ALMESE-TORINO

Chi può aprire il negozio ma non lavora: il danno e la beffa

Lockdown, il caso di Grassi Sport: «Coi comuni chiusi clienti al minimo, è durissima. Avanti così e chiuderemo noi. I ristori? Per ora non siamo inclusi»

09 Novembre 2020 - 23:05

Chi può aprire il negozio ma non lavora: il danno e la beffa

di MARCO GIAVELLI

Quello di “Grassi Sport”, esercizio commerciale di articoli sportivi specializzato nel settore montagna, è il grido d’allarme che si alza da quella “terra di mezzo” dove sulla carta puoi lavorare, ma di fatto è come se fossi chiuso. Con il rischio che, proprio perché sei aperto, non arrivino nemmeno i famosi “ristori” promessi dal governo, o comunque in forma minore. Oltre al danno, pure la beffa. Cornuti e mazziati. È come si sentono molte delle attività che vivono sulla loro pelle questa situazione. «Con i primi decreti il fatturato si è già ridotto di circa il 50 per cento rispetto all’anno scorso: Cervinia, ad esempio, aveva aperto le piste, ma poi è stata subito chiusa - spiega l’almesino Stefano Grassi, titolare insieme alla sorella Raffaella del negozio di famiglia che si trova in corso Siracusa 196/h a Torino, attivo dal 1983 - man mano che le misure si sono inasprite viaggiamo su un -90 per cento circa, sabato siamo arrivati a una perdita del 93-94: in tutta la giornata, solitamente quella più battuta, sono entrati due clienti».

Con queste premesse non è da escludere che il copione diventi del tutto simile a quello del lockdown di primavera: «Inizialmente ci avevano lasciati aperti: dopo una settimana hanno chiuso anche le attività con il nostro codice Ateco, decisione che avremmo preso comunque in modo autonomo per una questione sia economica, visto che di lavoro non ce n’era, sia di salute, dal momento che il virus circolava eccome. Però nel complesso ci eravamo salvati: il nostro è un lavoro stagionale che concentra l’85 per cento delle vendite tra novembre e febbraio, per cui a marzo la stagione era praticamente finita e i fornitori erano stati tutti pagati. Insomma, quello che solitamente facevamo l’avevamo fatto, pur avendo chiuso aprile con un -90 per cento». Un’attività come la loro aveva poi ricevuto dallo Stato il 10 per cento del mancato incasso di aprile 2019 al netto dell’Iva, quindi il bonus regionale, «con una procedura devo dire piuttosto veloce», più il bonus statale dei 600 euro: sommando tutto, un po’ meno di 10mila euro. Ma il nuovo lockdown va a coincidere con la “fase calda” delle vendite e allora sì che la preoccupazione sale: «Io di natura non sono pessimista, ma in questi giorni sono un po’ più nervoso del solito», non nasconde Stefano Grassi.

Gia, perché gli ordini, ovviamente, erano stati fatti a tempo debito «e per quanto, consci del momento, abbiamo ordinato meno di quanto facevamo di solito, ora abbiamo articoli da pagare per un valore intorno al mezzo milione di euro: alla fine il tutto diventerà una contrattazione interna fra noi e i fornitori. La chiusura degli impianti da sci è stata una mazzata: finora la gente sperava di poter fare almeno scialpinismo e escursionismo, ma adesso che non si può più uscire dai confini del proprio comune non si vende più nulla». E il rischio è che anche dal “decreto ristori”, «dicitura orribile», non arrivino aiuti concreti: «Ora come ora ci sono sicuramente più attività aperte rispetto a marzo-aprile: spero di sbagliarmi, ma la sensazione è che l’elenco sia così lungo per limitare la platea degli aventi diritto. Il problema è che ti lasciano lavorare, ma di fatto non lavori e così non ti indennizzano. Ho letto le prime anticipazioni del decreto e il nostro codice Ateco non c’era. Sono convinto però che questa situazione durerà poco. Tempo cinque-sei giorni e chiuderanno anche noi, parrucchieri e gli altri rimasti aperti perchè ritenuti necessari, non si sa bene perché».

Altro aspetto non secondario è quello dei dipendenti: da “Grassi Sport” normalmente sono due, a cui se ne aggiungono altri due stagionali per l’autunno-inverno. «Per ora stanno lavorando con noi, contenti di farlo perché a casa impazzirebbero - prosegue Stefano - ma di questo passo non potrà durare a lungo: valuteremo la cassa integrazione almeno per metà tempo che nel caso cercheremo di anticipare noi, prendendo quel piccolo aiuto che ci spetta. Delle associazioni di categoria purtroppo mi fido molto poco perché il più delle volte difendono gli interessi degli altri, prima dei nostri. L’Ascom non ha mai scritto ai propri associati per partecipare ad una manifestazione di piazza se non per aderire all’appello pro Tav delle “madamin” di due anni fa, quando sarebbe più opportuno farsi sentire, ad esempio, contro le grandi multinazionali del commercio on-line che distruggono il settore. Gli stessi colleghi, a mio avviso, a volte perdono di vista il vero problema: per molti di loro sono solo le tasse, quando in realtà è la mancanza di benessere diffuso e il fatto che la gente abbia sempre meno soldi, ma sembrano non accorgersene».

Cosa fare allora, in questa “terra di mezzo” della pandemia? «Non avere l’affitto da pagare per noi è già un gran sollievo, anche se restano le spese fisse. La situazione certo è molto complicata: se il meccanismo dei “ristori” è ben studiato meglio restare chiusi, anche per non favorire la circolazione del virus. Finora lo Stato, facendo da garante sui prestiti bancari, ha permesso che i tassi d’interesse fossero calmierati: sarebbe un grande aiuto se si facesse carico anche degli interessi. Quanto a noi, potrebbe addirittura essere che chi non è costretto a chiudere non abbia nemmeno diritto allo spostamento delle tasse di novembre, nonostante sia come se fossimo chiusi lo stesso. Io non le pagherò e vediamo cosa succede: tengo a precisare che il mio non vuol essere uno sciopero fiscale, forma a cui io sono contrario. Il problema è proprio una carenza di liquidità: se li avessi le pagherei anche in un’ottica solidale, per sostenere il sistema».

Resterete aperti? «Vediamo i primi giorni di questa settimana: nei giorni feriali forse le cose potrebbero andare un po’ meglio perché la gente, lavorando, si muove comunque, mentre nel week-end, non potendo fare nulla, rimane a casa. Ma se la situazione non migliorerà, ammesso non ci chiudano per decreto, chiuderemo volontariamente, mantenendo la vendita on-line e le consegne a domicilio. “Tu ci chiudi tu ci paghi” è uno slogan sacrosanto, a cui però aggiungerei: “Tu ci dovresti pagare anche se non possiamo lavorare normalmente”».

su Luna Nuova di martedì 10 novembre 2020

Inserisci un commento

Condividi le tue opinioni su Luna Nuova

Caratteri rimanenti: 400

Ultim'ora

La cultura valsusina ha perso il maestro Marcello Oliveri

La cultura valsusina ha perso il maestro Marcello Oliveri

LUTTO

Tav, i sindaci alla De Micheli: «Una nuova "Via" è ineludibile»

Tav, i sindaci alla De Micheli: «Una nuova "Via" è ineludibile»

TORINO-LIONE

Rivoli, panettoni per il personale del Pronto soccorso

Rivoli, panettoni per il personale del Pronto soccorso

SANITA'

Rivoli: a Cascine Vica avanza il cantiere per la metropolitana

Rivoli: a Cascine Vica avanza il cantiere per la metropolitana

TRASPORTI

Alpignano, lavori al ponte al via in primavera

Alpignano, lavori al ponte al via in primavera

VIABILITA'

Villardora, al via i tamponi rapidi: ecco come funzionano

Villardora, al via i tamponi rapidi: ecco come funzionano

CORONAVIRUS

Tav, incontro governo-sindaci rinviato a venerdì mattina

Tav, incontro governo-sindaci rinviato a venerdì mattina

TORINO-LIONE

Tav: mercoledì l'incontro tra l'Unione montana e la ministra De Micheli

Tav: mercoledì l'incontro tra l'Unione montana e la ministra De Micheli

TORINO-LIONE

Asl To3: il nuovo direttore generale sarà Franca Dall'Occo

Asl To3: il nuovo direttore generale sarà Franca Dall'Occo

SANITÀ