CORONAVIRUS

Chiusi o aperti a metà: la "giungla" dei mercati vista dagli ambulanti

Attività consentita solo ai banchi alimentari, tra mille difficoltà logistico-organizzative e distanziamento sociale

07 Aprile 2020 - 00:08

Chiusi o aperti a metà: la "giungla" dei mercati vista dagli ambulanti

di DANIELE FENOGLIO

Prima chiusi, poi aperti ma con restrizioni. I provvedimenti contro la diffusione del Coronavirus causano problemi anche agli ambulanti che animano i mercati della provincia, e non solo a quelli costretti a stare a casa perché trattano merci non alimentari. Le difficoltà logistico-organizzative toccano anche gli ambulanti alimentari. Difficoltà che il rivaltese Giuseppe Tollari ha raccolto ascoltando i racconti dei colleghi dei vari mercati che frequenta con il suo banco di pesce. «Ci sono vari ostacoli di ordine organizzativo - riferisce - I provvedimenti con cui i Comuni consentono l’attività dei mercati non sono uniformati e questo può causare vari problemi agli esercenti: alcuni permettono la presenza dei soli banchi alimentari, come da provvedimento del governo; altri solo di una parte a rotazione degli alimentari che abitualmente sono presenti in quel paese. La spiegazione è che non tutti i Comuni hanno abbastanza personale interno o volontari delle associazioni per sorvegliare il corretto afflusso dei clienti verso i vari banchi».

L’attività dei mercati, limitata ai soli alimentari, è infatti consentita a patto che i banchi vengano distanziati e che i clienti mantengano l’ormai famigerato “distanziamento sociale” per scongiurare contagi. Condizione non sempre possibile. Da qui il fatto che alcuni mercati sono stati sospesi in attesa di riorganizzare la disposizione dei banchi e di predisporre il servizio di sorveglianza. Alcuni poi sono tornati operativi, altri Comuni, invece, hanno deciso di non “riaprili” proprio. Cancellate anche le spunte, quel sistema che in tempi normali permette ad un ambulante di presentarsi ad un mercato ove vi fosse una piazzola libera temporaneamente. «Sono difficoltà che capiamo bene, non accusiamo nessuno, sappiamo anche i Comuni sono in difficoltà e che cercano di venire incontro alle esigenze di tutti - prosegue Tollari - Però in questo momento ci troviamo ad affrontare delle difficoltà in più, soprattutto chi tratta alimenti freschi, da consumare giornalmente, come carni e pesce. Va un po’ meglio per chi vende i cibi confezionati, ma anche per loro ci sono le problematiche legate al magazzino. Si pensi solo a chi si era preparato alla Pasqua, con uova di cioccolato e colombe, tutte merci che rischiano di restare in magazzino».

In particolare risulta difficile organizzare gli approvvigionamenti quando non c’è la possibilità di fare mercato tutti i giorni: «Il sistema delle rotazioni causa questo tipo di problema, se vendi frutta e verdura, stando fermo uno o due giorni di seguito rischi di dover buttare la merce. E sprecare il cibo è un gran peccato». C’è poi il fronte sorveglianza: «Alcuni Comuni non hanno la possibilità di organizzarla, quindi hanno detto agli esercenti di procurarsela loro, con guardie giurate o con associazioni che abbiano i permessi per svolgere questo tipo di attività: per gli ambulanti si tratta di un costo in più in un momento già difficile». Il mantra dell’epidemia è “state a casa”, questo dovrebbe valere anche per i mercatali, ma non sempre è possibile. «La vita viene prima di tutto, proteggere la salute di noi stessi e della nostra famiglia è la prima cosa a cui dobbiamo pensare, ma questo non è possibile per tutti - conclude l’esercente - Io ho preso la decisione di stare a casa, ma capisco bene il dramma di chi non può permettersi di sospendere il proprio lavoro. Allora almeno che sia sicuro e reso più il più semplice possibile per ridurre al minimo i rischi».

Rino Genghi, 54 anni, collegnese, è il rappresentante dei commercianti dell’area di Pianezza ed in passato lo è stato di quella di Rivalta. Sottolinea i meccanismi che possono dare vita ad una sorta di “concorrenza sleale involontaria”: «Non si accusa nessuno, c’è solo da cercare di collaborare e trovare una quadra affinché tutto possa tornare alla normalità, anche se dubito che possa accadere in breve tempo - dice - Sono preoccupato perché noi siamo una fascia debole: viviamo per strada, con provvedimenti molto severi rispetto ad esempio ai commerciali. Non colpevolizzo i gestori, però tra una corsia e un’altra ci saranno due metri, se passano due persone è difficile che ci sia la distanza di sicurezza. Per assurdo, in un’area mercatale si può avere più certezza del distanziamento. Anche perché la norma prevede che per ogni banco possano esserci due clienti». Anche la definizione di “merce indispensabile” non convince gli ambulanti: «È un’altra cosa che trovo scandalosa, con trattamenti impari tra commercio fisso e ambulante: se i prodotti per l’igiene personale sono beni di prima necessità, come possono commercializzarli nei negozi e nella grande distribuzione e non nei mercati?».

Non solo: «Per una famiglia giovane, con bambini piccoli, anche l’abbigliamento e l’intimo possono essere una necessità, se il piccolo ha bisogno di vestiti nuovi da una stagione all’altra». Per non parlare dei magazzini: «Basta pensare a chi aveva già acquistato colombe e uova di Pasqua: non sono prodotti che si possono conservare e riproporre più avanti. Lo stesso vale per altre merci, come l’abbigliamento di stagione - prosegue Genghi - È un problema che va oltre noi ambulanti: se noi non vendiamo, non possiamo pagare i fornitori, che a loro volta non potranno saldare le aziende produttrici. Queste si troveranno senza liquidità e potrebbero non essere più in grado di proseguire la loro attività. Mettendo a rischio i posti di lavoro». Da qui la necessità di poter accedere al credito in modo rapido e senza barriere legate all’affidabilità creditizia.

Massimo Dirtia invece sottolinea l’importanza dell’operato dei Comuni: «Quando sono arrivate le nuove regole per i mercati, molti Comuni hanno soppresso i loro perché non avevano il personale per i controlli o non erano in gradi di riorganizzare rapidamente le piazzole - racconta - Il primo che ho fatto subito dopo quella norma, è stato quello di Airasca: lì alle 6,30 del mattino ho trovato il sindaco che distribuiva ai cittadini le mascherine e controllava gli accessi. È rimasto con noi fino all’una e mezza. Io mi sono commosso a vedere una cosa del genere. In altri Comuni invece l’amministrazione è sparita». Ci sono poi i problemi legati alla sicurezza. «Lavoriamo con tanti anziani e si sa che alcuni sono “caratteriali”: non hanno paura di niente e vagli a spiegare che devono tenere la distanza e che devono mettere la mascherina. Io non ho fobie, ma questa situazione si vive male, chi ha dei dipendenti dietro il banco si preoccupa, i commessi stessi vanno in ansia per la propria salute e quella dei loro cari. Insomma, serva la presenza di una autorità pubblica che possa intervenire e spiegare che tutti devono rispettare le precauzioni». Ultimo, ma non meno fastidioso problema, quello fisiologico: «È una nostra abitudine approfittare del bagno dei bar, quando è necessario: ci prendiamo un caffè o un cappuccino e facciamo quello che dobbiamo fare. Ora però con i bar chiusi, non abbiamo più questa possibilità - conclude Dirtia - Alcuni Comuni hanno delle aree mercatali con i servi igienici, come Rivalta che ha appena rifatto la piazza, ma altrove non c’è nessuna possibilità di “alleggerirsi”. Sarebbe bello se venissero adottati dei bagni chimici come nei cantieri».

su Luna Nuova di martedì 7 aprile 2020

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