REDAZIONE IN PIAZZA

Sit-in a Rivoli: studenti e genitori in piazza contro la Dad

Insieme domani per spiegare le ragioni della protesta: rabbia e preoccupazione tra mamme e famiglie

11 Marzo 2021 - 23:26

Sit-in a Rivoli: studenti e genitori in piazza contro la Dad

di EVA MONTI

Scuole chiuse, lezione in piazza. È quanto succederà sabato mattina in pieno centro storico a Rivoli, nella cui piazza Martiri si riuniranno allievi e genitori delle scuole rivolesi. I primi con i loro strumenti digitali, tablet ed affini, per seguire la lezione all’aperto. I secondi per protestare contro la decisione della Regione Piemonte di chiudere anche le scuole materne ed elementari che fino a lunedì scorso erano state “salvate”.

Con il Piemonte in “arancione scuro” e l’ormai probabile virata in rosso, in cintura ovest e aud di Torino tutte le scuole di ogni ordine e grado restano chiuse. Porte serrate ai piccoli, da lunedì 8 marzo e fino a sabato 20. Eccezione fatta per coloro che sono Bes, ossia bisognosi di educazione speciale e specifica. Lo ha stabilito la Regione Piemonte, per contrastare il forte aumento dei contagi sull’intero territorio piemontese.

Sono due le fasce di intervento previste, calibrate sulla base dei distretti sanitari, e quelle più restrittive riguardano anche infanzia e primaria. Inizialmente pareva che potessero andare a scuola anche i figli dei lavoratori dei servizi essenziali e sanitari quali medici, infermieri, ecc... ma poi anche questa ipotesi è svanita. Il presidente della Regione Cirio ha emanato una nota chiarificatrice che rimandava allo Stato prima e ai dirigenti poi l’eventuale possibilità di aprire ai figli dei Key workes (lavoratori chiave, ndr), ma la cosa non stava in piedi, per diversi motivi: come potevano discernere i presidi e direttori didattici senza apposito elenco, e come avrebbero potuto organizzare le lezioni per un numero che si sarebbe rivelato più alto dei soli Bes? Così tutto è tornato al punto zero.

In fila per acquistare un tablet

«Una situazione assurda che ci tiene lontani dalle corsie dove hanno bisogno di noi», afferma Morena Moretta, infermiera professionale al Regina Margherita, ospedale infantile torinese dove il marito è chirurgo pediatrico. Su un piano più personale sottolinea il disagio cui ogni famiglia che abbia più figli va incontro. Loro ne hanno tre e tutti frequentano le elementari Margherita Hack di Villarbasse le cui lezioni sono solo mattutine, dalle 9 alle 12. «Avevamo già due tablet in casa, ma ora che sono tutti soggetti alla Dad abbiamo dovuto comperarne di corsa un terzo. E come noi tanti altri genitori - spiega - così l’altro giorno al negozio c’era una coda incredibile, tutti in fila per acquistare pc portatile o tablet». Per non parlare del fatto che i piccoli hanno bisogno di seguire la maestra, ma anche di essere seguiti. Lo sottolinea Silvia De Francia, ricercatrice al San Luigi di Orbassano, che ha un bambino piccolo che affianca. «Penso a quelli che non possono, per diversi motivi, essere supportati al Pc dai genitori - commenta - in questi casi si crea un nuovo genere di disparità: stiamo costruendo una nuova profondissima forma di divario sociale».

Costretti a lasciare il lavoro

E molti si dicono sorpresi da queste scelte, perché i bambini delle materne e delle elementari avevano ben acquisito le regole insegnate loro per evitare o contrastare il contagio: mascherina su naso e bocca, lavaggio frequente delle mani, distanziamento fisico in classe e fuori. Lo dice sconsolata Cristiana Corniciuc che ha tre figli: 17, 7 e 5 anni. «Abbiamo seguito tutte le regole, persino i più piccoli erano osservanti delle norme d’igiene e delle precauzioni - dice - ora non so come spiegare loro che, nonostante gli sforzi fatti, devono comunque restare a casa». A farla arrabbiare è anche il fatto che, ancora una volta, le cose siano state decise e messe in atto da oggi a domani. «Io non ho la famiglia di origine in Italia, non ho nonni cui affidare i bimbi e così devo restare a casa io dal lavoro».

I contatti tramite uno schermo

Sit-in in piazza Martiri, dunque, sabato mattina, per spiegare tutte queste ragioni. Ad organizzarlo Valentina Mittiga, agente di commercio, madre di due bimbi di 6 ed 8 anni che frequentano la scuola primaria Gozzano di Rivoli. Lei ha lanciato l’appello poi raccolto da moltissimi genitori, persino dai nonni. «Ho deciso di organizzare la manifestazione di sabato, insieme agli studenti delle superiori, perché l’ istruzione è un diritto fondamentale, che la Dad non può minimamente soddisfare - sostiene - In particolare alla primaria, dove i bambini si trovano, troppo piccoli, davanti ad uno schermo, che nonostante la buona volontà degli insegnanti, a quell’età non può sostituire il contatto umano». A questo si aggiunge, naturalmente il disagio dei genitori che lavorano e devono lasciare i bambini ad altri, nonni o babysitter. «Facciamo sempre tutti riferimento ai nonni, le persone della famiglia che spesso si fanno carico dei nostri problemi - prosegue - ma mia madre è una malata oncologica e ha più probabilità di stare male seriamente se entra in contatto con il virus».

Presenza negata ai Key workers

E richiama l’attenzione sui key workers, ai quali è stata negata la presenza, pur facendo parte di codici ateco che non hanno diritto a congedi parentali o impiegati in lavori essenziali, come ad esempio il personale sanitario, che in questo momento sarebbe più utile sul posto di lavoro. «Il fatto è che i bambini devono andare a scuola, è un loro diritto fondamentale e da un anno a questa parte non stiamo rispettando questo diritto», sbotta Silvia Bertolini, due figli di 9 e 5 anni che da lunedì sono in Dad.

Lo smart working con i bambini

«Io lavoro full time in Stellantis (ex Fca) e da circa un anno sono in smart working a causa della pandemia. Passo la mia giornata su meet con colleghi di tutta Europa, come posso gestire anche l’affiancamento ai bambini?». Tiene a precisare che le maestre si sono prodigate ad inviare attività da fare, ma nulla di paragonabile, ovviamente, alla scuola in presenza per 8 ore al giorno. Dello stesso parere Monica Rolfo, educatrice nei servizi sociali sul territorio, con due figlie di quasi 10 e 11 anni . «Non riesco a capire il perché di questa stretta visto che nelle nostre scuole non ci sono stati casi di Covid tra bambini - dice stupita e amareggiata - tanto più che in giro per la città si vedono gruppi di giovani senza mascherina fare assembramenti su panchine o davanti ai bar». Per non parlare del fatto che ci sono centri commerciali aperti e ben frequentati. Indignati e preoccupati anche Maria Clara Racca e Luigi Spaltini che fanno la loro parte da nonni, senza sentirne la fatica, ma certo dispiaciuti per il nipote che non può frequentare.

Non c’erano casi segnalati

Sbigottita anche Elisa Tondato che ha una bimba di soli 3 anni che frequenta la Walt Disney dove lei insegna. «Nessun caso o segnalazione - dice - forse con un po’ di buona volontà si poteva continuare ad andare a scuola in presenza». Parere condiviso da Agnieszka Furman donna lavoratrice e madre che non si è mai sottratta al peso delle incombenze quotidiane ora divenute davvero pesanti dovendo seguire anche la lezione online del figlio. E torna a ribadire quanto male possa fare ai bimbi e quanto disagio arrechi ai genitori questo allontanamento dei bimbi da scuola. «Come segnerà questo anno la vita evolutiva dei nostri ragazzi? - si chiede - quanto ci vorrà per recuperare l’assenza dei contatti coi compagni e con la scuola?».

Ma la salute è più importante

Fuori dal coro invece Renato Scarfò, nonno e volontario della Croce verde di Rivoli, che ha figlio e nipoti lontani (Inghilterra), tiene a precisare che «La scuola è importante, ma la vita lo è di più. Nella scala accanto alla mia hanno ricoverato un bambino di tre anni per il Covid. Non possiamo permetterci che accada, dobbiamo preservare prima di tutto la salute». Dal canto suo Anna Versino, vicesindaco di Rosta, ammette «Da donna delle istituzioni non posso che prendere atto delle decisioni della Regione alle quali dobbiamo adeguarci. Da madre, però, non posso che rammaricarmi per tale scelta: l’insegnamento in presenza stava dando i migliori risultati per i nostri figli, in un ambiente nel quale le condizioni di sicurezza erano state tutte rispettate».

Si aggrava il divario culturale

La scuola è socialità e con la didattica a distanza alla primaria manca totalmente la sfera sociale che in questa età è fondamentale. «Inoltre comporta un rapporto educativo molto più complesso in quanto si allarga la differenza tra chi riesce e chi, invece, rimane indietro. Risultati ancora meno soddisfacenti alla scuola dell’infanzia, ove il rapporto in presenza con compagni è ancora più importante per i bimbi». E questo, rileva, nonostante quanto fatto in termini di sicurezza dall’Istituto Comprensivo di Rosta e Buttigliera che vede le scuole di Rosta chiuse e quelle di Buttigliera, appartenente ad altro comprensorio assistenziale, aperte alle lezioni in presenza.

su Luna Nuova di venerdì 12 marzo 2021

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