ZONA ROSSA

Condove, dagli extra-alimentari un grido disperato: «Fateci lavorare»

Gli ambulanti ricevuti mercoledì in piazza dal sindaco: «All’aperto è più sicuro»

09 Aprile 2021 - 00:12

Dagli extra-alimentari un grido disperato: «Fateci lavorare»

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di MARCO GIAVELLI

Si fa in fretta a dimenticarsene, eppure gli ambulanti del settore extra-alimentare sono senza dubbio una delle categorie più colpite dalle chiusure dovute all’emergenza Covid. «Più ancora di bar e ristoranti, che almeno in “zona rossa” possono fare asporto e consegne a domicilio. Noi nemmeno quello: chiusi e basta». È il grido di rabbia che mercoledì mattina si è alzato da una piazza Martiri della Libertà desolatamente vuota: tutti i Dpcm, compreso l’ultimo, hanno infatti stabilito che nei mercati, in “zona rossa”, possono aprire solo i banchi alimentari. Agli extra-alimentari tocca invece attendere la “zona arancione”. Gli ambulanti stoppati dalla pandemia hanno quindi deciso di mobilitarsi per far sentire la loro voce e smuovere l’opinione pubblica «perché molti non si rendono conto della situazione in cui siamo». Parliamo di oltre quattro mesi di fermo attività a partire da metà marzo dello scorso anno: due mesi di lockdown “vero”, quindi la “zona rossa” di novembre, quella delle vacanze natalizie e quella in vigore dal 15 marzo, che in Piemonte è destinata a proseguire, se va bene, per lo meno fino al 18 aprile.

In valle di Susa la protesta, che si sta spandendo in tutta Italia, è scattata il 7 aprile a Condove e proseguirà nei prossimi giorni con una richiesta precisa: consentire agli ambulanti extra-alimentari di lavorare anche in “zona rossa”. La prossima tappa sarà lunedì 12 al mercato di Bussoleno, alzando ulteriormente l’asticella: i “mercandin” intendono infatti occupare simbolicamente le piazzole con i loro furgoni. Mercoledì mattina a Condove, alla presenza del comandante della polizia locale Patrizio Piras, sono stati invece ricevuti in piazza dal sindaco Jacopo Suppo e dall’assessore al commercio Riccardo Beltrame, che hanno ascoltato la loro protesta rendendosi disponibili a farsene portavoce. «Siamo stanchi, siamo stufi, non ne possiamo più - lancia il grido d’allarme Ilaria Borio, giovane di Bussoleno titolare di un banco di abbigliamento che ha aperto proprio un anno fa, poco prima che l’emergenza esplodesse - siamo chiusi pur lavorando all’aperto, dove la situazione è più sicura e il rischio contagio ridotto al minimo: all’esterno si contagia una persona su mille, mentre nei supermercati il rischio è decisamente maggiore, eppure sono regolarmente aperti da inizio pandemia».

Mercoledì erano presenti in una quarantina: commercianti di abbigliamento, intimo, calzature, tendaggi, biancheria per la casa, ferramenta, merceria, casalinghi. «Non è possibile che le nostre merci vengano vendute in negozi, supermercati, centri commerciali, mentre noi siamo chiusi e moriamo di fame - accusa Ilaria Borio tenendo in mano un cartello simbolico che riporta l’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” - visto che ci chiudono, un sostegno deve arrivare: se non arriva un sostegno ci devono far lavorare. Noi chiediamo solo di poter lavorare. Così non si può più andare avanti, basta: ci siamo rotti le scatole!».

Proprio il capitolo “ristori”, o “sostegni” che dir si voglia, è un altro tasto dolente: «L’anno scorso ci è stato dato un piccolo “ristoro” che bene o male è arrivato a tutti, ora viene concesso a fronte di un calo di reddito del 33 per cento sul 2020 rispetto al 2019: una farsa, perché non lo prenderà nessuno. Anzi, sembra quasi calcolato apposta per non far arrivare i soldi. Eppure le tasse non si fermano e le bollette arrivano regolarmente: se siamo considerati dei commercianti di Serie B, allora vorrà dire che aspetteranno anche le nostre tasse. L’anno scorso eravamo tutti davvero chiusi, oggi vediamo tutti qual è la realtà: sembra che debbano rimanere chiusi i soliti quattro sfigati. Contavamo di rimettere in vendita le scorte primaverili rimaste invendute durante il lockdown della primavera 2020, ma anche quest’anno non abbiamo potuto farlo e ormai è tutta roba da buttare. Ma i fornitori li dobbiamo comunque pagare».

Da parte sua il sindaco Suppo ha dato la propria disponibilità a farsi portavoce delle istanze degli ambulanti: nei prossimi giorni lavorerà alla stesura di una lettera da inviare alla Regione e al governo, condividendola con gli altri sindaci valsusini e non solo, per dare più forza alla causa. «Già a novembre avevamo lavorato in questa direzione con altri sindaci metropolitani, ora proveremo a fare altrettanto - ha assicurato il primo cittadino rivolgendosi ai “mercandin” - vi ringrazio per aver voluto portare a Condove la protesta: ho accolto il vostro invito anzitutto per rispetto verso la vostra categoria, ma anche perché sui temi che portate avete ragione. Purtroppo noi sindaci non abbiamo margini di manovra, non potendo andare in contrasto rispetto alle direttive del prefetto su questo argomento. Finora abbiamo fatto quanto in nostro potere: uno sconto sulla Tari, una limatura della tassa di occupazione del suolo pubblico. Come ricorderete, a fine maggio 2020 le riaperture dei mercati avvennero proprio di mercoledì e Condove fu uno dei primi in tutto il Piemonte ad essere riaperto: a monte, per poter ripartire in piena sicurezza, c’era stato un lavoro condotto con voi che siamo disponibili a ripetere quando sarà il momento».

su Luna Nuova di venerdì 9 aprile 2021

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