PANDEMIA

S.Antonino, nonno Sandro si arrende al Covid: «In una settimana se l’è portato via»

76 anni, stato di salute sotto controllo, poi è arrivata la polmonite: il possibile contagio in famiglia, nonostante le precauzioni. La moglie: «Anche io con i sintomi, ma nessuno mi ha fatto il test»

13 Novembre 2020 - 00:20

S.Antonino, nonno Sandro si arrende al Covid: «In una settimana se l’è portato via»

di MARCO GIAVELLI

Se n’è andato in una settimana Alessandro Patrignani, 76 anni, colpito da un focolaio di polmonite che, una volta entrato in ospedale e sottoposto al tampone, è stato accertato come caso positivo al Covid-19. Una storia emblematica, la sua, sotto tanti aspetti: per l’aggressività del virus, per la sua facilità di trasmissione all’interno dei contesti familiari e, non ultimo, per i danni irrimediabili che il mancato tracciamento dei contagi, ormai completamente saltato da alcune settimane, può provocare. Sandro era stato affetto diversi anni fa da alcune patologie che aveva comunque risolto: «Aveva una situazione di salute del tutto sotto controllo - ricorda ancora scossa la moglie Sirkka Tikka, finlandese di origine, nota alle cronache sportive per essere stata campionessa italiana di tiro con l’arco nella specialità “tiro di campagna”, con una trentina di medaglie portate a casa in carriera - usciva, era una persona sempre in movimento: abbiamo sempre prestato tutti grande attenzione alle regole, eppure è bastata una settimana perché il Coronavirus se lo portasse via. Da quando, mercoledì 28 ottobre, è entrato in ospedale, non abbiamo più potuto né sentirlo, né vederlo». Uno degli aspetti più struggenti di questa pandemia.

Ricostruendo a ritroso i contatti avvenuti nel mese scorso, è del tutto possibile che Sandro sia rimasto contagiato durante una cena in famiglia: «Abbiamo seguito tutte le precauzioni del caso, come distanziamento e mascherine, ma evidentemente non è bastato - racconta il figlio Mika Tornstrom - Un paio di giorni dopo mia moglie, che solo successivamente ha scoperto di essere stata a contatto con una persona positiva, ha iniziato ad accusare i classici sintomi da Covid-19: solo a quel punto si è quindi “barricata” in casa e si è sottoposta al tampone molecolare, ma ci sono voluti ben 16 giorni per avere l’esito e quindi la conferma di essere risultata positiva. Una cosa inconcepibile. Eppure nel frattempo nessun altro della nostra famiglia, composta da sei persone, è stato sottoposto al tampone per volere delle autorità sanitarie: a parte mio padre, che l’ha eseguito una volta entrato in ospedale, solo in due sono stati tracciati, ma perché volontariamente hanno effettuato il test, poi risultato negativo. Non possiamo però escludere che fossero stati contagiati anche loro e che nel frattempo si siano negativizzati».

Nemmeno Sirkka Tikka ha potuto sottoporsi al tampone, nonostante dal 20 ottobre scorso si fossero chiaramente manifestati tutti i sintomi da Covid-19: febbre, tosse, mal di testa. Sintomi che in suo marito Sandro sono emersi più o meno nella stessa forma, con qualche giorno di ritardo: «Io non ho perso il gusto e l’olfatto, mio marito nemmeno ma semplicemente perché in lui erano rimasti carenti da tempo, a seguito di alcuni problemi di salute che aveva avuto in passato. Infatti, scherzando, gli dicevo: “Se per caso ti ritornano, allora significa che qualcosa non va”. In ogni caso nessuno ci ha contattato per svolgere il tampone: a mio marito l’hanno fatto solo una volta che è entrato in ospedale, dopo che purtroppo la situazione si era aggravata».

In soli otto giorni il suo quadro clinico è irrimediabilmente precipitato e giovedì 5 novembre Sandro ha dovuto arrendersi. Da solo, senza nessuno dei suoi famigliari al proprio fianco. «Aveva il telefonino, ma ormai non poteva più usarlo. Nel frattempo io ho fatto un tampone rapido nella speranza di poter almeno partecipare al suo funerale: per fortuna è risultato negativo e ho potuto andarci. Ora sono due settimane che non ho più febbre e sintomi: sicuramente sono stata positiva anche io, eppure non ho in mano nulla che lo certifichi». Il funerale di Alessandro Patrignani è stato celebrato sabato scorso, 7 novembre, nella chiesa parrocchiale di Sant’Antonino: nato a Torino, avrebbe dovuto compiere 77 anni lunedì prossimo, 16 novembre, mentre il 23 lui e la sua Sirkka avrebbero festeggiato 45 anni di vita insieme, tra fidanzamento e matrimonio. «Nonostante fosse un “torinese bogianen” - lo ricorda con affetto - per 30 anni ha girato il mondo: il suo lavoro in Fiat nel settore delle turbine, e poi in Fiat Avio, lo ha portato in Arabia Saudita, India, Bangladesh, Usa, Kuwait, Thailandia, Qatar, Pakistan, solo per citarne alcuni».

Grande appassionato di aeromodellismo, amava anche la montagna: da giovane era stato scout e, prima di buttarsi a capofitto nel lavoro, aveva tenuto per un breve periodo la gerenza del rifugio Toesca, sulle montagne di San Giorio. «Era un uomo molto pacato, buono, disponibile e adorato da tutti». Anche, naturalmente, dai suoi nipotini: «Sicuramente ricorderò la sua dolcezza, la sua nobiltà d’animo e il suo stare “un po’ fra le nuvole” - ha scritto la nipote Rebecca in una commovente lettera d’addio - se adesso dovessi chiudere gli occhi e immaginare dove ti trovi e ciò che stai facendo adesso, ti immagino con una delle tue cravatte eleganti ad intagliare il legno e a realizzare giochini per gli angioletti del cielo, ti vedo a giocare insieme a loro e a far volare gli aeroplanini».

su Luna Nuova di venerdì 13 novembre 2020

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