SANITA'

Rivoli, tutti dalla parte del dottor Grio

Valanga di messaggi di buona guarigione dopo l'annuncio della positività al Covid 19 del primario del reparto di rianimazione

20 Novembre 2020 - 00:15

Rivoli, tutti dalla parte del dottor Grio

di STEFANO TONIOLO

C’è chi l’ha definita erroneamente una “beffa”, ma i messaggi di buona guarigione non sono mancati. Da qualche giorno nella conta degli attualmente positivi a Sars Cov2 c’è anche Michele Grio, direttore della struttura di anestesia e rianimazione dell’ospedale cittadino. In questi mesi di pandemia Grio, romano d’origine e piemontese d’adozione, è sempre di più un riferimento per il territorio servito dall’ospedale. Serio, equilibrato, ma soprattutto umano ed empatico.

Innanzitutto come sta?
«Io sto bene. Ho soltanto un po’ di raffreddore, che non so se è dovuto al coronavirus o alla mascherina che porto sempre».

Forse è banale, ma se lo aspettava?
«Io mi facevo forte di essere più che rigoroso nelle misure di prevenzione, ma purtroppo vivendo in un reparto con nuvole di coronavirus, la possibilità c’era. La mia speranza di non finire tra i quadri clinici gravi per ora è soddisfatta. Adesso devo stare a casa e lavoro per l’ospedale».

E pensare che il tema della protezione degli operatori sanitari era emerso con prepotenza a marzo. Da questo punto di vista come sta andando durante questa seconda ondata?
«A noi non sono mai mancati i dispositivi di protezione. L’aumento dei contagi tra il personale sanitario è la caratteristica di questa seconda ondata. La seconda ondata è peggiore ed è maggiore la possibilità di infettarsi. A marzo non conoscere il nemico ci ha fatto chiudere tutto, mentre ora “ci siamo sbracati”, diciamo a Roma. Ma non possiamo colpevolizzarci: io sono stato tra i primi a sostenere l’apertura delle scuole. Prima la priorità era sopravvivere, mentre ora la priorità era sopravvivere bene e tra questo c’è il diritto allo studio».

Quindi secondo lei siamo arrivati preparati, anche a livello territoriale, alla seconda ondata di contagi oppure di poteva fare meglio?
«Col senno del poi siamo buoni tutti. Caratterialmente sono ottimista e speravo che non succedesse, anche se sapevo che sarebbe successo. Non invidio chi doveva prendere decisioni. Con il senno del poi si poteva fare di più, a partire dai trasporti, che avrei organizzato in maniera diversa, limitando gli accessi. Avrei incentivato lo smart working nei settori dove si poteva applicare e in estate avrei controllato di più i luoghi di assembramento. È un’analisi che ha senso a posteriori. Tra l’altro oggi la gente è meno incline a certe decisioni e talvolta bisogna scegliere tra la paura di morire e la paura di morire di fame. Nella prima ondata siamo stati resilienti, mentre ora sarebbe servito qualcosa in più, ma lo dico senza presunzione. Sono un clinico: se un paziente sta male, lo curo».

Adesso in che punto siamo dell’emergenza?
«Abbiamo raggiunto il picco, ma non so se ce l’abbiamo alle spalle. Probabilmente siamo nella fase di appiattimento della curva. Dobbiamo capire quanto ci vuole. Vedremo i segnali di queste misure tra un paio di settimane. Avremo il problema dei pazienti “post-intensivi” (usciti dalla terapia intensiva, ndr), che hanno bisogno di riabilitazione, e non ci va un giorno. Stiamo cercando di inserire un ambito con personale dedicato, di cui si parla poco, ma necessario. Il grosso lavoro è il post riabilitazione e non ci siamo preparati. In Asl To3 stiamo cercando di organizzarci. Speriamo che la programmazione preveda la formazione di nuove persone. I medici sono pochi e abbiamo difficoltà a coprire i turni. Mi viene da ridere a vedere i corsi veloci da anestesista: faccio fatica a formare uno specializzando in due settimane».

Oltre a ciò cosa si dovrà fare nei prossimi mesi, per cercare di non tornare in una situazione d’emergenza?
«La miglior risposta la danno i sopravvissuti, che hanno superato la fase acuta e che sono tornati dalle famiglie. Sono amici, che spontaneamente ci chiamano. Il loro benessere è stato terapeutico: c’è stato un mutuo soccorso. Loro sono stati la migliore speranza. Va bene avere dubbi e non credere, ma il clima d’odio non va bene. Mi costa meno avere il letto vuoto, non mi sono arricchito e non mi conviene lavorare di più e peggio. Facciamo parte della società e leggere certe cose fa male».

Si riferisce a qualche negazionista?
«Non mi piace dare categorie. Ho scritto che ero positivo e che avrei dato il mio punto di vista da paziente ed è uscito di tutto, anche chi parlava di “karma”. Ho imparato a non dare adito ai commenti, ma alcuni erano da denuncia».

Tornando alla gestione dell’epidemia, secondo lei quanto conterà e quanto conta la medicina territoriale? Non mi riferisco solo all’ospedale, ma anche ai diversi poli sanitari locali, come quello di Avigliana o Venaria...
«Secondo me è fondamentale. Forse mi concentrerei sui medici di medicina generale e sulle cure domiciliari, che riescono ad arrivare ai pazienti. Dovremmo concertare le cure con gli ospedali. È una parte della medicina da inventare. Molte cure dell’ospedale possono essere svolte in sicurezza a casa e non mi riferisco solo a Covid-19. Con urologi abbiamo trattato qualche caso con la telemedicina con risultati soddisfacenti, ma non può essere solo un esperimento dell’Asl To3».

Su Luna Nuova di venerdì 20 novembre 2020

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