COVID-19

Il "giallo" dei bar all’aperto, beffati dal meteo

Si apre perché si deve aprire, ma poca gente nei dehors con gli ombrelloni. «Il Covid ci è costato 120mila euro, ristori per 4mila 200»

29 Aprile 2021 - 22:52

Il "giallo" dei bar all’aperto, beffati dal meteo

di CLAUDIO ROVERE

Non ci poteva essere settimana peggiore per il parziale via libera anche serale in zona gialla dei bar. Il danno, quello originato dal virus, è tangibile, sedimentato ormai nel tempo e sotto gli occhi di tutti; la beffa meteorologica, con una settimana di tempo da lupi che ha scoraggiato anche il più entusiasta dei frequentatori di dehors, è arrivata e completare l’opera più che un’arma di distruzione di massa. Poca gente nei dehors nelle ore più “calde”, figuriamoci la sera, dove le temperature sono scese anche sotto i 10 gradi e il tasso di umidità è stato più o meno lo stesso di Manaus.

Il via libera, sperano esercenti e clienti, è soltanto rimandato di una settimana - non potrà piovere sempre - ma sul futuro dei bar, almeno quello a breve termine, i nuvoloni neri sono ancora belli addensati all’orizzonte. Anche perchè regna sovrana l’incertezza, su cui il meteo non ha fatto altro che stendere un velo ulteriore di mestizia. Siamo in Italia e qualsiasi provvedimento, a qualsiasi livello, spesso necessita di valutazioni, approfondimenti, interpretazioni. Generando insicurezze e, quindi, malumori.

Susa, in questo senso, è il prototipo della mestizia. All’ora dell’aperitivo serale del martedì e nella pausa pranzo del mercoledì i locali sono semideserti. Si apre perchè si deve aprire, perchè non c’è alternativa, perchè è da troppo che si è chiusi o si fa soltanto asporto sotto il limite della sussistenza a livello economico. Focaccia, birra e caffè. Franca Garofalo e il figlio Leo Fiduccia me lo servono fuori, come d’estate, in uno di quei cinque tavolini che guardano su via Carlo Alberto Dalla Chiesa e sulla caserma dei carabinieri, riparati da ombrelloni fatti per il sole, ma che nulla possono contro pioggia e “arias”.

Non devo combattere con nessuno per proteggere il mio pasto: sono perfettamente da solo. Isolato da coloro, questi sì numerosi, che fanno la spola per comprare il giornale, l’unica attività di Franca e Leo che non ha mai smesso di funzionare in questo anno abbondante di pandemia. «Viviamo una situazione di incertezza, come sempre in questi mesi - lamentano Franca e Leo - non ci sono direttive chiare e univoche, e questo rende tutto più difficile per noi e i nostri colleghi; in pratica, abbiamo dovuto arrangiarci». Il bar edicola “Da Franca” apre la mattina alle 5, per chiudere la sera alle 19. «Non abbiamo mai tenuto aperto dopo cena, quindi l’apertura fino alle 22 non ci è di grande aiuto - ammettono Franca e Leo - l’asporto per tutti quei lavoratori che passano per la colazione alle prime ore del mattino, cercando anche un po’ di caldo, è veramente terribile, ma le regole sono queste e non possiamo farci nulla, lo abbiamo mantenuto soltanto per affiancarlo all’attività dell’edicola, altrimenti non avrebbe avuto senso aprire».

Con il bel tempo, il bar del Peso di piazza della Repubblica, posizione strategica fra piazza del mercato e ospedale un po’ limitata adesso dal cantiere della nuova rotonda, che di fatto toglie molto passaggio diretto, avrà possibilità di implementare la propria attività di asporto con numerosi tavolini nel dehors naturale sui cubetti verso la piazza. «Però questa settimana, con il meteo sfavorevole, abbiamo fatto veramente poco - sottolinea il titolare Simone Brayda, 39 anni, che ha in gestione il locale dal 2008 - questa pandemia alla fine ci è già costata circa 120mila euro di fatturato; i ristori sono arrivati, ma si tratta di 4mila 200 euro, una goccia nel mare, visto che non sono stati neppure sufficienti a coprire le buste paga, combinazione consegnate il giorno seguente, delle tre dipendenti». Il bar del Peso apre alle 6 per tirare fino alle 21, rappresentando uno dei punti di ritrovo preferiti da molti per l’aperitivo serale. «Certo, poter allungare l’orario per l’aperitivo una mano ce la dà, ma non è certo una soluzione che possa durare in eterno - confida Simone - e se il tempo non cambia sarà un provvedimento inutile».

Si devono barcamenare nell’incertezza interpretativa anche Manola Andriollo e Marino Conte, del bistrot “ConTe” di piazza Abegg a Villarfocchiardo. Il dehors che ha a disposizione il locale è piuttosto angusto, tanto che ci stanno appena quattro tavolini e otto posti a sedere. «Per fortuna, come già l’anno scorso, il Comune ci è venuto incontro concedendoci l’uso del cortile dell’ex Cooperativa, proprio di fronte e noi, permettendoci di accogliere una ventina di clienti in più», spiegano Manola e Marino. Prendersi un caffè al tavolino, godersi un aperitivo in tranquillità. Piccole necessità che diventano comprensibilmente sempre più grandi e impellenti man mano che trascorrono i mesi di emergenza di lockdown. «Se nei primi mesi di pandemia ci si faceva il caffè a casa perchè comprensibilmente dominava la paura e si poteva facilmente fare a meno del bar - spiegano i titolari di ConTe - adesso c’è voglia di uscire, di fare due chiacchiere davanti ad un caffè o ad uno spritz; una necessità che va gestita in sicurezza certo, ma che va comunque consentita, la gente è stufa di questa situazione e anche queste piccole cose sono necessarie per uscire da questa situazione di disagio ormai diffuso».

Ma c’è anche chi sta peggio. Cristina Ambrosia proprio ieri ha festeggiato i sei anni di apertura del proprio locale, il “Route 66” di via Aghetti 1, alle Quattro Strade di Mattie. Un locale relativamente recente, giovane anche nelle sue frequentazioni più assidue, ma che affonda le proprie radici molto lontano, essendo nato dove già parecchi anni la bisnonna di Cristina conduceva la propria cantina. «C’è poca voglia di festeggiare - ammette Cristina - abbiamo lavorato a singhiozzo, non abbiamo avuto diritto ai ristori perchè non abbiamo un calo di almeno il 30 per cento, e in più possiamo fare soltanto asporto perchè non c’è la possibilità di allestire un dehors o posti a sedere all’aperto». L’unica concessione rispetto agli ultimi mesi è quella dell’asporto consentito oltre le 18, fino alle 22. «Per noi, come per altri che non hanno la possibilità di realizzare posti all’aperto, non è cambiato praticamente nulla rispetto al lockdown - lamenta - queste decisioni sono assurde, siamo arrivati al punto di dover rimpiangere Conte».

su Luna Nuova di venerdì 30 aprile 2021

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