CORONAVIRUS

Le cure domiciliari e gli infermieri che valgono doppio

Un ‘esercito nascosto’ reclutato per sostenere la lotta al Covid. Il pericolo del contagio nella routine dei prelievi: lo stress sale alle stelle

17 Dicembre 2020 - 22:51

Le cure domiciliari e gli infermieri che valgono doppio

di UGO SPLENDORE

Reclutato a marzo nella legione anti-Covid e spedito al fronte dentro i paradossi dell’emergenza, oggi l’esercito semi-invisibile degli infermieri che prestano cure domiciliari è ancora in prima fila, in attesa di attraversare la steppa del ritorno verso una normalità che di normale, in verità, ha quasi sempre avuto poco.

Con le mascherine, all’esercito liquido è stata tolta l’arma migliore, il sorriso, che ora sgorga da sopra e bisogna andare a coglierlo dagli occhi come ciliegie dall’albero. Gli infermieri delle cure domiciliari bussavano alle case con la loro divisa fatta persona, oggi sembrano scesi da un’astronave con l’impaccio di chi non sa bene come calpestare certe galassie. Erano prodotti unici di carne e ossa. Oggi sanno di gomma e disinfettante. In piena emergenza, mentre sudavano solo a vestirsi, c’era chi li faceva oggetto di dibattito sollevando obiezioni come questa: loro rischiano ogni giorno e vengono pagati una miseria, mentre un medico di base riceve un contributo ogni volta che affida un paziente al sistema sanitario. Il dibattito resta in piedi, debolmente aperto.

Che ci siano da attraversare deserti di umanità imbruttita dal Covid o foreste burocratiche senza ritorno, questa silente armata si aggrappa, ad ogni risveglio e tutte le sere prima di andare a dormire, all’ultimo privilegio di una professione fondata sul verbo aiutare: il contatto con l’ammalato. Mentre negli ospedali l’infermiere è, suo malgrado, diventato un filtro tra paziente e famigliare, una soglia umana insuperabile, l’infermiere che entra nelle case continua ad essere quello che è sempre stato: un soffio dall’esterno, un sostegno, un protocollo di affetto. A volte, un amico.

Il lavoro prima della pandemia

L’esercito è stato concepito per affrontare le mille varianti di un paziente costretto a casa, per aiutare persone non autosufficienti o in condizioni di fragilità assoluta, per alleviare il peso a chi da solo non riesce ad accudire il congiunto. Cosa fa un infermiere a casa? In pratica migliora la qualità della vita della persona nel proprio ambiente familiare, evitando per quanto possibile il ricorso al ricovero in ospedale. Dunque presta cure per stabilizzare il quadro clinico (flebo, farmaci, medicazioni e altri passaggi prestazionali come il cambio di un catetere) e interviene per limitare il declino funzionale del paziente. Le cure domiciliari rientrano nei Lea (Livelli essenziali di assistenza): scattano dopo la cosiddetta ‘valutazione multidimensionale’ di un ammalato e dopo l’autorizzazione dell’Asl. I pazienti sono di tutte le età e di ogni fascia sociale. Possono soffrire di patologie croniche, oppure essere stati dimessi dall’ospedale. Sono per la maggior parte malati oncologici e anziani. Le assistenze vengono pianificate ed effettuate in collaborazione con un medico, tramite una visita congiunta.

Collegno, i volti dell’esperienza

In genere un infermiere delle cure domiciliari è un professionista esperto, perché deve saper fare molto attorno al letto di un ammalato. Non è un mestiere facile, non ha lo stesso appeal di una carriera in ospedale. Ma a ovest di Torino queste figure non mancano. Sono divisi in dipartimenti territoriali che si identificano sotto la dicitura ‘Struttura semplice delle cure domiciliari’, seguita dall’area. Quella Metropolitana-Centro Asl To3 copre Collegno e Grugliasco con dieci infermieri. Nove sono invece impegnati nella zona Rivoli-Rosta-Villarbasse.

Nel gruppo di Collegno-Grugliasco l’aria di esperienza si respira forte. Oltre la scalinata d’accesso alla sede di Villa Rosa, superato il triage all’ingresso, si attraversano corridoi gialli con porte aperte sugli uffici e si arriva alle stanze dove si organizza il gruppo. Paiono soldati pronti ad uscire in missione speciale. Divise, zaini, medicinali. Basta poco per capire che se lavorassero da soli, senza struttura e organizzazione, senza fare squadra, fallirebbero. In questo gruppo ci si conosce da una vita. Alle pareti sono appese foto di amicizia e di colleghi che non ci sono più. La squadra è di tutte donne. A inizio 2020 è arrivato Gianluca, giovane di Rivoli, dato in prestito fino a nuovo ordine. Lui si trova bene: «Imparo molto ogni giorno, mi aiutano tantissimo». Ci sono vere e proprie veterane, la resilienza fatta persona. Lorella e Tiziana vanno in pensione il prossimo anno, Barbara è qui dentro dal 1988. È appena andato in pensione il dottor Girolamo Bocale.

Marzo 2020, odissea nel virus

Un anno fa, di questi tempi, i nemici erano la routine e lo stress. A marzo 2020 bussano alla porta. Chi è? Sono il Covid. Gelo, poi caos. Nell’emergenza vengono allestite le Usca (Unità sanitaria di continuità assistenziale) composte da medici e infermieri. Quelli domiciliari collaborano con le nuove cellule della guerriglia contro il virus. In fase di riorganizzazione dei servizi, le Asl sfruttano anche il personale delle cure domiciliari, che però ha ancora tutto il lavoro sul campo da mandare avanti, non può fermarsi. Tra i pazienti si aggiungono i positivi al Covid, ma soltanto quelli che non necessitano di assistenza medica specialistica e possono stare a casa. E poi tamponi, tamponi come se piovesse. Aumentano le ore di lavoro, sotto i camici si fa la sauna.

Un periodo folle. Tutte ricordano qualcosa: «Potevi essere chiamato a fare tamponi ovunque. Tra noi c’è chi è andato fino a Cavour. La grande battaglia è stata a marzo. C’era il buio. Era tutto caotico. I protocolli cambiavano in continuazione, oggi sono migliorati, soprattutto su vestiti e dispositivi. Ci arrangiavamo di brutto. Mancavano camici, sovra-camici, mascherine. Ci sentivamo spaesati, un po’ allo sbaraglio. Non conoscevamo la malattia e vivevamo nel timore di contrarla. Anche per i vertici era una novità. Le lacune del sistema nazionale sono affiorate, è stata una lezione per tutti».

«Nel cuore delle persone»

La squadra non ha smesso di fare squadra. Oggi lo stress da Covid si fa di nuovo sentire. L’estate è durata poco, in autunno è arrivata la coltellata. Natale? Cambia niente. Turni per le festività, come sempre. Al lavoro si andrà da soli, come al solito. Ognuno ha un elenco di pazienti. Si praticano le cure, si insegna ai famigliari la gestione di certe situazioni, come ad esempio cambiare una flebo. Si prova a dare continuità, a ottimizzare le risorse. In coppia si va solo a fare tamponi, perché ci sono le procedure di vestizione e svestizione nelle quali ci si deve aiutare, senza dimenticare l’organizzazione dei materiali.

«È un lavoro molto umano - suggeriscono quelle della squadra - C’è il contatto con un’umanità sofferente. Ci sono casi che ti entrano nel cuore, perché ti identifichi un po’ in certe situazioni. È capitato a ognuna di noi. Se sei una madre ragioni sulle malattie dei giovani, se sei una figlia con genitori anziani ragioni sulle patologie che li colpiscono». Per i casi più gravi ci sono associazioni convenzionate con l’Asl (‘Luce per la vita’, ‘Faro’) che seguono i pazienti. Gli infermieri domiciliari fanno la supervisione insieme al medico curante.

Stefania, 47 anni, lavora qui dal 2002. Racconta il lato umano di una professione fuori dal comune e dal mezzo gaudio: «In questa emergenza la gente si è chiusa. Ha paura. Prima era più facile parlare, oggi c’è il timore del contatto in tutti, non solo gli anziani. Con certi pazienti si creano rapporti anche profondi. Non che si diventi un parente, ma certo qualcosa di più di un conoscente. Si diventa quasi amici. Ti offrono il caffè, gli porti conforto e incoraggiamento. Tra noi c’è chi ha seguito un ammalato per anni, accompagnandolo alla fine, e chi ancora oggi sente al telefono, ad anni dalla scomparsa del paziente, i suoi famigliari. Si rimane nel cuore delle persone».

In 18 anni Stefania ha visto questo lavoro cambiare: «Quando sono arrivata era tutto diverso. C’erano ancora gli ambulatori e qualcuno di noi si staccava per andare negli ambulatori decentrati per prendere la pressione o fare medicazioni semplici. I pazienti sono aumentati. L’età media si è alzata. Ho notato un peggioramento dello stato sociale delle famiglie: sono sempre più povere, ci sono più anziani. Collaboriamo molto con i servizi sociali per supportare persona e famiglia».

I giorni e il mondo cambiato

L’orario di lavoro è standard. Turno del mattino e turno del pomeriggio, copertura fino alle 20. La mattinata-tipo è scandita dai prelievi a domicilio (dalle 8 alle 10: provette portate in sede, da dove vengono spostate all’ospedale di Rivoli) e, dalle 11, dalle cure domiciliari vere e proprie, casa per casa. Burocrazia a manetta: mail da inviare a mezzo mondo, archiviazioni di pratiche, sollecitazioni assortite. Il tutto per uno stipendio che mediamente si aggira intorno ai 1500-1600 euro. Chi lavora in ospedale guadagna di più, perché ci sono indennità notturna e festivi. Nelle cure domiciliari non si fanno i tre turni. Sabato e domenica si lavora. La reperibilità (nei week-end, a rotazione) è pagata più dello straordinario.

L’esercito liquido, premiato ogni giorno dall’affetto dei malati e delle loro famiglie, meriterebbe un extra, anche solo per l’attenzione da prestare nella nuova frontiera, quella dei prelievi Covid, che ormai sono la metà di quelli giornalieri. L’armatura morbida è composta da: calzari ai piedi, un camice non impermeabile (tipo chirurgico), un altro camice impermeabile (si suda, garantito), tre paia di guanti da sfilare uno alla volta quando si mettono da parte le provette e quando ci si sveste, una visiera trasparente, una mascherina Ffp2 e una cuffietta. Fatto il tampone, si mette nell’astuccio e si saluta. Ci si cambia il più possibile all’aperto, con una tecnica specifica per non inquinare indumenti e ambiente circostante. Tutto finisce in un sacco nero che viene chiuso con guanti puliti e che verrà smaltito nell’indifferenziato dal paziente stesso. Il rischio di contrarre il virus c’è sempre. Ogni 30 giorni, tampone di sorveglianza per tutti. Stress ne abbiamo?

su Luna Nuova di venerdì 18 dicembre 2020

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