EMERGENZA & SPORT

La vita è un set: Francesca Parlangeli e il picco del volley

Da Orbassano alla A1, storia di un fenomeno: la “Formica Atomica” dall’ascesa alla "quarantena" di Brescia

13 Aprile 2020 - 23:54

La vita è un set: Francesca Parlangeli e il picco del volley

di UGO SPLENDORE

C’è voluto il coronavirus per mettere in pausa le stagioni d’oro nel grande volley di Francesca Parlangeli, il libero venuto da Orbassano che è diventata una delle migliori in Italia in questo ruolo. Ora la “Formica Atomica”, un soprannome affibbiatole da piccola da un cronista sportivo di Luna Nuova che vedeva lontano, è uno dei punti di forza della Banca Valsabbina Millenium Brescia in Serie A1. E in una Brescia colpita duramente dalla pandemia, la sua voce arriva come un richiamo alla vita e ai suoi valori, sottolineati spesso anche dallo sport.

Quella trasferta dell’8 marzo

La Formica Atomica oggi è confinata a Montichiari, 20 km da Brescia. «Una settimana fa sono stati sospesi gli allenamenti - racconta - E giovedì scorso la Fipav ha decretato chiusa la stagione del volley, dalla serie A1 alle giovanili. Un incredibile epilogo, un vero peccato. Ora siamo alle prese con una vita quotidiana alterata. È davvero brutto leggere il panico nei volti delle persone quando vai a fare la spesa. Nella nostra squadra ci sono amici con parenti che sono stati ricoverati. Per quelli che sono finiti in ospedale l’angoscia è stata doppia, perché si è praticamente interrotta la comunicazione con i famigliari».
Per Francesca si è aperto un momento particolare della carriera: «Inizialmente sono stati giorni molto delicati. L’8 marzo abbiamo giocato l’ultima partita di campionato, eravamo in trasferta a Conegliano Veneto. Il giorno dopo la Lombardia è stata chiusa. Il fatto che avessimo effettuato il viaggio con l’autobus ci ha allarmate. Ma per fortuna nessuna di noi ha subìto il contagio. Ora c’è un po’ di paura a muoversi, siamo nel pieno della pandemia».

La carriera e le ricette pugliesi

Francesca Parlangeli, classe 1990, milita in Serie A1 da due anni. Ci è arrivata con la Millenium Brescia. Era l’estate del 2017 quando l’hanno ingaggiata dalla Lilliput Settimo. Con Brescia ha vinto la A2 e ha ottenuto salvezza con sette giornate di anticipo della stagione successiva, la prima in A1 della sua carriera. Il curriculum cresce a vista d’occhio. A Brescia ha conquistato l’ambiente. Oggi è una delle beniamine del pubblico, forse perché è l’unica giocatrice rimasta della squadra che ha fatto il grande salto dalla Serie A2 alla A1. La maglia numero 10 è un punto fermo.
Diverse atlete della Millenium Brescia vivono in appartamenti messi a disposizione dalla società. Francesca la divide con Federica Biganzoli, schiacciatrice, sua compagna di squadra e grande amica fin dai tempi della Lilliput Settimo: «Ora avremo più tempo da dedicare alle nostre passioni. I passatempi non ci mancano. Da tempo ci sfidiamo a colpi di ricette. Io propongo le pugliesi, quelle delle mie origini. La cucina è una bella sfida per noi. E oggi è venuto il momento di fare la torta che non ho mai osato fare...».
Che altro? «Letture. L’ultimo libro che ho letto è da mental coach, sull’allenamento della mente. Io ci credo molto, anche se invece a molti allenatori non piace. A me è servito. Come mi ha aiutato a studiare i video delle giocatrici alle quali mi ispiro».
In questi giorni hai tempo anche per riflettere di più sul tuo futuro. Cosa ti piacerebbe fare una volta terminata la carriera? «Rimanere nel mondo della pallavolo non mi dispiacerebbe, magari con un percorso da allenatrice, che però di fatto all’inizio non è un lavoro. È vero, questo è un periodo di grandi domande. Io sono laureata in farmacia e anche questo è un campo che mi piacerebbe esplorare. Insomma devo cominciare a riflettere perché le carriere nello sport non sono eterne».

La pallavolo vista dal basso

Francesca Parlangeli è sempre stata un piccolo fenomeno. Piccola di stazza (è alta 1,64), fenomenale in campo, con una grinta e una determinazione fuori dal comune. La Formica Atomica, in pratica, vede il volley dal basso, dal ruolo che negli anni è diventato talmente fondamentale da far diventare il libero una piccola star, come dimostra il libero della Nazionale italiana Monica De Gennaro, tra le più forti al mondo.
Ci hai mai fatto un pensierino alla Nazionale? «Beh, sarebbe il coronamento di una carriera e rimane anche un obiettivo stimolante. Mi accontenterei anche solo di essere convocata a un raduno collegiale. Il fatto è che la Nazionale vanta liberi di primissimo ordine e sono giocatrici quasi insostituibili, un po’ come i grandi portieri delle nazionali di calcio».
Cosa ha fatto la differenza nella tua carriera? «Io ho sempre creduto nei piccoli passi. Uno step alla volta per arrivare il più in alto possibile. Alla fine credo di essermi trovata al posto giusto nel momento giusto, qui a Brescia quando la società ha fatto il salto di categoria della A2 alla A1. Sono riuscita ad arrivare nel volley che conta solo con le mie forze. Fino all’anno scorso non avevo nemmeno un procuratore».

Grinta, sorriso e famiglia

Sei passata da piccole palestre di provincia, come quella di Volvera, alla bolgia di un palasport di serie A. Cosa ricordi dei tuoi primi passi nel volley? «Ricordo la palestra Enrico Fermi di Orbassano, quando avevo cinque anni. Mio padre era dirigente della Sagittario Orbassano e in pratica non avevo scelta: io volevo fare danza come tutte le compagne di scuola, invece lui mi ha portata a fare volley. Poi sono passata al Volvera e, quando militavo in Under 13, c’è stata la prima svolta sotto la guida dell’allenatore Paolo Miletto. Quello era un gruppo coinvolgente. Lui ci ha insegnato a rispettare tutto: compagne, orari, lavoro. Credo che gli allenatori bravi siano davvero fondamentali nella carriera di uno sportivo. A Orbassano e Volvera ho ancora le amiche di una vita. Le radici della mia carriera a volte ritornano. Ancora oggi, quando le cose non vanno bene, mi dico: Francesca, riprendi quella fanciullina che lottava nelle piccole palestre. Riprendi in mano il sogno».

E la famiglia? «Anche quella è fondamentale. Sembra retorica, invece è proprio così. So che molti genitori fanno grandi sacrifici per i figli che giocano a volley. Assistono a concentramenti giovanili lunghi e noiosi, ti portano agli allenamenti e alle partite. Poi ci sono genitori che passano dall’altra parte della barricata. Mio padre è sempre stato un grande appassionato, ancora adesso va a vedere tutte le partite delle giovanili dell’Unionvolley. Mia madre ormai è la mia fan numero uno».
La dirigenza di Brescia e di altre società nelle quali hai militato sottolineano molto l’importanza dei tuoi sorrisi e della carica che dai alle compagne: «La grinta e il sorriso possono essere la giusta amalgama per ottenere buoni risultati. Io ho capito che nel volley, se non sei alta due metri, devi avere uno stile positivo e battagliero. Non devi farti schiacciare, un po’ come nella vita. Altrimenti parti già battuta». Cosa ti sta insegnando questo isolamento? «Che nella vita normale diamo per scontate cose che non lo sono, come gli affetti. Ora capiamo che anche una videochiamata di due minuti può essere importante per le persone alle quali vogliamo bene».

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