nuovi colleghi (l’ospedale ha provveduto all’assunzione straordinaria di infermieri esterni, nda), per illustrargli il tipo di lavoro e aiutarli ad effettuare le giuste procedure».

A giorni potrebbe essere attrezzata un’altra area di rianimazione. In questo momento al San Luigi ci sono solo due ingressi: quello principale e quello del Pronto soccorso. Dall’ingresso principale entrano pochissime persone. Le visite ai parenti sono state praticamente chiuse. A tutti coloro che entrano, nessuno escluso, viene presa la temperatura a distanza. Chi ha anche solo una linea di febbre viene fatto attendere per una seconda misurazione qualche minuto dopo. Se la febbre viene confermata, significa che ci potrebbe essere un fattore primitivo di coronavirus e pertanto il visitatore non viene lasciato entrare. All’ingresso del Pronto soccorso c’è la tenda del Triage (parola di origine francese che significa scelta, selezione). Lì si presentano le persone che hanno sintomi respiratori preoccupanti. Il paziente viene esaminato: se si riscontrano criteri da coronavirus, viene condotto lungo un percorso protetto e sterilizzato fino ad un reparto in cui il paziente finisce in totale isolamento e qui comincia il suo percorso di cura.

Giulia, ti era mai successo di lavorare in una situazione così grave?

«No. Ero solo stata allertata ad Alessandria quando c’era stato il crollo del ponte Morandi di Genova. Niente più».

Come stai vivendo questo momento?

«Realizzerò tutto una volta finito, cioè quando uscirò di casa non solo per andare a lavorare. Apprezzerò di più la collaborazione, quella che in questo momento si è instaurata tra medici e infermieri, che vanno molto d’accordo. Condividiamo lo stress, una cosa che ci fortifica. Si imparano molte cose».  È più uno stress fisico o mentale? «Bella domanda. Per ora prevale quello fisico. Alla sera quando arrivo a casa mi siedo a tavola e vorrei solo riposare, ma soprattutto spegnere la televisione per non sentire più niente dell’emergenza da coronavirus».

Quanto è cambiata una giornata in ospedale?

«Moltissimo. Viviamo anche noi in una sorta di isolamento. Nell’area relax e negli spogliatoi si va quasi a turno, si cerca di essere il meno persone possibile in quei pochi metri. La documentazione sanitaria viene informatizzata perché in una zona rossa non si può entrare e uscire come si vuole. Siamo molto attenti sia alla vestizione che alla svestizione. Nell’ospedale circolano video formativi per spiegare come si fanno queste procedure».

Hai paura di un contagio?

«Più che altro il mio timore è la trasmissione del virus ai miei famigliari, con i quali vivo. Quando sentivo che i giovani non venivano praticamente attaccati dal virus, non pensavo di essere vulnerabile. Ora so che potrei esserlo».

Hai fatto il tampone?

«Sì, l’ho fatto e in 24 ore è arrivato l’esito. Era negativo».

Potresti descrivere le sensazioni che si provano in un momento di portata epocale come questo, che entrerà nei libri di storia?

«È molto strano. Vivo praticamente in due universi. Faccio casa e lavoro, lavoro e casa. Quando varco la soglia del reparto, mi sembra di entrare in un mondo surreale. Sembra fantascienza. L’assurdità di queste circostanze è anche testimoniata dai pazienti. Quelli che arrivano qui con i sintomi da Covid 19 sono tutti uguali: stessa terapia, stessa ventilazione, stesse procedure. Vedere pazienti diversi, come quelli che si presentavano prima dell’emergenza in rianimazione, ognuno con il suo tipo di patologia, mi riporterebbe ad un senso di normalità che ho dimenticato».

I pazienti affetti da Covid 19 danno una risposta alle terapie solo dopo diversi giorni, circa tre settimane: un’eternità. E nel buio, a volte si accende la luce: ad oggi, nel reparto del San Luigi dove lavora Giulia due pazienti sono stati estubati. Dietro le piccole vittorie ci sono lo straordinario lavoro dei medici e degli infermieri, l’abnegazione di un personale sanitario che spera di non tornare nel dimenticatoio dei luoghi comuni. Per Giulia sono i giorni della lotta e della rivalsa: «Ho fatto mia una frase di un editore americano, Cass Canfield: “Alcuni pensano che medici e infermieri siano in grado di rimettere un uovo strapazzato nel suo guscio”. Ebbene, lo stiamo facendo».

Ugo Splendore

su Luna Nuova di martedì 31 marzo 2020

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