RICOVERATO A RIVOLI

Chiusa S.Michele: due mesi d’ospedale, il lungo calvario di Nino col Covid

Ora è negativo, ma restano i postumi della polmonite: «Bisogna provare per credere»

03 Maggio 2021 - 23:36

Chiusa S.Michele: due mesi d’ospedale, il lungo calvario di Nino col Covid

di MARCO GIAVELLI

Parla dal suo letto d’ospedale Antonino Melardi, per tutti Nino. Ogni tanto tira il fiato, mentre racconta la sua battaglia contro il Coronavirus. «Ero uno dei tanti che credeva fosse tutta un’esagerazione: ero scettico non tanto sulla malattia, ma sulla sua gravità. Mio malgrado ho dovuto ricredermi in fretta». Nino, 71 anni di Chiusa San Michele, ex dipendente Savio ora in pensione, è ricoverato all’ospedale di Rivoli ormai da 70 giorni. Entrato con tampone positivo, gli ultimi due hanno dato esito negativo: in teoria è dunque fuori dal Covid-19, non fosse per gli effetti che il virus ha lasciato sul suo corpo. In particolare ai polmoni. «Ho praticamente uno dei due polmoni da ripulire e vado avanti a cortisone, con l’obiettivo di tornare a respirare bene. È più di due mesi che sono in ospedale ma non è ancora finita: se tutto va bene ne avrò per un altro paio di mesi, o se la terapia darà i suoi frutti magari mi manderanno a casa prima con l’ossigeno. Certo che quello che ho visto e vissuto in questi mesi è pazzesco: bisogna provare per credere, non lo auguro a nessuno».

Il calvario è cominciato a fine febbraio, quando Nino ha iniziato ad accusare degli strani dolori alle gambe: «Non ci ho dato peso, anche per poter stare vicino a mia moglie e alla mia anziana mamma di 96 anni. Poi un sabato, di ritorno da alcune commissioni, ho accusato il primo vero malore: stavo salendo le scale per portare in casa della legna per il camino quando sono caduto a terra, senza più riuscire a rialzarmi. Avevo il fiatone, già da qualche giorno in realtà, e da una settimana avevo perso il gusto. Per questo voglio dire a tutti, ai miei coetanei come ai più giovani: il Covid non è un gioco, è qualcosa di micidiale. Bisogna fare attenzione e ai primi sintomi correre in ospedale, senza avere paura». Ai familiari di Melardi non resta che chiamare l’ambulanza: trasportato a Rivoli, gli viene subito diagnosticata una polmonite bilaterale. Trascorre la prima sera con la flebo al pronto soccorso, poi viene trasferito nel reparto Covid dove gli viene messo il casco. «Un’esperienza terribile, da diventare matti: sono arrivato al punto di cercare di togliermi la vita da quanto stavo male. Ce l’avevo 24 ore su 24 in testa: un rumore assordante, sembra che ti soffochi, stavo letteralmente dando i numeri. Tanti riescono a sopportarlo, io diventavo una bestia. Solo che più ti agiti e peggio è, perché fai ancora più fatica a respirare».

Gli stessi medici si sono accorti del suo crescente malessere, diventato autentica sofferenza: «Non ce la facevo più: si sono parlati fra loro e hanno realizzato che non potevo più sopportare una cosa del genere. Quel medico è stato il mio angelo custode, mi ha salvato la vita». Al posto del casco gli è stata quindi posizionata una maschera con dei tubicini collegati al naso, per consentirgli una migliore respirazione: «Spesso si sente parlar male degli ospedali, ma dopo quest’esperienza posso solo elogiare il personale sanitario per come sono stato curato: fanno quello che possono con gli strumenti a disposizione, ma medici e infermieri si danno davvero da fare, con una gentilezza, una disponibilità ed un’umanità che ti fanno sentire come se fossi a casa tua. Posso solo ringraziarli per tutto ciò che hanno fatto e stanno facendo per me».

In poco più di due mesi Nino Melardi ha perso 22 chili, passando da 82 a 60 kg. «Ora la situazione inizia finalmente a migliorare, ma sarà ancora molto lunga: oltretutto io sono un ex fumatore e questo ha complicato le cose. Ho smesso un mesetto prima di avere il Covid: avendo perso il gusto e avendo spesso la bocca amara mi era venuto a mancare anche lo stimolo, ora ho capito il perché». Dopo 20 giorni trascorsi in terapia intensiva, è stato trasferito nel reparto ordinario dove si trova tuttora: «Quello che ho visto qui dentro lo porterò sempre con me. Mi sono sentito letteralmente con un piede nella fossa: in quei momenti, oltre alla sofferenza fisica, vieni assalito dalla malinconia. La tua vita ti passa davanti, inizi a pensare a cosa hai fatto di buono e cosa avresti potuto fare meglio. Sono stato dieci giorni senza dormire perché avevo il terrore di non svegliarmi più: era come se fossi sveglio per vegliare su me stesso. Ora il peggio sembra passato, ma ho voluto raccontarlo proprio perché sia da monito per tutti. L’importante è uscire di qui con le mie gambe».

su Luna Nuova di martedì 4 maggio 2021

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