PANDEMIA

Eurovirus: cartoline dal cuore dell’indomabile Parigi

Lo chef Matteo Audisio racconta il lockdown. Rivaltese, attende la riapertura: «Qui lo svago è fondamentale: la ripresa ci sarà»

04 Maggio 2020 - 23:43

Eurovirus: cartoline dal cuore dell’indomabile Parigi

di UGO SPLENDORE

Con un accento imperlato di Francia e un piglio tutto parigino, Matteo Audisio assiste al lockdown francese dal loggione dei suoi trent’anni, 20 dei quali trascorsi a Rivalta prima di trasferirsi (per amore, per lavoro) in una delle città più belle del mondo. Ci ha vissuto nove anni e mezzo, poi ha scelto di scivolare a Villemomble, cioè in cintura, ma senza esagerare: il centro di Parigi sta a Villemomble come quello di Torino sta a Collegno. «Ho lasciato la capitale perché ormai c’è troppo stress, sembrano tutti robot - spiega Audisio, che oggi è responsabile di cucina del ristorante 44 Chill Out di Noisy-le-Grand, nella corona orientale parigina - Adesso faccio 14 km nel traffico in scooter ogni giorno, ma almeno in periferia si respira».

Governo sempre nel mirino

Dalle ricette piemontesi alla cucina francese di qualità. Un crescendo continuo. Studi alberghieri a Pinerolo, primi passi nella ristorazione, impiego al Club Med di Serre Chevalier e lì, colpo di fulmine: Emilie. Ora hanno un bimbo di due anni. Il menù della vita è stato però modificato dal coronavirus: «Ci saremmo dovuti sposare il 23 maggio, ma il matrimonio è saltato. Se ne riparla tra uno o due anni, perché prima sarebbe davvero una cerimonia surreale...». Riempita dal Tutto, oggi la vita di Matteo Audisio è ostaggio del Niente. Tutto fermo dall’11 marzo: «C’è stato un decreto alle 22 e a mezzanotte è stato chiuso tutto». La Francia si è destata di colpo, dopo giorni nei quali aveva atteso sviluppi interni e ironizzato sui provvedimenti italiani: «In realtà era la classe politica francese che diceva che in Italia si esagerava - racconta Matteo - Invece noi cittadini prendevamo in giro i politici, convinti che stessero sottovalutando la situazione. Il governo è tuttora nel mirino, ma va anche detto che i francesi sono portati a contestare qualunque cosa...».

L’eco del Dipartimento 93

Per non parlare dei parigini, aggrappati a una città-scudo che negli ultimi anni ha vissuto tra lame di terrore: le stragi del terrorismo islamico, la furia delle periferie snobbate (le famose banlieue), l’incendio della cattedrale di Notre Dame, il muso duro dei gilet gialli. «La Francia è così - ribadisce Matteo - Scende subito in strada. I francesi rispetto a noi sono molto più decisi. Di recente c’è stata una protesta fortissima perché il governo ha abbassato di 10 km/h il limite di velocità sulle provinciali. Una vera insurrezione. Da noi non credo che sarebbe successo».

Come sta vivendo la Francia questo periodo d’emergenza? «Vedi, la Francia ha una popolazione intensiva, cioè concentrata per la grande maggioranza nelle città. Le campagne sono spopolate. Per cui ogni area ha un suo quoziente di contagio. Nelle città il rischio di venire contagiati è dunque alto. Il dipartimento dove vivo, il numero 93, è stato il più toccato dall’epidemia, forse perché c’è molta immigrazione. Al momento vigono queste norme di distanziamento: ci si può spostare al massimo di un km e si può stare fuori per un’ora al massimo; sui mezzi pubblici si sale a vagoni alterni, sul metrò si può utilizzare un posto su tre. In Francia abbiamo vissuto un isolamento più veloce che in Italia e anche meno duro. I documenti di autocertificazione sono solo due».

L’integrazione è un antivirus

Come si sono comportate le persone nella tua zona, così fortemente colpita? «L’area è multietnica, con cittadini che provengono da ogni parte del mondo. Abbiamo visto due tipi di comportamento. Uno di chi è integrato, l’altro chi di ha deciso di fare ghetto con i connazionali. Io sono tra gli integrati. Arrivato a Parigi, mi sono dovuto inserire in fretta. Non ho cercato gli italiani, ho cercato i francesi. Nella mia compagnia non si guardano le etnie, ma i comportamenti. Ci sono musulmani, portoghesi, asiatici. Ci accettiamo. E la cosa funziona benissimo. All’inizio mi sentivo perso, poi mi sono ritrovato a vivere in un bel tessuto sociale. Tornando al discorso dell’integrazione, da noi c’è il rispetto delle abitudini e della religione. Ad esempio se facciamo una grigliata, cuciniamo prima il pollo per gli amici musulmani, poi la carne di maiale per noi».

Nella grande Parigi, dove la vita sta per tornare a premere sulle porte dei locali, della cultura e dell’intrattenimento, oggi sono in pochi a fluttuare lenti tra spazi solenni mai visti prima e solcati da mezzi pubblici o da monopattini elettrici a noleggio, molto diffusi nella capitale. Il grosso della vita è però chiuso in casa. Matteo, come trascorri le tue giornate domestiche? «La mia compagna, che nella vita è coordinatrice di studi clinici sul cancro, lavora in smart-working e io mi occupo di nostro figlio. Sono momenti che non avrei avuto, se non ci fosse stato questo blocco, e dunque me li godo. Poi un po’ di svago alla play-station e un po’ di aggiornamento per elaborare o migliorare i piatti del ristorante, che è tradizionale francese».

Quando riaprirà? «Ci è stato detto l’8 giugno, ma soltanto quattro giorni prima sapremo se verrà confermata la riapertura. Sulle modalità non sappiamo ancora niente. Francamente la divisione tra le persone con il plexiglas mi pare quasi impossibile da attuare. Per come sono fatti i francesi, con la loro voglia di socializzare, credo che l’afflusso ai tavoli sarebbe bassissimo».
Temi un contraccolpo economico? «Non penso che ci saranno ripercussioni pesanti. Credo che in Francia il settore dello svago si riprenderà in fretta. Sono sicuro che qui, appena verrà riaperto tutto, ci sarà un grande afflusso per la grande voglia di socializzare. Il settore più in difficoltà sarà quello del turismo, per tutta una serie di problematiche legate agli spostamenti tra i Paesi».

«Tornare in Italia? No grazie»

Siete tutelati dal governo? «Per due mesi avremo la cassa integrazione. In pratica, noi siamo parte dell’azienda, che paga l’80% dello stipendio. Lo Stato provvederà a rimborsarla, anche se i tempi potrebbero essere lunghi. La busta paga francese è più realistica rispetto a quella italiana. Da noi c’è il salario minimo di 1200 euro per i lavoratori. Va detto che qui l’assistenza sanitaria è semi-gratuita, perché dal 2012 ogni lavoratore ha anche un’assicurazione-vita personale che costa 16 euro al mese e che copre spese importanti, come gli interventi chirurgici. In Francia c’è inoltre una sorta di doppia Imu: una tassa sull’abitazione, una tassa sul proprietario».

Ormai ragioni da cittadino francese, si sente. Ma hai mai pensato di tornare in Italia? «Ci ho provato nel 2014, a Torino. In un locale, dove venivo pagato con voucher, ho migliorato la cucina con le mie ricette. Loro, forse per ringraziarmi, mi hanno lasciato a casa. Dopo due mesi ero già tornato a Parigi. Ho mandato quattro curricula in Francia e nel giro di due giorni mi hanno chiamato. Sono partito subito in treno, ho fatto un colloquio alle 14,30 e l’indomani ero già sul posto di lavoro. Non è uno scherzo, è tutto vero».

su Luna Nuova di martedì 5 maggio 2020

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