LETTERE AL DIRETTORE

05 Marzo 2012 - 17:14

LETTERE AL DIRETTORE
ABUSO EDILIZIO, DENUNCE A DOPPIA VELOCITA'

 

 

In queste settimane vi è stata una certa animazione intorno alla questione giustizia e Tav, non tanto nel merito dei reati imputati dalla Procura di Torino ai No Tav inquisiti, ma piuttosto rispetto alla severità (arresto in carcere) con cui sono stati trattati buona parte di essi.
Come è giusto, rientra nella facoltà dei magistrati una certa discrezionalità nella scelta delle misure da adottare, però la severità riservata ai No Tav è apparsa eccessiva. Quale altro sentimento si potrebbe avere di fronte al fatto che l’assessore regionale alla sanità, accusata di gravi reati ed arrestata nel giugno scorso nell’ambito dell’operazione contro la ‘ndrangheta, non abbia subito neanche un giorno di carcerazione e sia finita subito ai domiciliari mentre, chi ha trattenuto per un braccio un rappresentante delle forze dell’ordine sia stato quasi un mese in carcere e per di più dopo ben sette mesi dall’aver commesso il fatto?
Scriviamo questa lettera in quanto il nostro gruppo consiliare ha avuto modo di constatare che in effetti la Procura di Torino tratta ipotesi di reato simili con tempistiche enormemente differenti, ma prima di scendere nello specifico vorremmo fare una semplice riflessione sulle affermazioni del procuratore Caselli, non per polemica, ma proprio per il rispetto che abbiamo per il ruolo istituzionale che occupa.
Le istituzioni non si debbono identificare con coloro che le rappresentano, altrimenti quando questi sbagliano o peggio commettono reati, allora le istituzioni diverrebbero non più credibili né rispettate. Ad esempio, se si fosse identificata l’istituzione Regione Sicilia con il suo presidente, visto che esso è in galera condannato a sette anni per associazione mafiosa, allora non si dovrebbe più avere rispetto di quella istituzione, per fortuna non è così. Le istituzioni si rispettano e su questo non vi è dubbio, ma le istituzioni sono anche rappresentate da uomini che, a seconda del loro comportamento, danno ai cittadini la percezione della correttezza o meno delle stesse. Crediamo che (sempre stando nella correttezza formale) qualora se ne ravvisassero i motivi, sarebbe legittimo criticare tutti i rappresentanti di qualsiasi istituzione, dal presidente della Repubblica in giù, senza per questo mettere in dubbio l’istituzione; noi stessi, essendo rappresentanti eletti delle istituzioni, possiamo essere criticati, quindi, finché siamo in democrazia ben vengano le critiche all’operato dei rappresentanti delle istituzioni, altrimenti saremmo in una dittatura!
Inoltre, il dissenso si può manifestare in modo più o meno civile ed in modo più o meno educato, però anche nel caso degli eccessi verbali o grafici bisogna valutarli per quello che sono. Nel nostro Paese negli ultimi venti anni i massimi rappresentanti delle istituzioni ci hanno abituato al peggio: dall’usare il tricolore per pulirsi le parti intime, al ritenere giusto evadere le tasse fino a definire la magistratura una forza eversiva. Ma se tutti avessimo preso per vere quelle parole dove saremmo ora? Per fortuna il buonsenso è prevalso, e deve prevalere, ad ogni livello.
Venendo nello specifico, il 2 settembre scorso, il nostro gruppo consiliare, insieme a Pro Natura Piemonte, ha presentato alla Procura della Repubblica di Torino una circostanziata e documentata denuncia per abuso edilizio relativa alle opere di recinzione realizzate da Ltf sia nell’area del museo e parco archeologico della Maddalena, sia nel perimetro del cosiddetto cantiere del tunnel geognostico. Il comune di Chiomonte, mediante una lettera in risposta ad una nostra successiva richiesta di documenti, ci confermava che non avrebbe potuto fornircene copia in quanto secretati perché l’ufficio tecnico aveva compiuto l’ispezione del caso, redatto il rapporto inviandolo alla magistratura e che vi era quindi una indagine in corso (quindi qualcosa c’era). Sono trascorsi sei mesi dalla denuncia e noi non sappiamo nulla (pur avendo espressamente chiesto di essere informati sul suo esito). Non è credibile che dopo sei mesi una semplice denuncia per abuso edilizio non sia stata ancora chiusa!
Il fatto che ci rattrista è che a marzo verranno processati 22 attivisti per aver (consapevolmente) costruito nell’autunno 2010 una piccola baita abusiva. Quello che impressiona è la sequenza temporale: il 4 novembre 2010, ovvero solo pochi giorni dopo l’inizio dei lavori, i partecipanti sono stati identificati dalle forze dell’ordine, l’11 novembre 2010 è pervenuta l’ingiunzione di demolizione ed il 18 novembre 2010 sono arrivati gli avvisi di garanzia, impiegando quindi solo due settimane per completare tutta la procedura, una giustizia davvero... ad alta velocità.
Come crediamo di aver dimostrato, non si può certo dire che la velocità con la quale la Procura ha trattato i due casi di abuso edilizio sia stata uguale, non per questo però abbiamo perso il rispetto che avevamo per la magistratura, semmai questo ci dà lo spunto per chiedere al procuratore Caselli uno sforzo per aumentare la fiducia nell’istituzione da lui rappresentata: prenda in carico la nostra denuncia (sei mesi crediamo siano stati più che sufficienti) e se abbiamo ragione, ordini la rimozione delle recinzioni della Maddalena e del cantiere e persegua i colpevoli dell’abuso come la legge prevede, così come sono stati perseguiti coloro che hanno costruito la baita in Clarea. Se invece è tutto regolare, ci saranno i riferimenti di legge a giustificare la realizzazione di quelle opere edili e noi saremo tranquilli, avremo semplicemente compiuto tutti appieno il mandato istituzionale che, con le dovute proporzioni, entrambi abbiamo.
ALBERTO VEGGIO
MARINELLA CUATTO
VALERIO BERTOLO
gruppo consiliare “Buongiorno Condove”

 




FORZA LUCA, CE LA PUOI E CE LA DEVI FARE

 

Ok, ci siamo arrivati. Prima o poi doveva succedere. Luca lotta tra la vita e la morte per un ideale sano e pulito mentre uomini in divisa ci espropriano le montagne. Da credente prego, prego per lui e per quello che è sempre stato, amante della propria terra, orgoglioso delle proprie radici, disponibile con tutto il paese, per chi ha bisogno di una potatura, per chi deve mettere a posto l’orto o il giardino. Se ci fosse più gente come lui la val di Susa forse non sarebbe ridotta così, abbandonata e vista solo come propaggine invernale della città. Siccome lo conosco mi sono sempre sganasciato dalle risate quando i giornali lo dipingevano, di volta in volta, come anarcoinsurrezionalista, piuttosto che antagonista e altre amenità del genere. E’ un esuberante, ecco, ingenuamente esuberante e quando ha commesso i suoi errori li ha pagati. Punto. Ma le motivazioni, quello che ti smuove l’anima quanto senti che quello che ti stanno facendo non è giusto, a volte è incontrollabile, tanto più quando lo fanno in nome di un profitto sfacciatamente mascherato da progresso.
E a questo punto entriamo nella filosofia, cominciamo a discutere sull’ansia da velocità e sulla propensione all’autodistruzione. In nome di che cosa stiamo sfasciando i boschi di Chiomonte e di Giaglione? In nome di quale progresso? Di quale scienza? La stiamo idolatrando la scienza, l’abbiamo assurta a nuovo Dio. Arrivare prima, in fretta, di corsa, la scienza ce lo permette anche a danno di tutto il resto. Ma perché? La scienza è soggetta a tutte le debolezze umane, è piena di invidie, di lotte, di rancori per accaparrarsi i primati, ma soprattutto è fatta da uomini che spesso inebria ai limiti dell’arroganza. Basta guardare le multinazionali farmaceutiche. Peccato, però, che sovente ciò che è vero oggi non lo sarà più domani. La scienza senza umiltà, umanesimo, etica e filosofia non può fare assolutamente nulla. Costituisce semplicemente un pericolo. Lo insegna la storia, la scienza è piena di scoperte che vengono sfruttate principalmente a scopi militari prima che per migliorare l’esistenza dell’uomo. Perché per dieci minuti si devono sperperare i soldi di una nazione che ha il culo per terra, si devono violentare montagne, pianure, fiumi, distruggere case per l’ansia di arrivare prima? Per l’ansia di morire prima? Mi ricollego dunque a un punto che eticamente dovrebbe essere più che sufficiente per condannare senza se e senza ma quest’opera. È uno dei punti più soggetti ad amnesia da parte dei costruttori di benessere e colatori di cemento. Il capitolato Ltf, rintracciabile peraltro semplicemente su internet, asserisce che in valle di Susa è già previsto un aumento delle malattie respiratore e cardiovascolari pari al 10-15 per cento, soprattutto tra le fasce deboli della popolazione: bambini e anziani.
Ltf praticamente dice: “Signori, io ve l’ho detto. Metto le mani avanti, non venite poi a rompermi le balle con denunce e quant’altro”. Fantastico, e io che pensavo di invecchiare tranquillamente e i miei nipoti di crescere! Invece mi dicono che io e i miei nipoti abbiamo maggiori probabilità di tirare le cuoia prima. Se mi dicono: “Guarda che per andare nella casa che c’è di là, io devo tirare giù i muri di casa tua, sai, così guadagno circa due minuti. Ma è per il bene comune, eh? Ti distruggo un po’ i muri e poi è probabile che ti dia il 10-15 per cento di randellate in più, niente di che. Io te l’ho detto”. Cosa devo fare? Devo offrirgli anche il caffè e dire grazie, devo aspettare tranquillo e inerte come un quaquaraquà - per dirla alla Pirandello - oppure avrò il diritto di reagire? Chiedete le compensazioni, dicono i signori della Tav. E cosa mi compensano? Il costo del funerale? Ben venga dunque un Tgv che da Torino a Milano corre a 250 chilometri all’ora e che poi si goda un po’ il paesaggio di montagna sulla linea esistente quando passa in val di Susa. Sono 15 minuti in più, ma almeno te li godi.
Mi preme soltanto ricordare che la valle di Susa, e in particolar modo la bassa, è una valle stretta e ad alta densità abitativa. Basti ricordare la piana tra Sant’Ambrogio e Borgone dove, su una valle larga un chilometro, c’è un’autostrada, una ferrovia, due statali, un fiume e case senza soluzione di continuità. La costruzione di una linea ad alta velocità (riprendo sempre i dati di Ltf per non destare sospetti) prevede che la larghezza minima del cantiere sia di 150 metri, circa un sesto della larghezza della valle, per tutta la sua lunghezza. Nessuno - forse per pudore o forse per timore - ha ancora valutato il numero delle case e delle infrastrutture da abbattere e i terreni da espropriare. In una valle che si sta deindustrializzando e che vede il ritorno ad un’economia più etica e umana, all’agricoltura biologica, al piccolo allevamento, un’opera del genere è un disastro ecologico senza pari. Una valle che per sessant’anni è stata ignorata dallo Stato e abbandonata a se stessa, che non ha avuto nessun tipo di supporto dopo il grande spopolamento ora viene riconsiderata dal potere centrale solo per fungere da corridoio con tonnellate di colate di cemento.
Ecco per cosa si battono tutti i Luca di questa valle. La natura insegna - soprattutto in questi ultimi anni - che la montagna è madre e matrigna anche della città. L’acqua delle città arriva dalla montagna, quel poco di energia elettrica che autoproduciamo arriva dalla montagna, le grandi alluvioni che in questi ultimi anni stanno falcidiando grandi città come Genova sono dovute all’ignoranza di chi pensa che la montagna sia solo un posto in cui andare a sciare d’inverno. L’ignoranza metropolitana genera mostri che si ritorcono su loro stessi. In una nazione come l’Italia che è costituita al 54 per cento di montagne non si può pensare che tutto graviti sull’asse Roma-Milano con un pensiero di autosufficienza tale da ottenebrare ogni barlume d’intelligenza. O ci svegliamo in tempo oppure tutto ci ricadrà addosso. Ricordiamolo. Forza Luca, ce la puoi e ce la devi fare!
RICCARDO HUMBERT
Exilles



TAV, VALE LA PENA CONTINUARE?

 

A seguito dei drammatici fatti successi il 27 di febbraio nei (finti) cantieri della Maddalena, vorrei fare alcune riflessioni squisitamente personali sull’accaduto.
Non me la sento, così come in troppi hanno fatto, di giudicare il singolo gesto che ha portato al ricovero in ospedale del povero Luca Abbà, anche se una riflessione mi viene spontanea: uno non si arrampica su un traliccio con una linea aerea in tensione per sport o per incoscienza (intesa come ignoranza del pericolo). Se Luca ha fatto quello che ha fatto è stato perchè spinto dall’esasperazione, per una situazione al limite dell’assurdo che la valle sta vivendo ormai da mesi, una situazione di cui si è fin troppo discusso.
Al di là di chi vuole o non vuole il Tav in valle di Susa, non si può e non si deve restare indifferenti sulle modalità con cui lo Stato sta portando avanti questo progetto: senza dialogo, senza spiegazioni, senza motivi validi, con la pura forza della militarizzazione. Continuano a dirci che deve essere fatta perché l’Europa ce la chiede: guarda che strano, l’Europa ci chiedeva anche di fare pagare l’Ici (o Imu) alla chiesa, lo abbiamo scoperto soltanto adesso. L’Europa chi chiede anche di espellere i parlamentari accusati di vari reati che invece, a quanto pare, continuano a rimanere imperterriti al loro posto... quante altre cose ci chiede, l’Europa, di cui non siamo a conoscenza? Guarda caso, però, chi vuole il Tav continua a ripetere, come un disco rotto, che si deve fare perché ce la chiede l’Europa, senza sprecarsi in altre spiegazioni: già questo, sarebbe un motivo più che valido per esasperare chiunque.
Un altro motivo che spinge all’esasperazione di chi si interessa di questa vicenda risiede nella supposta necessità economica di realizzarla: ma questo progetto risale ad oltre 20 anni fa, ed allora c’era una realtà economica diversa, anche se già avviata al declino: ormai le ditte sono migrate all’estero, e non sarà certo una ferrovia a riportarle in Italia.
Ma anche le dichiarazioni deliranti che ieri ho sentito provenire da alcuni esponenti politici possono portare ad esasperare anche gli animi più miti: non si sapeva ancora che fine avrebbe fatto Luca, e qualche politico (idiota!) già affermava, in prima serata e sui vari tg, che «bisognava andare avanti». Bravi geni, poi non lamentatevi se la tensione sociale sale, nel paese! Credete di fare i duri, e non vi rendete conto che alimentate solamente l’incazzatura generale.
Ma il punto cruciale dell’intera vicenda si concentra ormai in una sola domanda, che vorrei girare a coloro che continuano ad annunciare la ferma volontà di “andare avanti”: vale veramente la pena di continuare? Se anche servisse (così accontentiamo anche i Sì Tav), sarebbe veramente necessario realizzarla, di fronte alla crisi economica e sociale che ci trascina sempre più in basso? Anche questo strano miracolo economico, per cui mancano i soldi per le scuole, gli asili, gli ospedali, e poi piovono miliardi dal nulla per finanziare non già i cantieri, ma solo i tavoli tecnici, gli studi di fattibilità, i progetti ed i convegni, qualcuno dovrebbe spiegarmelo.
Mancano i soldi? Pazienza! Ci si accontenta del poco, si fanno sacrifici, eccetera... ma non ospitate, su un tigì, due notizie che si susseguono, dove prima si parla della crisi e dei tagli, e poi si dice all’italico popolino che verranno stanziati miliardi di euro per comprare aerei militari, o finanziare grandi opere! E poi, qualche G.G. (Giornalista Genio) scrive preoccupati articoli sull’aumento delle tensioni sociali: ma davvero credete che in Italia siano tutti idioti?
Ancora una volta mi chiedo (e vi chiedo): vale veramente la pena di continuare? Dove credete che porterà, questa testarda intenzione di andare avanti a tutti i costi? Volete che vi dica una cosa, da povero fesso quale sono? Il Tav non funzionerà mai! Voi, Sì Tav, mettetevi pure il cuore in pace (idem chi spera di fare affari d’oro, negli anni a venire). Questa opera non sarà mai finita o, nel migliore dei casi, non verrà mai fatta funzionare. E chi pagherà i soldi necessari al suo mantenimento, le ferrovie, che già adesso non hanno i soldi necessari a garantire la manutenzione e la pulizia delle carrozze e della linea esistente? I privati? Ma non fatemi ridere! Nessun investitore con la testa sul collo scommetterebbe ormai sulla convenienza economica di un’opera basata su un tunnel lungo decine di chilometri (basta vedere che fine sta facendo l’Eurotunnel).
Vi inventerete nuove finanziarie, nuovi fantasiosi prelievi fiscali, nuove gabelle? Credete, con questo, di fare contenta la popolazione, diminuire le tensioni sociali? Siete veramente sicuri che la gente continuerà ad andare avanti come se niente fosse? Allora, ripeto la domanda di prima: vale veramente la pena continuare? Pensateci serenamente ed onestamente (se non sapete cosa vuole dire la parola “onestamente” sui dizionari ne trovate il significato...).
ANGELO FORNIER
Chiomonte





TAV, IL PROBLEMA NON E' L'ORDINE PUBBLICO

 

Gentile direttore, vorrei provare a proporre qualche pensiero in modo pacato e costruttivo, anche se la drammaticità degli eventi di questi giorni e il clima avvelenato non rendono facile questo compito.
Desidero in premessa sottolineare, nonostante preoccupanti episodi ed una diffusa crisi morale e di valori, la mia fiducia nelle istituzioni, nella magistratura e in particolare nel procuratore generale Caselli, oggetto di ingiustificati attacchi: non dimentichiamo che per anni, mettendo a repentaglio la sua sicurezza e vita, ha combattuto con grande coraggio e competenza una lotta senza quartiere alla mafia. Inoltre condanno senza nessun distinguo e con forza ogni atto di violenza da ogni parte arrivi, sia fisica che morale, compresa quella di certa carta stampata che continua ad alimentare incomprensioni e sospetti tra le parti con un’informazione univoca, spesso omissiva e denigratoria. Il rispetto delle persone è fondamentale: il rispetto di tutti e dico proprio tutti gli attori della vicenda se si vuole cercare una via di uscita da questa complessa e difficile situazione, nella quale il grande assente è la politica. Il Tav non è un problema di ordine pubblico, è un problema di contenuti economici, di trasporti, di opportunità e di priorità. Solo ragionando, dati alla mano, su questi ultimi aspetti possiamo rimuovere le ragioni alla base dei problemi di ordine pubblico, con un confronto aperto sui dati e non sugli slogan.
Fatta questa premessa desidero però fare presente quanto segue:
1) Il Tav non è giusto ridurlo ad un problema di ordine pubblico, e non è un problema solo della valle di Susa, ma in primo luogo è una questione economica e di tutta la nazione: oggi non possiamo permetterci di investire una massa enorme di denaro in un’opera non prioritaria che ci indebiterà pesantemente per decine di anni a venire. I dati raccolti nelle oltre duecento pagine di osservazioni dai tecnici della Comunità montana, dai 360 docenti universitari di tutta Italia e dai quaderni dello stesso Osservatorio di Mario Virano, dimostrano l’inutilità di quest’opera e la sua non priorità rispetto ad investimenti ben più urgenti. Nel 1997 c’è stato il picco di merci transitate sulla linea storica di dieci milioni e mezzo di tonnellate scese a due milioni e 900mila del 2007 quando non era ancora scoppiata la crisi finanziaria ed economica. Naturalmente dal 2008 ad oggi il traffico è ancora di più in calo, compreso il traffico pesante autostradale.
A questi due semplicissimi ma evidenti dati va aggiunto il fatto che l’asse del trasporti in Europa della maggior parte delle merci, comprese quelle provenienti dai paesi asiatici, è quello Nord-Sud, vista anche la pochezza e la difficoltà delle economie sull’asse est-ovest, a partire dal Portogallo fino all’Ucraina, per cui il famoso corridoio Lisbona-Kiev risulta del tutto insufficiente a giustificare un’opera di quelle proporzioni e di quei costi, quando il traffico sull’attuale linea storica come riportato poc’anzi è in costante calo da decenni ormai con uno sfruttamento dell’attuale linea per poco più del 20 per cento del suo potenziale. L’investimento dunque di 35-40 miliardi di euro risulta del tutto ingiustificato ed esagerato e a tutt’oggi non esiste uno studio costi-benefici che supporti l’urgenza di un’opera così costosa e complessa. Qualcuno spesso si pone la legittima domanda sul perché tutti i partiti o quasi siano perfettamente d’accordo sull’urgenza e la priorità assoluta di quest’opera. Rispondo con un dato concreto fornito dalla Corte dei Conti, il massimo organo della magistratura contabile della nostra nazione: ogni anno la corruzione costa alle casse dello Stato e quindi alle nostre tasche 60 miliardi di euro sottratti alla ricchezza pubblica nel grande pascolo degli appalti pubblici.
2) Ci sono altre emergenze.
- Il dissesto idrogeologico: ad ogni evento atmosferico anche solo di lieve intensità si accompagnano centinaia di milioni di danni e svariate vittime.
- La giustizia: per mancanza di fondi la maggior parte dei procedimenti penali finisce in prescrizione per decorrenza dei termini, così come le cause civili non vedono mai la fine con danni economici di centinaia e centinaia di milioni oltre ai danni morali e sociali.
- La ricerca: siamo il fanalino di code per risorse investite in questo settore strategico per ogni nazione moderna e vero volano per aumentare l’occupazione e la competitività sui mercati internazionali.
- Il sistema dei trasporti: il trasporto pendolare, il sistema metropolitano, il sistema portuale, gli oltre 5mila chilometri di rete ferroviaria ad un solo binario da raddoppiare, il materiale rotabile obsoleto e inadeguato ai moderni standard di sicurezza ed efficienza.
- L’efficienza energetica e lo sviluppo delle energie rinnovabili: in questo campo da subito si potrebbero creare con opportuni investimenti migliaia di posti di lavoro qualificati, riducendo la dipendenza dall’estero per le fonti energetiche e migliorando la bilancia commerciale.
- La lotta all’evasione, alla corruzione e alla malavita organizzata: sono 60 miliardi all’anno di costo per la corruzione, oltre 150 miliardi per l’evasione fiscale e una cifra che supera i 200 miliardi di fatturato per quanto riguarda le organizzazioni criminali.
- La scuola, l’università e la formazione: inutile dilungarsi su questo tema a tutti tristemente noto per la pochezza di risorse investite, per lo stato spesso disastroso dell’edilizia scolastica italiana, tanto per citare le più note ed evidenti priorità di investimenti in questi tempi di crisi economica in cui è necessario fare delle scelte prioritarie.
- Si stanno sprecando risorse ingenti e preziosissime per spese a dire poco folli: 15 miliardi di euro per l’acquisto di 131 cacciabombardieri d’attacco, e altrettanti per l’acquisto di cento elicotteri da combattimento e 120 caccia Eurofighter.
I sindaci della valle di Susa nell’incontro in Prefettura di mercoledì 29 febbraio hanno chiesto un incontro urgente con il governo per entrare nel merito dei contenuti e per cercare una via di uscita ragionevole, chiedendo un momento di sospensione delle operazioni. Al momento il governo ha preferito ignorare, per l’ennesima volta, i sindaci del territorio interessato, per ascoltare il sindaco di Torino, il presidente della Provincia e della Regione Piemonte.
Detto questo che fare: in primo luogo è necessario che tutti i cittadini, nessuno escluso, si sentano responsabili della cosa pubblica e partecipino attivamente alla vita politica e sociale a partire dalle piccole realtà dei paesi o delle città in cui vivono. La delega in bianco ai partiti, lasciati senza controllo, ha prodotto questo disastro sotto gli occhi di tutti, dove la politica ha abbandonato il suo ruolo lasciando ogni responsabilità alle forze dell’ordine, abdicando alla sua fondamentale funzione di mediazione e di confronto sul merito delle questioni e di rappresentanza dei cittadini.
Manifestare in modo pacifico e legale è doveroso, utile e legittimo, ma è altrettanto doveroso e indispensabile impegnarsi personalmente nella vita pubblica e amministrativa. E’ un percorso lungo, pieno di ostacoli e insidie, faticoso ma sicuramente positivo sulle lunghe distanze. Un paese dove i problemi del disagio sociale, economico e culturale sono ridotti dai “politici in carica” a questioni di ordine pubblico non ha a mio avviso un futuro.
Forse è anche per questi motivi che interessarsi di Tav vuole dire interessarsi della nazione e di questioni essenziali per la sua vita democratica e non solo di un problema particolare di una valle.
DARIO FRACCHIA
sindaco di S.Ambrogio




UNA TRANQUILLA SERA DI PAURA A CHIANOCCO

 

Mercoledì 29 febbraio. Raccordo autostradale del Vernetto, Chianocco. «A Chianocco non si molla il blocco». È un coro che suona bene. E’ il terzo giorno che blocchiamo l’A32. Arrivo alle 17, la polizia è giunta qualche minuto prima e ha sgomberato il tratto sopraelevato. Passano le ore: interviste, telecamere e giornalisti mentre le ruspe continuano a lavorare per rimuovere le barricate. Si fa sera, qualcuno spegne le luci dell’autostrada, poi le riaccende, poi forse le rispegne più tardi, quando inizieranno le cariche: il tutto è fin da subito suonato vagamente inquietante, con il sospetto che ci fosse l’interesse a tenere nascosto qualcosa.
E iniziamo a farcene un’idea, con i poliziotti disposti in assetto antisommossa che prendono a spingere per farci venir giù dalla discenderia autostradale: scudi, manganelli e caschi, contro le nostre mani nude, messe in alto, bene in vista. In prima linea molti leader del movimento, pronti a rischiare e a resistere, a dare un esempio che dà forza. La polizia spinge, noi non molliamo. Spingiamo anche noi e riusciamo a riguadagnare i passi che ci avevano fatto perdere. Tutti a cordone, legati a braccetto, si spinge. La tensione a quanto pare sale, dall’altra, non dalla nostra parte. Arriva un idrante puntato su di noi e ci rendiamo conto che presto o tardi, calato il sipario del teatrino dell’ultima diretta televisiva, faranno ogni cosa per farci andar via.
Sdrammatizziamo. Un ragazzo in seconda linea lancia un avviso a chi sta dietro di lui: «Oh ragazzi, attenzione che nello zaino ho le uova, fate piano». Ridiamo, tutti, e si scioglie un po’ di tensione. Un amico davanti a me tira fuori una battuta dopo l’altra e sono davvero contenta che ci sia perchè sto meglio. Quando arrivano i cambi delle forze dell’ordine commenta: «Forza ragazzi, anche noi: cambio! Forze fresche, forze fresche!». È da quattro giorni che si passa le notti fuori casa, domenica ha visto Luca cadere dal traliccio e ha visto le ruspe continuare i lavori davanti a lui come se niente fosse. Ne ha passate di tutti i colori, ma continua ad esserci. E fa morir dal ridere. Qualcuno tira fuori dallo zaino un vasetto di olive, qualcun altro del succo e dell’acqua. Si passa di mano in mano, improvvisamente ogni vicino si prende e ti concede la confidenza di un amico di sempre. Siamo tutti insieme, ci aiutiamo come si può, ci diamo una mano, per forza.
Ma arriva il punto in cui si spegne l’ultima telecamera, finisce l’ultima diretta e l’ultimo giornalista con il caschetto nero e la scritta TV in scotch bianco, prende e se ne va. «A cosa ti serve quel caschetto?», mi chiedo io. Una messa in scena. Tutto una messa in scena... Fa segno a un ufficiale: «Ok, ho finito», e poi si allontana. Bon, per oggi il suo dovere è finito. Si volta e se ne va. Quello che segue non è importante, o meglio, non è affare della nostra informazione, non si dice, non si fa vedere, non si trasmette. Quello che segue sono le cariche della polizia. Immediatamente iniziano a spingerci con maggior vigore di prima, ma noi manteniamo la posizione. Io sono in terza linea, non molliamo. Davanti a me una ragazza urla: «Non passeranno, non passeranno!». Ci facciamo forza, gridiamo tutti assieme «Giù le mani dalla Valsusa!», vinciamo la salita e muoviamo addirittura un piccolo passo avanti. I poliziotti intuiscono che si può andar per le lunghe e devono risolverla in fretta, farcela capire una volta per tutte e darci una breve, conclusiva lezione. Alzano i manganelli, battono sugli scudi e subito dopo sulle teste di chi, davanti a loro, tiene le braccia alzate e retrocede. Non è abbastanza. Via con l’idrante. Non è abbastanza. Sparano lacrimogeni. E noi lì, in mezzo allo scontro, ai getti d’acqua e al gas Cs, micidiale, irrespirabile, schifoso e disumano come sempre.
La resistenza si sposta sulla statale 25, sulla strada che conduce nel centro di Bussoleno. Macchine parcheggiate ai lati, case e abitazioni, finchè si arriva a una trattoria. Non vogliamo andarcene e continuiamo a rimanere. A un certo punto i poliziotti partono con una carica più veloce, corrono ed io rimango indietro. Arrivo alla trattoria La Rosa Blu, vedo che c’è gente fuori che guarda e penso di entrare lì. Vado oltre il gazebo del dehors, ma sbaglio entrata, becco quella chiusa. Sono angosciata, panico. Batto forte sul vetro e grido: «Fateci entrare vi prego fateci entrare!». Da dentro la proprietaria mi dice, leggo il labiale e i gesti «Fai il giro dall’altra parte». E’ troppo tardi, non avrei il tempo di tornare indietro per entrare perchè me li ritroverei di fronte e non posso che inventarmi un’uscita, un vicolo, un’apertura da qualche parte che non c’è.
Ho 22 anni, molti nel movimento sanno o intuiscono il mio spirito non-violento. Meglio prendersele che darne, dico. Gli sbirri sono persone, ribadivo... e forse un po’ ci spero ancora. Mi sono ritrovata lì senza sbocchi e nessuna via d’uscita. Giusto il tempo di realizzarlo e di vedere con me altre due o tre persone e poi i poliziotti arrivare. Prima che si voltino ho non so quale insperato attimo per togliermi la maschera antigas e buttarla a terra per evitare di complicare ulteriormente le cose. Si girano verso di noi e ci vedono. Le mani alzate: «Non mi fate del male, vi prego non mi fate del male», grido. Impressione di vulnerabilità, impotenza. D’istinto indietreggiamo tutti verso l’androne dell’abitazione alle nostre spalle.
Un poliziotto mi guarda in un modo che non mi piace: in quel momento ho detestato i miei capelli biondi. Un altro in prima fila scatta, picchia un signore alla mia sinistra con lo scudo, che riesce a rimanere in piedi per non so quale azzardo di possibilità. Un altro ancora o forse lo stesso, non ricordo, impazzisce e inizia a prendere a manganellate il terreno, lo scudo, il muro, cose inanimate. La violenza mi getta in un ambiente sconosciuto e non ho il coraggio di assistere o di rimanerci. Ho solo pensato: di qua me ne devo andare, mi rifiuto di ritrovarmi nella merda. Dietro di me un cancello alto un paio di metri conduce alle abitazioni al primo piano. In cima spuntoni anti-ladro. L’avevo già adocchiato prima come possibile via di fuga ma le punte mi avevano scoraggiata. Ora in un modo o nell’altro mi impongo di farcela. Mi aggrappo al cancello e alla mia istintività, mi arrampico, dietro di me sento «Prendetela, non lasciatela scappare, prendetela!», (siamo proprio in un film, penso... con chissà quale avanzo di ironia). Non ci riesco bene, ho le pedule troppo spesse che non passano tra le sbarre, sono impacciata. Una punta mi spinge nella coscia, riesco ad arrivare anche con il secondo piede dall’altra parte ma mi si impigliano i pantaloni. E porca puttana! Penso, grido, sbraito, non lo so. E vaffanculo, strappo, strappo via i pantaloni, mi si aprono e faccio giusto in tempo a togliere le dita della mano dal cancello quando vedo uno sbirro che tenta di prendermele a manganellate.
Mi metto a posto i pantaloni, me ne vado, corro su per le scale. Citofono all’alloggio a destra, vedo un vecchietto attraverso la finestra illuminata, seduto, a guardare. «Mi faccia entrare, mi faccia entrare, per piacere, per piacere!». Intuisce il panico e la disperazione, le emozioni sono difficili da imbrigliare nella novità, ma se ne sbatte. Rimane impassibile, scuote la testa e anzi sulla sua faccia prende forma una sprezzante espressione di schifo. Adesso, a mente ferma, sono più schifata io, ne stia certo. Volo a sinistra, mi aggrappo al campanello con insistenza. Suono e ri-suono. Sotto sento voci, grida, manganelli che sbattono, ma non so dove o su chi. Mi apre la porta un volto che vedo e che mi pare delizioso. Una donna dallo sguardo a metà tra il sorpreso e l’angosciato: «Mi faccia entrare, per cortesia mi faccia entrare!». Penso di non aver mai supplicato qualcuno per davvero, fino a quel momento. Mi guarda. «Entra…». Una voce dolce. Una voce dolce in mezzo a tutto questo schifo e a questa prepotenza. Entro, tremo, rotolo in salotto.
Mi seggo per terra. Mi scusi ho i pantaloni bucati, mi scusi. Sono pure sporca di sangue perchè mi si sono bucati nei giorni sbagliati. Mi scusi, mi scusi. Tranquilla, stai calma. Respiro, guardo a terra, respiro, guardo a terra, mi volto. Un ragazzino è sulla porta, allucinato. E’ il figlio. Mi rendo conto che prima stava combinando qualcosa a cavallo tra giocare a soldatini e guardare “Il Gladiatore”. La vita a volte sa essere incredibilmente sarcastica. Mi guarda, uno sguardo veloce, e poi mi butto di nuovo a guardare il pavimento. Vado in bagno, mi sistemo, mi vengono offerti dei pantaloni nuovi e mi rimetto in sesto. Esco dal bagno. Scambiamo due parole che non ricordo e che, sono certa, non ricorderà neanche lei.
Andiamo alla finestra e guardiamo cosa succede fuori. Un gruppo di poliziotti prende una via laterale, un signore per strada indica un punto in lontananza e questi prendono a seguirlo. Caccia all’uomo. E non so se possano entrare in casa, non so se riescano o possano prendersi il diritto farlo, come loro solito. Da sotto sento: «Polizia, fate entrare, polizia!». E botte di manganello e una donna che grida. Sono sconvolta, non vedo, sento soltanto e faccio correre le immagini su quello che le mie orecchie riescono a percepire. Sento arrivare anche un’ambulanza e qualcun altro grida: «Guardate cosa provocate, guardate cosa provocate voi!». Ho paura. Sento delle manganellate metalliche e capisco che sono sul cancello che ho scavalcato. Ho ancor più paura. Forse per sorridere o forse per sperare in qualcosa che possa rivelarsi improbabilmente efficace, dico: «E se cambiassi i vestiti? Può essere una buona idea?». Mio Dio, sembra davvero di essere in guerra. Mi tornano in mente quelle storie di fuggitivi che trovavano rifugio in case di privati, durante le guerre mondiali. Ma non siamo in quel periodo, siamo nel 2012, in Italia, in un paese che dovrebbe essere democratico, in un paese che questi mezzi dovrebbe abolirli, sbatterli fuori dal suo registro, ripugnarli! E invece no. Scene incredibili, irragionevoli, ingiuste, brute, incivili.
Mi cambio, mi metto in desabillè, la signora nasconde lo zaino e l’altra roba. Puzzo di lacrimogeno, ho i capelli bagnati e il cuore a mille, ma andrà tutto bene. «Se entrano sono tua figlia?», «Se entrano sei mia nipote». E andiamo. Sporgo ancora l’orecchio vicino alla finestra: «Guardate che non siamo terroristi, siamo normali cittadini di Bussoleno e guardate che abbiamo visto cosa avete fatto eh!». Un signore, cliente o frequentatore della trattoria, ha avuto il coraggio di dire quello che gli sembrava giusto: ho poi visto, una volta uscita, che quella porta chiusa da cui non ero potuta passare, i poliziotti l’avevano mandata in frantumi a colpi di manganello. Rimango lì. I poliziotti del vicolo della caccia all’uomo tornano. La proprietaria della casa in cui mi trovo io riceve una telefonata da un vicino che le dice che ha nascosto una quarantina di attivisti da lui. A quanto pare se la sono scampata bella e si ravviva in me la fiducia che andrà tutto bene.
Allontanatisi i poliziotti, finalmente, rientro nella cameretta del ragazzino per rimettermi i miei vestiti e uscire. Sul suo cuscino, con a lato la stampa di un leone, leggo queste parole: “Il potere corrompe. Il potere assoluto non è niente male”.
lettera inviata da
LUIGI ROBALDO
Avigliana





DA TORINO A CHIANOCCO: DIARIO DI UNA GIORNATA PARTICOLARE

 

Mercoledì 29 febbraio, ore 12,30: sono in prefettura per l’incontro richiesto dagli amministratori locali (evidentemente né Prefetto né Questore avevano ritenuto utile convocarci) tra Comunità montana Valsusa Valsangone, sindaci della valle e il prefetto di Torino per analizzare la grave situazione che si vive in val Susa in relazione al Tav. Molti interventi, che riassumo per la parte delle richieste: incontro urgente con il governo, sospensione lavori per abbassare le fortissime tensioni e poter illustrare le nostre posizioni in tavoli tecnici non ideologici e in campo neutro, eliminazione del nuovo blocco alla centrale di Chiomonte per vitivinicoltori impossibilitati a svolgere la loro attività di coltivazione della vigna. Il prefetto si impegna a sollecitare l’incontro con il governo e a garantire l’accessibilità ai vitivinicoltori della Clarea.
14,30 circa, usciamo dalla Prefettura e veniamo verbalmente e animatamente investiti dal nugolo di giornalisti che ci chiedono le nostre considerazioni rispetto all’aggressione subita da una troupe giornalistica a Chianocco. Si parla di setto nasale spaccato e di giornalisti “costretti a rinchiudersi in un bar”; c’è molta tensione, che un po’ per volta si stempera e permette a tutti un confronto sereno: al presidente Plano e agli amministratori di condannare senza ambiguità le aggressioni-intimidazioni ai giornalisti (da qualunque parte avvengano) a cui va garantito il diritto di cronaca. Si prosegue con la dichiarazione ufficiale di Plano rispetto all’incontro con il prefetto.
Si formano numerosi capannelli tra amministratori e giornalisti, io e Reviglio, vice sindaco di Avigliana, siamo fra gli ultimi ad allontanarsi dalla Prefettura verso le 15,45. Mentre ci spostiamo verso Avigliana mi giungono messaggi e telefonate che in modo univoco mi riferiscono di grossi movimenti di militari e di ordine tassativo di sgomberare l’autostrada. Mi sembra impossibile che a due ore scarse dall’incontro in Prefettura in cui tutti ci siamo impegnati ad abbassare i toni ci possa essere un inasprimento della situazione già molto “calda”. Mi chiedo se non è un segnale di disprezzo verso gli amministratori locali.
Decido dopo un breve passaggio a casa di andare a Chianocco per seguire la situazione. Arrivo allo svincolo sulla statale 24 da San Giorio e lo percorro a piedi, incontrando pochissime persone, oltrepasso le barriere metalliche e la corsia autostradale di discesa verso Avigliana e mi ritrovo a due metri dal gruppo di manifestanti seduti per terra e circondati dalle forze dell’ordine (mentre fra me e me mi chiedo: ma se fossi un terrorista malintenzionato o un infiltrato avrei potuto fare...).
Analizzo la situazione: una trentina di manifestanti pacificamente seduti, intravedo parecchie persone del movimento (certo non conosco tutti, ma sono tutti seduti), un muoversi animato del comandante di piazza (si dice così?) e di graduati. Dall’altra parte, dai prati, arriva Mario Cavargna che, chiamato a gran voce, tenta di unirsi al gruppo ma viene respinto. È un attimo, dalla mia parte i militari mi danno le spalle, sento il dovere, come altre volte di cercare di svolgere quell’azione di presenza istituzionale volta ad evitare forti contrapposizioni, sono a pochi metri, salto giù e mi unisco al gruppo.
Vengo quasi subito chiamato dal consigliere regionale Davide Bono e dal capitano Mazzanti, si apre un colloquio-trattativa. La mia preoccupazione più grossa era di evitare azioni di forza in considerazione della espressa volontà di resistenza passiva messa in atto dai manifestanti, concetto che ho ribadito più volte. Chiusa con un nulla di fatto la richiesta di scioglimento del gruppo, i manifestanti sono presi uno alla volta di peso e portati fuori dalla corsia di transito dell’autostrada (con qualche piccolo momento di tensione dovuto anche al malore accusato da una nonna-manifestante), identificati e dopo una mezz’ora ho potuto restituire i documenti che avevo richiesto ci fossero dati indietro. Speravo fosse finita lì, con lo sgombero delle corsie di marcia dell’autostrada a fronte di una azione dimostrativa, non violenta.
Tornando ad Avigliana mi assale un senso di frustrazione e di rabbia (sarà anche il forte raffreddore) sentendo che il governo aveva convocato a Roma Cota, Saitta, Fassino e Virano e non si parlava di incontri con le comunità locali. Ma come? I sindaci e la Comunità montana rappresentanti del territorio richiedono un incontro urgente e il governo convoca gli enti superiori e non gli enti locali? Mi sembra un altro sgarbo istituzionale alla democrazia.
Ma non è finita: verso sera giungono messaggi concitati di cariche e caccia all’uomo per le vie del paese, macchine e vetrine infrante. Così risalgo la valle insieme a diversi esponenti del comitato Avigliana Città Aperta, che abbandonano la riunione plenaria in corso. Polivalente: cronache di cariche, feriti, fermati. Se la volontà espressa nell’incontro con il prefetto era stata di “abbassare la tensione”, quanto accaduto subito dopo dà il senso della volontà di ascolto nei confronti degli amministratori locali e della gente della val Susa, tutto questo dopo la grande manifestazione pacifica di sabato.
RINO MARCECA
assessore di Avigliana e vicepresidente della Comunità montana






LUPI E PECORELLE: CERCASI DISPERATAMENTE PASTORE DI ANIME

È difficile, estremamente difficile, riuscire a mettere le parole giuste una dietro all’altra restando per quanto possibile in mezzo senza alimentare polemiche e nel contempo soggiacere in silenzio. Essere lupi o pecorelle? Domenica scorsa ho inviato una lettera a Luna Nuova in cui raccontavo, per sommi capi, la bella giornata di sabato. Bandiere, colori, tanti giovani e la non velata soddisfazione che non era successo nulla di grave nonostante i portatori sani di disgrazie (il morto, la violenza, le pietre, i lacrimogeni…).
Quella lettera, così come quei momenti sereni sono stati azzerati in meno di un giorno ancora una volta dalla necessità di quel maledetto cantiere; la risposta immediata alla nostra assoluta buona volontà è stata cancellata, annullata, sfregiata dalle ruspe e dall’atto estremo di Luca. Un atto estremo e doloroso che è arrivato quasi inevitabile, tracciando una linea tra la parola e l’azione, tra il dialogo e “l’oltre” a cui non si vorrebbe mai arrivare ma che alla fine giustifica i mezzi adottati dall’una e dall’altra parte . Sulla prima pagina di Luna Nuova si lanciava un messaggio se non perentorio almeno di riflessione “Restiamo calmi”; come non condividere quelle parole anche se poi in settimana i blocchi stradali, le riprese televisive, la scoperta della valle di Susa come fenomeno di ribellione se non addirittura di nuovo terrorismo, le scandalose aperture di alcuni quotidiani, i saccenti che sanno tutto, ma forse non sanno neppure dove si trovano Bussoleno o Venaus.
In tutto questo ambaradan di caschi, fiamme, pecorelle smarrite e lupi famelici nessuno ha spiegato che cosa diamine è il Tav. Per l’ennesima volta sono uscite dalla bocca dei bene informati le frasi di circostanza, la condanna, la perentorietà nel far avanzare il cantiere eccetera, eccetera, eccetera… Ho letto l’editoriale che Michela Murgia ha scritto per “E il mensile” di Emergency dal titolo “Tav, il patto tradito”: è di una verità e di una bellezza che raramente negli articoli emozionali, nelle cronache, nelle interviste si riesce a trovare. L’incipit della redazione apre la porta alla vicenda No Tav legandole al binomio autorità e autoritarismi perché sono molto simili al rapporto pace e guerra. Colpiscono a freddo le frasi della giornalista, colpiscono subito, colpiscono come un gancio al mento che ti mette ko.
«L’estate scorsa lo Stato - non il governo, ma proprio lo Stato - ha permesso che in val di Susa si celebrasse a suon di manganelli il rito funebre della propria autorità». Quando è che uno Stato, inteso come istituzioni, democrazia, libertà, istruzione perde la sua credibilità e conseguentemente la fiducia, la stima, il rapporto filiale con i propri cittadini? Quando mette mano alla violenza, al sopruso e lo fa utilizzando la voce inverosimile dei suoi rappresentanti siano essi politici, finanziari, economici lasciando il lavoro sporco a miriadi di manganelli che nel vano tentativo di fare rispettare la legge (la famosa legge che deve essere uguale per tutti) aiutano addirittura la criminalità organizzata spianandole la strada.
Che cosa dice di inoppugnabile l’editoriale? «...l’arresto degli attivisti... al di là delle appurabili responsabilità personali... suona inequivocabilmente così. Badate che, se si arriva allo scontro definitivo, noi abbiamo i mezzi per imporli e voi non avete quelli per opporvi senza rinunciare alla legalità». Con buona pace di chi vuole mettercela tutta, ognuno a modo suo, dissentendo come meglio crede, ma nessuno, nessuno dice che dopo anni e anni di assoluta buona volontà «...è il solo caso in cui la violenza è emersa forzatamente dopo anni di resistenza pacifica sempre inflessibile», possibile che neanche uno sia andato alle radici di questa improvvisa follia collettiva? In conclusione, «mandare le forze dell’ordine in tenuta antisommossa a manganellare chi esprime il suo dissenso non è un esercizio di autorità, ma l’ammissione pubblica di averla definitivamente perduta insieme al diritto di pretenderla».
È impressionante notare come qui la presenza delle forze dell’ordine e l’utilizzo di tutto l’armamentario di cui dispongono superi ogni possibile immaginazione in termini di uomini e mezzi. Il sequestro e la conseguente militarizzazione di un’area che potrebbe durare anni non spaventa né in termini di costi, né in termini di visibilità, né in termini di credibilità. Lascia perplessi e sgomenti la mancanza di questo impegno nella vita quotidiana dell’Italia intera in cui l’omicidio, il traffico di droga, di armi, il radicamento di organizzazioni criminali ben più terribili continuino a fronteggiarle manipoli di commissariati a cui mancano persino le auto. L’incertezza del vivere quotidiano è ammessa come dato di fatto, è ammesso persino che non si possa vincere: qui tra Susa e Bussoleno si deve vincere la guerra.
Con gli insulti e le schifezze che si sentono e si vedono tutti i giorni è stato considerato quasi un reato il monologo del ragazzo e del carabiniere. Evitabile? Forse sì. Più per evitare la sequela di considerazioni e conseguente passaggio dalla ragione al torto. È stato considerato più grave quel parlare da solo rispetto all’abbraccio fraterno del parlamentare Pdl al camorrista Cosentino. Incredibile ma vero. Quel silenzio di una persona comunque sconosciuta di cui sappiamo appena l’età è il silenzio dello Stato, la sua calma è stata la sua forza e di questo ne do atto, resto fermamente del parere che avrei preferito un “vaffa” dal militare a quel mutismo.
Egregio professor Monti, purtroppo questa lettera e queste parole rimarranno nei pochi chilometri coperti da questo giornale, lei non la leggerà mai, ma le assicuro che qualcuno sta bluffando. Il nostro paese in questo momento è come una grande pentola a pressione, le sembrerà una stupidaggine ma la valvola sul coperchio potrebbe otturarsi. Forse mi sbaglio, me lo auguro. Se lei potesse venire in questa valle si renderebbe conto di persona che cosa vuol dire quello che è considerato come il futuro dell’Italia e dei giovani. Lei è molto impegnato e giustamente deve affidarsi alle parole, alle immagini, ai conti finanziari che le hanno presentato, ma le assicuro che se per un giorno abbandonasse Roma a se stessa e prendesse la tradotta che da Torino la porta in val di Susa le si aprirebbe un mondo nuovo. Si fidi, è così.
Con profondo rispetto. Per il suo e il nostro lavoro.
ERNESTO CESCON
Volvera

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