RIAPERTURE

A cena col "coprifuoco": i ristoranti si preparano

Solo all’aperto e non per tutti: lunedì il via. «Un lavoro di squadra con i clienti: tutti osservino le regole». Tra posti ridotti e clima pazzerello: «Al nord è tutto più difficile»

23 Aprile 2021 - 00:27

A cena col "coprifuoco": i ristoranti si preparano

di EVA MONTI

Titolari di ristoranti e pizzerie sono già da tempo allo “start”: non aspettavano altro che il via. Certo, per qualcuno è ancora un avvio amaro, quello che si prefigura dalla prossima settimana, perché la road map prevista dal governo per i prossimi mesi prevede che da lunedì 26 aprile possano riaprire a pranzo e cena coloro che hanno dehors o uno spazio all’aperto. Anche in questo caso, però, la cena sarà condizionata dal “coprifuoco” che è rimasto fissato alle 22. Lo ha detto il premier Mario Draghi in conferenza stampa, annunciando le novità ed il calendario delle riaperture e facendo riferimento ad un “rischio ragionato” che risponde alle esigenze di tornare a vivere in comunità, senza però il “liberi tutti” che sarebbe oltremodo letale.

Un primo sospiro lo tirano i clienti, che hanno sofferto la lontananza dal consumo seduti ai tavoli, e i gestori che sono arrivati ormai allo stremo delle forze (di sopportazione) e dei risparmi, qualcuno avendo già dovuto anche intaccare il fido aperto per sopravvivere. Lunedì dunque, con il Piemonte verosimilmente in “zona gialla”, riprendono le attività all’aperto e, tra queste, colazioni, pranzi e cene nei locali. «Siamo pronti, abbiamo preso tutte le misure di precauzione per la sicurezza previste dalle norme e disposte dal governo. Tavoli distanziati di almeno un metro, gel igienizzante a base di alcool per clienti e personale, superfici costantemente igienizzante», afferma Alessandro Errigo, titolare della caffetteria e tavola calda “I Doc lounge” di corso Susa, che coi colleghi aspettava da tempo questo momento. «Quasi non ricordo l’ultima volta in cui è stato possibile servire qualcuno al tavolo», commenta.

Il locale dispone di un bel dehor che all’occorrenza viene riparato dal passaggio delle auto con una tenda che crea comfort, quindi è tra i locali più fortunati. «Noi come altri abbiamo lavorato anche con vendita prodotti (caffè ed affini) e con l’asporto, e comprendiamo che il sacrificio sia stato necessario per arginare la pandemia in situazione di emergenza, ma ora speriamo che ne segua un lavoro di squadra, ossia che tutti osservino le regole». Non se la prende con questo o quel governo, né con questo o quel provvedimento, anche se non può che commentare: «Qualche contraddizione nelle scelte c’è stata: tenere chiusi gli esercizi pubblici, ma non arginare il fiume di persone che va su e giù per via Piol il sabato e la domenica non ha tanto senso».

Qualche controllo in più forse è necessario, per non trasformare le prime timide aperture di maggio in un’una tantum in quanto altri eventi concomitanti, come lo shopping e il passeggio dei fine settimana, diventino occasione di contagio. «Al di là di queste paure, però, c’è la consapevolezza che riaprire non significa ricominciare subito a lavorare a pieno ritmo - conclude - perché in questo lungo periodo di chiusure a singhiozzo la gente si è disabituata a consumare ai tavoli». Occorrerà fare un lavoro di riconquista del cliente, riprendendo il filo annodato nel tempo che con il lockdown potrebbe essersi allentato se non spezzato del tutto.

Dello stesso parere Khaled Elarian, titolare del ristorante vegano “L’orto di Alice” che si trova a Collegno in via Enrico Fermi 2. «Anche noi abbiamo la concessione dal Comune di uno spazio che a regime normale ha posto per 25 persone - precisa - ma sappiamo che in questa situazione ne ridurremo l’ingombro». Un po’ per le norme e la naturale disaffezione della clientela, che dopo così tanto tempo si è disabituata a prenotare e venire a pranzo e cena. E poi per le condizioni climatiche. «In Piemonte non sempre il clima rende piacevole stare all’aperto», commenta. Clima ed intemperie però non sono i soli ostacoli. Uno scoglio importante è il coprifuoco alle 22. Lungi da lui però fare polemiche su questo, prestando il fianco a ragionamenti avanzati da chi cavalca la polemica. «Ci inventeremo qualcosa - dice - anzi, già abbiamo sperimentato gli “apericena” che iniziando prima consentono ai clienti di andare via per tempo».

Lui che è chef e gestore del locale che si ispira alla cucina a km zero e ai prodotti dell’orto, e ha scelto per nome quello della figlioletta, è convinto che alcune scelte sono state difficili per chi le ha fatte, così come per chiunque fosse stato al loro posto. Scelte che però pesano, ovviamente, su un settore vasto. Lo afferma a chiare lettere la Fipe confcommercio, che commenta coi numeri le disposizioni per la graduale riapertura della attività: in Italia il 46,6 per cento dei bar e ristoranti non è dotato di spazi all’aperto. Una percentuale che si alza notevolmente nei centri storici. Le proteste del settore, che si erano alzate la scorsa settimana in piazza, rischiano di non smorzarsi con queste disposizioni che taglierebbero fuori circa il 50 per cento dei locali pubblici. Almeno fino al 31 maggio. Questa infatti l’altra data in calendario per riaprire a pranzi e cene anche all’aperto.

«Forse si poteva attendere tutti quella data, perché non tutti possono sopravvivere con il dimezzamento dei tavoli», afferma Maurizio Burco che gestisce Duepuntozero, naturalmente risto-pizza di via Piave a Rivoli. Lui che ha un locale enorme al chiuso, all’aperto dovrà ridurre i suoi 25 a 12 e da riparare sotto la tenda per proteggerli dalle intemperie. «A differenza che al sud e nel centro Italia, il nord è meno abituato a stare all’aperto se non nelle stagioni calde». Lui comunque si dice ottimista e sta già attrezzando il locale per mantenere alta l’attenzione del cliente. Molti quelli che hanno mantenuto con lui il rapporto di acquisto e consumo grazie al servizio di asporto. «Spero che adesso, aprendo a mezzo servizio, non cali troppo questo aspetto del rapporto col cliente, che è appagante per noi e per loro».

E si appresta ad accogliere i primi avventori con il suo solito sorriso nello sguardo, visto che le labbra restano sotto la mascherina. Un atteggiamento che condivide coi colleghi Stefania Amato, Diego Tommaselli e Luisella Bonino. Due coppie note nella ristorazione fin dai tempi in cui erano in piazza Matteotti, in pieno centro storico, e che credono fermamente che “l’unione fa la forza” dentro e fuori i locali. Come diceva Errigo, anche loro puntano sul lavoro di squadra, quella allargata ai cittadini tutti. E attendono con fiducia il secondo appuntamento, quello del 1° giugno con la possibilità di ricominciare a servire i clienti negli spazi al chiuso, almeno a pranzo. Che vale, a detta sempre degli esperti del settore, circa il 30 per cento del fatturato.

su Luna Nuova di venerdì 23 aprile 2021

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