COVID-19

S.Antonino, Lele ‘il guerriero’ si è arreso al virus: «Vi amo tutte»

Le sue ultime parole via telefono a moglie, figlie e nipotina. Ex negoziante, paramanista e giocatore di baseball, stava resistendo a un tumore

10 Dicembre 2020 - 22:46

S.Antonino, Lele ‘il guerriero’ si è arreso al virus: «Vi amo tutte»

di MARCO GIAVELLI

«Vi amo tutte». Sono le ultime parole che Raffaele Ierardi ha pronunciato al telefono prima di essere intubato e di lasciarsi andare. Parole che resteranno scolpite per sempre nel cuore di Antonella, sua moglie, delle figlie Deborah e Sara e della piccola Viola, «la sua ragione di vita». La nipotina che alla vigilia di Natale spegnerà le sue prime tre candeline. «Nonno mio», lo chiamava. E lui faceva tutto per lei: ci giocava insieme, la coccolava, all’occorrenza le cambiava il pannolino. Ha potuto conoscerla e godersela solo per pochi anni. Il maledetto Covid è andato a infierire su un corpo, il suo, già fragile, provato da un tumore raro contro cui, dal 2016, Raffaele ha sempre combattuto come un guerriero. Ma dopo una settimana di ricovero all’ospedale San Luigi di Orbassano, all’età di 54 anni ha dovuto arrendersi: un colpo durissimo per una famiglia molto unita, ma anche per un paese, Sant’Antonino, in cui Ierardi si era fatto conoscere ed apprezzare per tanti motivi, professionali e aggregativi.

Originario di Rocca di Neto, in provincia di Crotone, Raffaele era nato due volte, e lui ci scherzava su: venuto al mondo in casa il 10 ottobre 1966, all’anagrafe la sua data di nascita diceva 21 ottobre, forse per colpa di un ritardo nella registrazione. «Lui la girava a suo favore - racconta commossa la moglie Antonella Tufano - capitava che ricevesse gli auguri due volte, con una doppia occasione per festeggiare, e se qualcuno si dimenticava c’era sempre l’opportunità per rimediare». Aveva iniziato a lavorare con suo papà Salvatore subito dopo le scuole medie. Per 30 anni il mattone è stato il suo fedele compagno di lavoro. Era paramanista, una professione che ha sempre svolto con grande passione, insegnando a tanti ragazzi i primi rudimenti del mestiere. Sono tante le case che le sue mani hanno modellato, ma non è questo l’unico motivo per cui oggi in tanti lo ricordano con affetto: Lele era stato anche commerciante di abbigliamento all’indimenticabile jeanseria “The Wall” di via Torino, che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 ha vestito generazioni di giovani alla moda. Per tre anni aveva affiancato sua moglie nella conduzione dell’attività, prima di fare ritorno al mattone.

Altri ancora ricorderanno Raffaele Ierardi per la sua lunga militanza sui diamanti del baseball: già da ragazzino, quando abitava a Sant’Ambrogio, aveva mosso i primi passi nell’Avigliana, poi quando si è trasferito a Sant’Antonino è entrato negli Angels come battitore, vestendo la maglia 17, numero che tante bonarie prese in giro aveva suscitato da parte dei compagni di squadra. Per alcuni anni era stato anche sponsor della società: l’ultima sua partita risale al luglio 1996. «Sono stati anni stupendi, in cui si giocava soprattutto per stare insieme: noi mogli e fidanzate andavamo al campo a vedere le partite, poi la sera si andava a mangiare fuori tutti insieme. Il lato agonistico contava il giusto: erano la compagnia e l’unione l’elemento trainante». Un’altra sua passione era l’Oktoberfest di Monaco, dove amava andare insieme ai suoi amici più stretti, con ben sei-sette spedizioni in Baviera.

Una vita felice, pur con le difficoltà della crisi economica che dal 2009 si erano fatte sentire anche nel suo settore. Ma il momento più duro è arrivato quando nel 2016 gli è stato diagnosticato un tumore raro, per il quale ha dovuto sottoporsi a più interventi chirurgici e a terapie invasive: un problema che in più occasioni lo ha reso facile preda di polmoniti. «Purtroppo quel male non sarebbe mai andato via del tutto, ma la cosa positiva era che si poteva comunque tenere sotto controllo ed è ciò che stava facendo: è stato un vero guerriero. Visti i suoi trascorsi temeva molto il Covid ed è sempre stato scrupolosissimo: nel pieno della pandemia, per tutelarlo sono stata io stessa, spalleggiata dalle mie figlie, a proporgli di dormire separati e così abbiamo fatto per un po’». La situazione è precipitata venerdì 27 novembre, quando Lele ha iniziato ad accusare tutti i classici sintomi: tosse, febbre, saturazione bassa. Lunedì 30 la visita dal suo oncologo di fiducia e a seguire il ricovero al San Luigi di Orbassano.

«Lui voleva evitarlo in tutti i modi. Ad aprile era già stato ricoverato nel reparto Covid per una polmonite bilaterale sospetta, nonostante l’esito negativo dei tamponi. Abbiamo quindi chiesto di fare in modo che si potesse curare a casa se fosse stato di nuovo negativo, ma stavolta prima il test rapido e poi quello molecolare hanno dato esito positivo. Lì è iniziata la fine: giovedì 3 dicembre lo abbiamo ancora sentito al telefono e ci ha detto “Vi amo tutte”». Antonella ha la voce rotta dalle lacrime: «Poi lo hanno intubato e noi dopo il 30 non abbiamo più potuto vederlo. È una cosa disumana. Se n’è andato senza che nessuno di noi abbia potuto dargli un bacio, un abbraccio, tenergli la mano».

Ma il dolore, sconfinato, lascia spazio ai tanti ricordi che li uniranno per sempre: «È stato un marito fantastico, non mi ha mai fatto mancare nulla. Un padre che dopo 12 ore di duro lavoro arrivava a casa e diceva: “Ragazze, mi faccio la doccia e poi gioco con voi”. Non è mai mancato ad una recita, un saggio, un momento di festa delle sue figlie. Era un po’ diffidente di carattere, non dava subito confidenza, ma quando si apriva dava tutto se stesso: Lele era un uomo generoso, aiutava tutti. In questi giorni sto ricevendo tutto l’affetto e l’amicizia che lui ha sempre seminato». «Ha vissuto per noi, in tutto e per tutto - lo ricorda la figlia Deborah - il mio papà immunodepresso era l’uomo più forte che conoscessi: sono arrabbiata perché per quanto abbiamo cercato di proteggerti non ci siamo riuscite. Ci hai donato così tanto amore e coraggio che ora ti ricorderemo così, per quello che eri e sei: amore. E l’amore non muore mai». «Mancherai per sempre - aggiunge Sara - io ti ricorderò così, felice: racconterò ai miei figli chi è il mio papà e dirò che tu eri il mio eroe».

su Luna Nuova di venerdì 11 dicembre 2020

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