PANDEMIA E VACCINI

Green pass: una scelta per stroncare la pandemia e tornare liberi

Dal 15 ottobre scatta l’obbligo in tutti i posti di lavoro, pubblici e privati: in piazza molta consapevolezza e qualche dissenso

11 Ottobre 2021 - 23:41

Green pass: una scelta per stroncare la pandemia e tornare liberi

di EVA MONTI

Green pass, ovvero il pomo della discordia. Tanto necessario ed utile per i più, quanto odiato da altri. In termini di percentuali non c’è paragone, ma in grado di sobillare gli animi, fino a spingere pochi facinorosi (la cui matrice è chiara, che che ne dica Giorgia Meloni) a dare l’assalto al palazzo, in questo caso della Cgil indicata da alcuni come la grande nemica. Disordini e attacchi inauditi, che pure si sono verificati con l’ausilio di “gente comune” fomentata, come si è visto nei giorni scorsi nelle due grandi città italiane, Milano e Roma, da quelli che di comune non hanno nulla. Formazioni che da tempo si chiede di sciogliere, perché d’ispirazione fascista e dunque condannate dalla nostra Costituzione. In piazza però, con le mani alzate, a mostrare d’essere innocenti e non guerrafondai, anche una parte di coloro che non credono nell’utilità del Green Pass e ne temono l’introduzione obbligatoria ormai imminente.

Venerdì 15 ottobre, infatti, la certificazione verde Covid-19 diventa obbligatoria in tutti i posti di lavoro, pubblici e privati. Coloro che fino ad oggi erano tenuti solo a controllare chi entrava, a loro volta dovranno munirsi del Green pass che certifica lo stato in cui si trova il possessore: vaccinato, tamponato o reduce dalla malattia. Insomma, innocuo per sé e per gli altri. Perché il provvedimento, che in Italia interesserà circa 23 milioni di persone, serve appunto a questo. Non potendo o non volendo rendere obbligatorio il vaccino per rispettare coloro che non intendono vaccinarsi o non possono farlo, per le ragioni più svariate, il Governo ha introdotto l’obbligatorietà di questo documento che certifica lo stato sanitario, solo ed esclusivamente rispetto al Covid 19 che ha causato la pandemia con conseguente intasamento di reparti ospedalieri, a partire da quello di rianimazione. Una tragedia, di cui siamo stati tutti spettatori. Alcuni anche protagonisti, venendone colpiti nel corpo o nelle relazioni. Chi non ha avuto un morto in famiglia, è stato comunque per lungo tempo relegato a casa. I ragazzi in dad, didattica a distanza, per lunghi mesi: chiusi teatri e cinema; utilizzati parzialmente e solo all’aperto bar e ristoranti.

Un film già visto? Meglio ricordarlo. Se ne stiamo uscendo è per la campagna vaccinale, per l’immane lavoro dei medici ed infermieri, e per le tante precauzioni prese, dalla mascherina al distanziamento. Misure che, all’inizio, furono pesantemente osteggiate. Oggi quelle stesse persone, che le soffrivano come pesanti imposizioni, le invocano per rifiutare il green pass. Eppure, da venerdì di questa settimana non si potrà accedere al posto di lavoro senza averlo, e mostrarlo a richiesta, in cartaceo o in formato digitale sul cellulare. Il decreto del 21 settembre stabilisce che chi non è in possesso della certificazione verde non potrà entrare al lavoro: fabbrica, scuola, ospedali, teatri e cinema, ma neppure ristoranti e bar. Non solo, la sua assenza sarà registrata a tutti gli effetti ossia verrà considerato assente ingiustificato; pur non venendo sospeso dal lavoro, non riceverà lo stipendio. Ovviamente questo non vale per i lavoratori in smart working, che non devono avere la certificazione verde né esibirla. Sarebbe ingiusto, però, optare per questa modalità lavorativa da remoto per eluderne l’obbligo. Il green pass, del resto, è già obbligatorio per diversi servizi e per accedere a luoghi pubblici e privati. Dal 1 settembre anche università e scuola, per viaggiare su aerei e treni ad Alta velocità. Il controllo spetta solo al datore di lavoro o al direttore di un pubblico ufficio.

Le motivazioni dei contrari

Quello del controllo è uno dei punti deboli del sistema su cui fan leva i contrari, qualcuno decisamente e apertamente ostile, come abbiamo potuto constatare andando a sentire le persone in piazza. «Quale obbligo? A me il Comune non ha ancora comunicato nulla». sbotta Adriana Solitario, commerciante ambulante, che non vuol saperne di sottostare a questa norma, anche se le facciamo notare che è lo Stato a stabilirne l’applicazione e non l’ente locale. «Siamo all’aperto, quale pass dobbiamo avere? E siamo pronti a scendere in strada per scioperare e protestare. Altro che obbedire», incalza. Più morbido il padre, Nicola Solitario che spiega: «Io sono vaccinato, gli altri non so, però trovo che sia eccessivo dover chiedere il green pass a tutti i collaboratori». Ha molti dubbi anche Silvana Pecoraro. «Mi sembra un grande affare per le multinazionali e credo che il green pass discrimini tra vaccinati e non vaccinati. Spero che possa servire a fermare la pandemia, ma non sono convinta della bontà di certe decisioni». Dubita persino che i dati ufficiali di casi “avversi post vaccino” vengono secretati per non scoraggiare le vaccinazioni.

Ha il dente avvelenato anche Francesco Regio, arrabbiato soprattutto coi politici. «È un’imposizione bella e buona - dichiara - ce l’ho col governo da almeno 30 anni, ma ora hanno passato la misura: vogliono farci solo obbedire». Questa storia che il green pass sarebbe un modo per controllarci tutti e meglio (e che dire allora del cellulare tracciabile ad ogni momento?) è quello che affascina più di tutto il popolo del “no green pass” che lo percepisce come un primo passo verso la dittatura del controllo a 360 gradi dello Stato sui cittadini, vissuti come inermi strumenti al soldo del potere. Susanna Patrucco, ad esempio, dice chiaro che non crede in questo vaccino. «Non sono No vax, ma ho il dente avvelenato con chi mi dice che è una scelta civile quando ho fatto, faccio e farò tutto ciò che posso: mascherina e distanziamento. Incivile è chi mi discrimina» afferma ammettendo di aver paura di aver bisogno dell’ospedale «ed essere usata, non curata, come esempio di quelli che muoiono causa no vaccino. Troppi hanno paura di perdere il lavoro e si sono dovuti adeguare per far mangiare la famiglia». Secondo lei sarebbe bastato multare chi non rispettava le regole, invece di introdurre un obbligo per tutti.

Un passo importante

Di parere diametralmente opposto Rosalba Serini che da il “Benvenuto” al green pass. «Fino a questa estate non sono più salita su un treno, su un mezzo pubblico, niente cinema, ristorante, librerie, amici col contagocce e all’aria aperta - dice - Ho sfidato la sorte solo per vedere mio figlio e la sua compagna, che non erano vaccinati, ma prendevano grandi precauzioni. Ho fatto i due vaccini entro giugno, ed è stato un sollievo, soprattutto constatando che la situazione è molto migliorata proprio grazie ai vaccini». Dello stesso parere Giusy e Kristina Krojy, madre e figlia, che lo credono necessario specie nel confronto del piccolo che è appena nato. «Una scelta giusta e civile». Secondo Diana De Gennaro è una buona occasione per uscire da questa situazione. «Se non diamo retta alla scienza, a chi dobbiamo credere? Rispettare l’obbligo significa rispettare gli altri». Grazia Condello condivide l’utilità del Green Pass per dare un’accelerata alla cacciata della pandemia.

Il vissuto in prima persona

Il compagno, Salvatore Marchese, rincara la dose «Io sono stato in terapia intensiva per il Covid, non lo auguro a nessuno! - precisa - tanti dubbi dei no vax e dei contrari al green pass verrebbero cancellati da una permanenza in rianimazione. È stata dura e gli strascichi sono ancora presenti» dice, mostrando la mano che ancora trema. Anche Vanna Lorenzoni ritiene che il Green pass sia misura indispensabile per difendersi meglio dal virus e per ricominciare, seppur con prudenza, a riprendersi gran parte della vita sociale così compromessa dalla pandemia. «Per partecipare ai progetti Auser è obbligatorio - precisa - La nostra associazione promuove la vaccinazione come strumento per debellare questo virus. Crediamo nella scienza. Deprechiamo e combattiamo tutte le posizioni contrarie, a partire da quelle che lisciano il pelo all’ignoranza per ottenere un consenso elettorale». Per Francesca Ciccolella l’obbligo del Green Pass è «il giusto contributo che ogni cittadino, che intende condurre una vita sociale, deve alla collettività a cui appartiene: prima quella più prossima e poi quella più ampia fino a quella mondiale, per potersi spostare in questo nostro mondo “globalizzato”».

E crede che occorra «chiedere con forza ai paesi più ricchi di fornire vaccini a quelli che non possono permetterseli, operando nel contempo per liberarne i brevetti e favorirne la produzione nei vari paesi». Per Marisa Musso più che le parole vale l’esempio. Lei pur di vaccinarsi ha fatto la spola tra tre ospedali: quello degli Infermi di Rivoli, Molinette e Mauriziano di Torino. «Sono sempre stata favorevole alla questione del Green pass, lo ritengo una questione di rispetto. E’ fondamentale ridurre al massimo i rischi di contagio nelle strutture chiuse pertanto è qualcosa di doveroso. In caso contrario si metterebbero a rischio altre persone, le regole esistono con un preciso motivo. E bisogna ribadire l’importanza del vaccino. Solo così potremo metterci definitivamente alle spalle mesi di lockdown che hanno pesato in modo incredibile a tutti i livelli». Lei ci ha messo cinque mesi per vaccinarsi, visto che era ed è allergica, ma non ha mai dubitato di sottoporsi a vaccino. «Sinceramente penso che tale strumento doveva essere preso in considerazione ed adottato molto prima al fine di evitare in modo significativo gli assembramenti ed i contagi».

su Luna Nuova di martedì 12 ottobre 2021

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