LETTERE AL DIRETTORE

08 Marzo 2012 - 23:08

LETTERE AL DIRETTORE

PRESIDENTE MONTI: SUL TAV, APRA LA PORTA AI TECNICI

 

Signor presidente del Consiglio, Mario Monti, so che ben altre lettere, firmate da persone ben più autorevoli della sottoscritta, Le sono state inviate in questi giorni, a seguito delle sue dichiarazioni sulla questione Tav in valle di Susa. Tuttavia non posso costringermi a tacere, di fronte a palesi e a parer mio gravissimi distorcimenti della realtà. Dunque, perdoni l’insistenza e perdoni anche il mio rendere pubblico questo testo, così come del resto pubbliche sono state le parole sue e dei suoi ministri su quel tema che mi vede profondamente coinvolta, come valsusina e come cittadina italiana.
Ho ascoltato, già colma di sconcerto, la sua conferenza stampa di venerdì 2 marzo. Sconcerto per la sua scelta di incontrare, in questo momento di emergenza democratica, non già i primi rappresentanti legittimamente eletti di quei cittadini della valle di Susa che continuano ad opporsi da oltre 20 anni al Tav, cioè i sindaci e il presidente della Comunità montana, ma esclusivamente l’architetto Virano, di cui in questi anni abbiamo purtroppo ampiamente potuto sperimentare le capacità dialettiche e affabulatorie, ma che di certo non gode della fiducia del territorio di cui avrebbe dovuto illustrare con equilibrio e imparzialità ragioni e problemi.
Con altrettanto stupore ho appreso che l’approfondimento del tema, sul quale da anni i cittadini della valle di Susa si interrogano e che ha prodotto studi corposi, non ultimi i tanti Quaderni dell’Osservatorio, e dibattiti di alto livello accademico, ha portato via a lei e ai suoi ministri neppure due ore. Due ore appena, per questioni tanto spinose, tanto complesse, tanto articolate?! Davvero non mi sarei aspettata tale superficialità da un professore come lei. Chissà che cosa avrebbe pensato, da docente, se i suoi studenti avessero dedicato così poco tempo allo studio, in vista di un esame o, nella fattispecie, di una scelta importantissima e delicata...
Da queste premesse, che già facevano presagire il peggio, ecco dunque scaturire quel suo discorso, riassumibile in un “avanti tutta, a qualsiasi costo, a qualsiasi prezzo”, che poi ho ritrovato sul sito della Presidenza del Consiglio e che mi permetto di riprendere almeno in un passaggio, per un commento senza sconti e senza comunque avventurarmi in ambiti tecnici. Perché, per quanto abbia l’arroganza di pensare di essere in materia ben più informata di alcuni dei suoi ministri, vorrei, e lo ribadisco con tutta la forza di un inerme cittadino, che sulle questioni di ordine tecnico venissero davvero ascoltati i tecnici. E non i presidenti di nomina governativa come l’architetto Virano. Vorrei che lei, professor Monti, convocasse, per ascoltare, da pari a pari, gli oltre 360 docenti universitari (non anarcoinsurrezionalisti! docenti suoi colleghi!) che da settimane inutilmente, perché ancora oggi inascoltati, le chiedono in materia un urgente colloquio.
Non quindi di numeri, di flussi di transito, di calo delle merci, di inquinamento, di salute, di disastro idrogeologico, di uranio, di amianto, di progetti preliminari, definitivi ed esecutivi, di costi e benefici intendo dire. E neppure, per quanto ce ne sia pressante necessità, voglio interrogarmi di quanto rischi di andare alla deriva un Paese in cui la politica delega ai gestori dell’ordine pubblico la soluzione dei conflitti. Voglio piuttosto accontentarmi oggi di leggere con lei un suo passaggio, che avvalla la decisione di procedere senza indugi e senza dubbi con il progetto Tav e dunque con la relativa militarizzazione di un territorio che quel progetto rigetta con determinazione.
Leggo: «La decisione conferma il complesso processo decisionale avviato negli scorsi anni anche attraverso un approfondito lavoro di concertazione con le comunità e gli enti locali». Questa sola affermazione non solo rende indigeribile l’intero documento, ma lo priva di qualunque rispettabilità, poiché non si possono (o non si dovrebbero) costruire argomentazioni credibili partendo da principi ambigui, quando non palesemente falsi.
Mi spiego meglio: non dubito che l’architetto Virano le abbia garantito l’avvenuta azione di concertazione con le comunità e gli enti locali. Peccato che ciò non risponda al vero. Quando venne istituito l’Osservatorio, luogo per l’appunto indicato come spazio di confronto e di concertazione, ero sindaco di uno di quegli enti locali interessati all’opera e quindi, a detta sua, coinvolto dai processi decisionali sopra indicati. E posso dimostrare, non a parole, ma con atti pubblici e delibere di Consiglio, che né il mio Comune, né gli altri Comuni valsusini interessati dal tracciato, hanno mai avvallato l’opera in questione. Anzi, le delibere consiliari, coerenti e costanti, per tutta la durata dei lavori dell’Osservatorio, hanno sempre ribadito la contrarietà al progetto ferroviario Torino-Lione.
Vero, ci sono state in quell’ambito, centinaia di riunioni e di audizioni. Nelle quali le amministrazioni locali sono state magari anche sentite, ma mai ascoltate. Tanto che uno dei temi di indagine, la cosiddetta “opzione zero” (l’opera non serve, dunque non si fa), inizialmente in agenda è poi sparita. Seguita dalla scomparsa all’interno dell’Osservatorio e dei tavoli di consultazione di Palazzo Chigi anche di quei Comuni (la maggioranza) contrari all’opera. Si è preferito, cioè, non ascoltare il dissenso e soprattutto le ragioni di tale dissenso. Esattamente quanto ha fino ad oggi fatto anche il suo governo.
Potrei far mie le conclusioni di Marco Travaglio recentemente pubblicate in merito. Potrei cioè pensare che lei si sia fatto turlupinare dalle parole dell’architetto Virano, oppure che lei sappia esattamente come stanno le cose, ma preferisca fingere di credere a quelle bugie. Irriducibile ottimista, voglio invece immaginare una terza via, quella delle persone per bene, che a volte si accorgono, cammin facendo, di aver preso una cantonata. E che lo ammettono, cercando di rimediare. Io spero ancora che, alle menzogne di una politica ammuffita e di basso profilo, lei preferisca il rigore pulito e tecnico di chi non teme di confrontarsi tra pari. Spero cioè che finalmente decida di aprire la porta a quei 360 colleghi che garbatamente da settimane stanno bussando.

BARBARA DEBERNARDI
Sant’Ambrogio di Torino

 

 

 

 

 

 

 

IL RIFIUTO DEL DIALOGO DA PARTE DEL PRESIDENTE NAPOLITANO


Non occorre citare Norberto Bobbio per capire che senza dialogo c’è lo scontro: «...il dilemma è netto, o parlarsi o combattersi». E il presidente Napolitano scegliendo di non incontrare gli amministratori della valle di Susa ha sprecato, consapevolmente, un’occasione di dialogo per stemperare le tensioni. Una scelta che contrasta con la disponibilità al confronto mostrata dal presidente Romano Prodi che, nell’ottobre del 2007, incontrò, in qualità di capo del governo e a Palazzo Chigi, una delegazione del movimento No Tav.
Una scelta che mostra quanto il “palazzo” sia sempre più distante dai cittadini e quale mancanza di sensibilità sociale separi il settennato di Napolitano da quello di altri capi dello Stato, tra cui l’indimenticabile presidente Sandro Pertini. Nessuno intendeva chiedere al presidente Napolitano una decisione, un sì o un no, rispetto alla realizzazione della Torino-Lyon, ma la possibilità di essere ascoltati, di dare voce ai rappresentanti dei cittadini valsusini. Bruttissima, non solo politicamente, la scelta di un capo dello Stato che non dialoga con gli amministratori di una comunità locale che, ponendo con determinazione la questione della “democrazia partecipata”, è diventata ormai un “caso” nazionale e internazionale.
Il presidente ha chiuso la porta alla comunità valsusina con una scusa non credibile, quella della “non competenza”, perché poi le sue parole, implicite ed esplicite, hanno di fatto sostenuto la realizzazione dell’opera, utilizzando il consueto alibi della “violenza” per non entrare nel merito dei reali problemi. Nessun riferimento, ad esempio, sulla militarizzazione della valle di Susa: ma è mai possibile che il capo dello Stato trovi normale che un’opera pubblica debba essere realizzata con l’uso della forza e della prevaricazione, in sostanza con i manganelli? E quanta ipocrisia nella consueta retorica sul riconoscimento del “diritto a manifestare”, perché in realtà le uniche manifestazioni “gradite” sono quelle fatte per “corrispondenza”, o comunque puramente simboliche, che non diano fastidio alla realizzazione del progetto.
Ma per dirla come la cantava Giorgio Gaber: «La libertà non è stare sopra un albero... libertà è partecipazione» e i cittadini della valle di Susa vogliono esercitare proprio il diritto alla partecipazione, contrastando un’opera non necessaria se non per le lobbie economiche e politiche, per non dire del malaffare, che la vogliono realizzare a danno della finanza pubblica e quindi a danno di tutti gli italiani. Il presidente Napolitano ha quindi confermato il suo pieno appoggio alla linea dura del governo Monti, di cui è il principale sostenitore e al quale mandò un messaggio chiaro: «...bisogna avere il coraggio di scelte impopolari». Un buon presidente avrebbe dovuto usare ben altre parole: ...bisogna avere il coraggio di scelte giuste, eque nei fatti e non solo nelle parole.
E il governo Monti, che non è affatto un governo tecnico, ha eseguito alla lettera; per capirlo basta analizzare le sue scelte. Non c’è nulla di tecnico nelle scelte di aumentare l’età pensionabile (ora è la più alta d’Europa) e di diminuire le pensioni per cittadini che hanno redditi, da lavoro dipendente e da pensione, inferiori del 30-40 per cento rispetto agli altri Paesi europei, nell’aumento delle tasse addizionali regionali e comunali che scattano da marzo e sono retroattive dal 2011, nell’aumento della benzina, nei tagli agli enti locali e nella sanità. Non sono scelte tecniche, sono le scelte di sempre, confermate con una maggiore durezza per il vuoto indecente della casta politica, troppo impegnata per la propria autoconservazione ed il mantenimento dei propri privilegi.
E cosa c’è di tecnico nel sostegno di questo governo al progetto Tav quando il signor Monti si limita alle consuete banalità della scelta strategica o del rischio di isolamento dall’Europa? Nel vuoto delle sue parole mancava, per dimenticanza, solo la “motivazione psicologica” tanto cara al governatore del Piemonte Cota. Valutazioni sulle rotte delle merci? Sui volumi di traffico? Sulla domanda passeggeri? Sull’utilità del corridoio 5? (forse Monti non sa nemmeno che il Portogallo ha rinunciato; good bye Atlantico!).
Ma questi argomenti tecnici appartengono al “sapere” dei semplici cittadini, mentre gli ideologi del Sì Tav vogliono solo “fare affari”, a danno della finanza pubblica, con la realizzazione della Torino-Lyon a prescindere dalla sua utilità.

GIOVANNI VIGHETTI
Bussoleno

 

 

 

 

GIUDICE CASELLI, MI DICA SE "LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI"


Spettabile signor Gian Carlo Caselli, buongiorno, sono un ragazzo di 19 anni e le scrivo questa lettera per chiederle alcuni chiarimenti su alcune recenti vicende che non mi fanno dormire la notte, o meglio, mi farebbero dormire se la frase che è scritta in tutti i tribunali fosse vera, mi riferisco a “la legge è uguale per tutti”.
Dunque, io sono un perito agrario, diplomato con 91/100 e studente presso la facoltà di Agraria dell’Università di Torino, le scrivo queste cose perché così può farsi un’idea della persona che le sta scrivendo; inoltre sono uno scout da oltre 13 anni e di conseguenza pongo il mio onore nel meritare fiducia e cerco di fare al meglio qualsiasi cosa io debba fare; talvolta invio lettere ai giornali locali.
Inizio col chiederle e porle alcuni miei dubbi; la prima domanda è: “Secondo lei, un ragazzo che spende ore e ore sui libri di estimo ed economia per imparare leggi e procedure da rispettare, come può sentirsi quando lo Stato è il primo a non rispettarle?”. Per esempio gli espropri del cantiere Tav di Chiomonte, i quali non hanno assolutamente tenuto conto delle procedure regolamentate dalla legge. Adesso probabilmente penserà che sono uno dei soliti No Tav con la testa calda, ecc. Bene, sappia che prima di diventare No Tav mi sono informato a dovere sulle ragioni del sì e del no, e le mie conoscenze da perito agrario mi hanno portato a essere dalla parte del no; anche se da un’eventuale costruzione dell’opera potrei anche guadagnarci qualcosa per tutte le stime dei danni che potrei fare, ma amo troppo la mia terra per fare il vampiro su di essa.
Oggi ero in macchina, in rotonda con luci accese e freccia inserita e dopo aver visto una fila di fuoristrada dei carabinieri che passavano di fronte a me, siccome non arrivava nessuno alla mia sinistra, io sono entrato in rotonda (arrivavo perpendicolarmente rispetto al senso di marcia dei carabinieri), una volta in rotonda dovevo uscire dove uscivano i carabinieri e mentre giro col volante mi vedo un fuoristrada dei carabinieri che non si ferma e a momenti mi entra nella macchina (di mia madre); dopo esserci fermati entrambi il carabiniere mi ha rimproverato gesticolando e dicendomi «Non vedi che siamo in fila?» o qualcosa di simile, io invece gli ho fatto notare che avevo la freccia e la precedenza, poi mi è passato davanti e ha proseguito per la sua strada.
Ora mi chiedo, anzi chiedo a lei: “Ma la legge è uguale per tutti?”. Se le forze dell’ordine avessero avuto le sirene accese mi sarei fermato dandogli la precedenza, ma visto che erano spente e la precedenza era mia, lei mi spieghi, perché avrei dovuto fermarmi in mezzo alla rotonda? Di codice della strada ce n’è uno solo o più di uno a seconda della divisa che si indossa o della scritta sull’auto?
Torno a qualcosa che mi compete di più: gli appalti. Tralasciando le dichiarazioni del pentito mafioso che ha fatto scattare l’operazione “Minotauro”, il quale sostiene che l’alta velocità Torino-Milano è stata costruita dalla mafia, mi chiedo perché per i lavori de La Maddalena di Chiomonte non hanno avuto il privilegio di una gara d’appalto ma sono stati riaffidati alle ditte vincitrici dell’appalto di Venaus (2005)? Quindi la domanda che le pongo è: “Una persona non può sapere tutto, può commettere errori, tanto lei quanto me, se si cambia luogo e progetto non dovrebbe perlomeno farsi un’altra regolare gara d’appalto? Cioè, se c’è un bando per costruire una scuola di un piano e una ditta vince l’appalto, ma poi si decide di costruire un grattacielo, non si deve, o dovrebbe, fare un’altra gara d’appalto?”.
Ultima domanda, e qui mi spiace ma sono proprio infuriato perché non capisco come sia possibile: “Dopo la pacifica manifestazione Bussoleno-Susa di sabato, dove non si sono viste forze dell’ordine se non qualche vigile, perché alla stazione di Porta Nuova c’era un plotone di polizia in tenuta antisommossa ad aspettare il treno che arrivava dalla val Susa? Siccome non c’erano stati scontri, se ne è dovuto creare uno? La non violenza fa così tanta paura alla politica?”. Vede, signor Caselli, non so quanti ragazzi della mia età avrebbero avuto il coraggio di scrivere queste cose firmandosi, spero solo che il mio scrivere a lei e sui giornali non mi porti a essere segnalato o robe simili, non verrei fare la fine di Tobia Imperato che penso lei conosca anche come scrittore de “Le scarpe dei suicidi”. Attendo con fiducia una risposta.
Chiudo con una frase di una vittima della mafia (don Diana): «Per amore del mio popolo non tacerò», perché io sono un eversivo come dice qualcuno, sono eversivo perché penso, perché rifletto, perché agisco, ma soprattutto perché cerco di lasciare questo mondo migliore di come l’ho trovato.

SILVIO MONTESINI
Villarbasse

 

 

 

 

 

PECCATO PER L'ASSENZA DELLE VOCI "SI TAV" AL CENISIO DI SUSA


Domenica 4 marzo si è svolta, presso il cinema teatro Cenisio di Susa, una giornata di educazione alla cittadinanza che aveva come titolo “Alta velocità in valle di Susa”. La giornata di studio è stata organizzata da un gruppo di docenti delle scuole medie inferiori e superiori della valle ed era rivolta in particolare agli studenti delle scuole superiori e a tutti i docenti interessati.
Lo scopo era quello di proporre ai ragazzi un momento di approfondimento a più voci, e a questo fine erano stati ufficialmente invitati relatori tecnici e politici rappresentanti le due diverse posizioni in ugual numero, proprio per garantire ai ragazzi un’imparzialità e aiutarli a maturare, attraverso il confronto, un’idea consapevole e libera: Sandro Plano (presidente della Comunità montana), i sindaci di Susa, Mompantero, Venaus, Giaglione e Chiomonte, l’architetto Ruffino (tecnico del Comune di Chiomonte presso l’Osservatorio tecnico), l’ingegner Alberto Poggio (tecnico della Comunità montana), l’ingegner Bufalini e l’ingegner Gallarà di Ltf, il presidente di Etinomia Daniele Forte, la presidente dell’Ascom di Susa Patrizia Ferrarini, l’avvocato Danilo Ghia del legal-team, Roberto Perdoncin dell’associazione Cattolici per la vita della valle.
Ampia e partecipata l’adesione all’iniziativa da parte dei ragazzi e, in alcuni casi, anche dei loro genitori. Grazie all’abilità di Luca Giunti nel ruolo di moderatore, tutti i relatori hanno potuto affrontare il tema dell’alta velocità in valle di Susa da diverse angolazioni, riportando dati tecnici ed esperienze personali, ma riuscendo in tutti i casi a catturare l’attenzione del giovane pubblico, con argomenti chiari ed efficaci.
Alla giornata di studio è mancata però la presenza di quegli invitati favorevoli all’opera (i sindaci di Susa e di Chiomonte, il tecnico di Chiomonte, i funzionari di Ltf, la presidente dell’Ascom di Susa) a cui più di una volta i relatori e i ragazzi stessi avrebbero voluto porre domande. Questi ospiti, pur giustificando la propria assenza - chi attraverso lettera, chi tramite mail, chi semplicemente a voce - hanno di fatto negato agli studenti presenti in sala, che con entusiasmo avevano aderito all’iniziativa, l’opportunità di un confronto imparziale. Il ruolo istituzionale e tecnico che essi ricoprono avrebbe dovuto far loro comprendere il valore dell’opportunità di sostenere le proprie posizioni, in un contesto di dialogo e libero confronto, specie di fronte alle future generazioni.
Ciò non è avvenuto e ce ne rammarichiamo. Come ci rammarichiamo per la mancata risposta del Prefetto alla richiesta di autorizzazione a visitare il sito denominato di “interesse strategico nazionale” di Chiomonte, visita che avrebbe dovuto avvenire nel pomeriggio. Ci rendiamo perfettamente conto che gli ultimi, complicati eventi, non potevano favorire questa richiesta, ma rimane oscuro il motivo per il quale il Prefetto, invece di fornirci una sua diretta risposta, abbia preferito farci pervenire il “non accoglimento” della nostra richiesta tramite lettera dell’Ufficio scolastico provinciale di Torino, ente peraltro mai coinvolto nell’iniziativa che, come chiaramente esplicitato, non è partita dalle istituzioni scolastiche del territorio, bensì da alcuni docenti della valle nella loro qualità di cittadini e, al contempo, educatori.
Nonostante questi aspetti per così dire spiacevoli e continuando a ritenere che il dialogo tanto auspicato da più parti debba essere un fatto concreto e a più voci che abbiano il coraggio di affrontare anche il rischio della contraddizione, restiamo convinti che per tutti i ragazzi presenti al cinema Cenisio domenica mattina (ma non solo per loro) l’esperienza sia stata più che positiva, avendo stimolato i ragazzi a una corretta informazione e a una formazione critica e consapevole su temi che riguardano tutti noi. Sono questi ragazzi, incollati alle sedie di un cinema che ascoltano in perfetto silenzio relazioni su un argomento complicato e ostico, la speranza che un mondo migliore sia possibile.

ELEONORA BERTONE, ARIANNA COMOLLI, BARBARA DEBERNARDI,

LUCA GIUNTI, CLAUDIA GRIGLIO, GIORGIO PERINO, NICOLETTA PETRIS,

FRANCESCA ROCCI, PAOLA ROCCI, DORIANA TASSOTTI
docenti

 

 

 

 

 

 

 

AD AVIGLIANA SI VOTA: QUALI PROGRAMMI PER IMU E IMMOBILI?


L’Italia è un paese bellissimo: ha montagne maestose, coste e fondali incantevoli, laghi sempre invidiatici da tutte le popolazioni europee, vulcani che offrono spettacoli mozzafiato. Queste caratteristiche comunque si possono trovare, pur non così concentrate, anche in altre parti del mondo e d’Europa. L’Italia ha però una peculiarità che la rende unica e per questo visitata ed ammirata: la presenza delle sue città, dei suoi paesi, dei suoi borghi. Le loro case, sovente ultramillenarie, mai abbandonate ma sempre curate ed abbellite, oltre ad essere autentici gioielli incastonati nel paesaggio, offrono al visitatore attento la testimonianza storica delle genti che vi si sono alternate, i loro modi di vivere e sopravvivere, le tecnologie possedute, le arti con le quali si sono espresse.
Questo perché gli italiani (più seri della loro caricatura diffusa dai governanti francesi e tedeschi) amano le loro case, nelle quali sono investiti risparmi e genialità di generazioni. Una bella città, un bel centro storico sono anche il miglior antidoto al degrado sociale. Quindi l’investimento in case da parte delle famiglie italiane è una scelta di grande valore umano che rende un alto servizio sociale a costo zero per il pubblico denaro. Perché scoraggiarlo? Perché un gruppo di illuminati professoroni tasserà a tal misura la casa da rendere antieconomico investire in esse i risparmi? Dovrà proprio andare tutto agli “operatori finanziari”? Proprio i maggiori responsabili delle ultime colossali truffe ai danni di piccoli risparmiatori? Forse perché la casa non pagava a sufficienza?
Errore! La casa oltre a pagare quando fornisce reddito (giustamente), paga in quanto esiste anche se non dà reddito: sotto forma di Ici (ora Imu) e Tarsu, anche questa una camuffata tassa sulla proprietà in quanto si paga indipendentemente dai rifiuti prodotti ed anche se non se ne producono. Inoltre la casa ha sempre pagato una tassa equivalente al 10 per cento del suo valore ad ogni passaggio di proprietà. Questo significa che dopo 10 passaggi, lo Stato se l’è intascata tutta! Nessuna tassa analoga per i capitali finanziari che continueranno a farla franca, mentre l’accanimento fiscale sarà di nuovo contro la già tartassata casa. Ma non dovevano pagare “quelli che non hanno mai pagato”? Se ci aggiungiamo la “botta” ai pensionati, la “manovra” appare un po’ diversa da come ci viene presentata dai sermoni in doppiopetto propinatici a piene mani dalle reti della TV di Stato. Tutto per “tranquillizzare i mercati” quei mercati dove non si compra e vende nulla ma solo si specula e che ora sono contenti di noi, perché nonostante la presenza di cricche che hanno portato al disastro i conti pubblici e coperto colossali truffe, è sempre possibile il ricorso ai risparmi degli onesti per rimediare.
Per questo obiettivo si condannerà anche la piccola edilizia che, oltre ad alimentare un enorme mercato di prodotti di prima necessità e tutti di produzione nazionale, rappresenta da sempre un settore ad alta occupazione ed occasione di onesto riscatto sociale per generazioni di immigrati. Sicuramente non verranno colpiti i gruppi immobiliari quotati in borsa collusi con la grande finanza, proprio quelli che hanno inferto le più gravi ferite alle nostre bellezze naturali.
Una nota positiva: i Comuni avranno una forte discrezionalità sulla stangata alla casa, saranno i nostri amministratori a decidere. È vicina una prima verifica: ad Avigliana si vota. Da tempo si è aperta la contesa su nomi ed alleanze. Vi sarà anche un profondo e serio confronto con relativi impegni per un contenimento dell’Imu compensato da una riduzione dei numerosi sprechi e da una gestione più attenta e dinamica delle risorse comunali, ad iniziare dal patrimonio immobiliare? Speriamo che non finisca come a Roma: si litiga per anni su tutto, ma quando si tratta di spennare i polli ci si trova tutti d’accordo! Forse è ora che “i polli” si organizzino e facciano sentire il loro peso.

GIANFRANCO FERRAUDO
assessore ad Avigliana dal ‘75 al ‘90

 

 

 

 

 

 

 

IL MICACOLO ECONOMICO DEL DOPOGUERRA, LA CRISI E LA DEMOCRAZIA


In tempo di crisi, economica, ma non solo, diventa naturale riandare con il pensiero a quando nel dopoguerra per il nostro Paese si parlava di “miracolo economico”. Serve a qualcosa ricordare quei tempi, ormai così lontani e per molti aspetti così diversi ? “Nessun maggior dolore che ricordarsi dei tempi felici nella miseria...” (Dante-Inferno) ma ci può tornare comodo per alcuni ragionamenti e confronti sulle condizioni per la crescita, inteso in senso più ampio rispetto ai soli fattori economici.
A detta degli studiosi uno dei fattori che determina lo sviluppo nelle moderne economie di mercato è il rapporto tra Stato e cittadini, la partecipazione, il rapporto di fiducia e in sintesi la democrazia (non si conoscono Stati dove lo sviluppo non sia coniugato con la democrazia, cioè con un rapporto fiduciario tra cittadini e i loro governanti, con un’unica eccezione nota anche se significativa, quella della Cina).
Con il dopoguerra, la nascita della Repubblica italiana e dello Stato democratico parlamentare terminarono le secolari ragioni di diffidenza tra cittadini e la classe politica che, sino ad allora, seppur in modi diversi, l’aveva oppressa. Gli italiani, in larga misura, erano pronti a vivere senza pregiudizi, questa nuova fase politica che li vedeva tutti partecipi e attori della processo di ricostruzione economica, ma anche politica e morale. Di questo occorre dare merito alla classe politica dell’epoca, tutta, al di là dei ruoli differenti tra governo e opposizione.
Quindi fattore determinante per la crescita è il rapporto fiduciario tra cittadini e classe di governo, tra elettori ed eletti. Ma stante l’attuale crisi di rapporti tra gli italiani e la loro classe politica, di cui la massima espressione sono l’antipolitica dilagante e il gran numero di cittadini che non si sentono da essa rappresentati, è possibile pensare alla futura crescita nel nostro Paese?
In questo contesto il “Manifesto: Dissociarsi per riconciliarci” e le parole di questi giorni espresse dal presidente onorario di “Libertà e giustizia” prof. Gustavo Zagrebelsky, rappresentano un chiaro avvertimento alle forze politiche, ma al Paese tutto, dei tempi che viviamo: “tempi di debolezza della politica e di inettitudine dei partiti”. L’ascesa al governo dei tecnici può svolgere un ruolo di supplenza per un tempo limitato, per ristabilire un rapporto di credibilità e fiducia tra cittadini e Stato, che sono tra le condizioni della crescita.
Ma la tecnica è anch’essa, se duratura nel tempo, una forma di antipolitica e non democratica in quanto impositiva e non legittimata dal consenso popolare. “Senza politica, non ci può essere libertà e democrazia” recita il manifesto e quindi non si realizzano nel tempo le condizioni per la crescita economica, sociale e morale del Paese. La caduta di dignità della politica, i casi di svilimento, di corruzione e di asservimento a interessi privati, di chiusura corporativa e autodifesa di casta, sono tra i fattori anche della nostra caduta economica, sociale e morale in quanto hanno allargato la distanza tra i cittadini e i partiti come non mai e interrotto il rapporto fiduciario.
Per una ripresa è quindi necessario che il Paese si riconcili con la politica e con la democrazia parlamentare. Ma perché ciò avvenga è condizione fondamentale che sia la classe politica che si rimetta in sintonia con gli elettori, ponendo un freno al suo degrado, attraverso una autoriforma interna che, partendo dalla legge sui partiti (e sindacati) in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, li apra alle istanze diffuse dei cittadini, d’ogni ceto e d’ogni orientamento politico e non solo ai propri interessi e chiarisca se la “società politica” ritiene di fare a meno della tanto disprezzata “società civile”, oppure se ritiene di dover mettersi in discussione, e se si vuole una democrazia decidente a scapito d’una democrazia partecipativa. Dando una risposta alle tante domande finora inevase, e ricostruendo quel rapporto fiduciario tra cittadini e Stato che fu tra i fattori del “miracolo economico” italiano.

VALTER MORIZIO
Collegno


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