LETTERE AL DIRETTORE

15 Marzo 2012 - 19:41

LETTERE AL DIRETTORE

AVIGLIANA CITTA' APERTA, C'E' ANCHE RIFONDAZIONE

 

Gentile direttore, mi sono deciso a scrivere per chiederle cortesemente che venga pubblicata la mia seguente lettera di precisazione. Dopo che in diverse edizioni del vostro giornale, e per ultimo in quella del 13 marzo, ho notato che nell’informazione della cronaca cittadina di Avigliana persiste con insistenza la presentazione del “Comitato Avigliana Città Aperta” come una sorta di coalizione fra “ribelli” Pd-Sel-Indipendenti-5Stelle. Questo non corrisponde al vero, ma se anche tale interpretazione lo fosse, noto la pervicacia della cronista, e quindi vostra, nell’escludere sempre e comunque la presenza in questa impresa della mia parte politica: Rifondazione comunista di Avigliana.
Nel rispetto di ogni credo politico e ideologico, ma anche delle simpatie che ognuno credo abbia diritto a coltivare, chiedo venga applicato il diritto ad essere informati. Rifondazione è onorata di aver fatto parte, fin dai suoi albori, di quel movimento di cittadini che in Avigliana ha prodotto idee e strumenti che hanno impedito il saccheggio del nostro territorio e su tale presupposto espresso le ultime quattro amministrazioni comunali che, pur con contraddizioni, hanno onorato il proposito di base con buone, sane e oneste pratiche amministrative. E’ pure onorata di avere espresso consiglieri e assessori che hanno condiviso tale esperienza in prima persona e, seppure senza rappresentanti eletti, di avere contribuito al programma e al buon esito dell’amministrazione uscente di Carla Mattioli.
Anche senza essere nominata, Rifondazione c’è anche oggi! Perchè ritiene utile e necessario per il bene comune dare continuità a quelle esperienze, soprattutto oggi che con inaudita violenza ritornano a manifestarsi i voraci e devastanti appetiti speculativi di comitati d’affari, locali e non, accomunati dalla nefasta “religione delle grandi opere”, nella fattispecie il Tav a tutti i costi. Supremo e imperativo dogma atto a giustificare il saccheggio definitivo del territorio nostro e di tutta la valle di Susa.
Certo di interpretare il pensiero comune di tutti gli aderenti al Comitato elettorale in questione, preciso che:
1 - Il Comitato Avigliana Città Aperta non è una coalizione. È una eccezionale aggregazione di diverse sensibilità facenti sì capo alle organizzazioni politiche da voi puntualmente citate, ma anche da Rifondazione comunista, associazioni, da quanti si riconoscono nel Comitato No Tav locale e, per la fortuna nostra e di Avigliana intera, di singoli cittadini.
2 - Il nostro Comitato è una fortunosa combinazione fra il coraggio degli amministratori uscenti e quanti, soggetti collettivi o singoli, ho sopra citati. Dove, non con il peso specifico delle proprie organizzazioni di riferimento (coalizioni), i singoli lavorano insieme e meravigliosamente per costruire un progetto, un orizzonte, che dia continuità non solo alle pratiche di buona amministrazione, di per sé dovute, ma anche a quanto le ultime amministrazioni hanno fatto e messo in cantiere per non far cadere il nostro territorio nelle fauci della speculazione che lo avrebbero trasformato in una miserabile periferia dell’insano progetto per la costruzione di una “grande Torino”.
3 - Coralmente stiamo sperimentando pratiche di partecipazione e condivisione alternativi a quelle purtroppo consolidate che calano programmi confezionati altrove (là dove risiedono gli interessi particolari) e affidandoli a molto interessati satrapi locali.
Stiamo infine coralmente ponendo le basi perché ciò continui ad esistere anche dopo i risultati elettorali, per suscitare la necessaria consapevolezza e partecipazione che alla difesa del territorio sappia coniugare la creazione di opportunità lavorative tramite il rispetto dell’ambiente in cui noi oggi viviamo, vogliamo caparbiamente continuare a conviverci in armonia con esso, e che dobbiamo lasciare possibilmente migliorato alle future generazioni.

BRUNO CANU
per Rifondazione Comunista di Avigliana

 

 

 

 




PROFESSOR MONTI, ANCHE PER IL TAV MANCANO I SOLDI

 


Oggi mi sono preso il disturbo di inviare alla presidenza del Consiglio dei ministri a Roma questa lettera: non so se mai verrà letta dall’onorevole Monti, più modestamente auspico che venga cortesemente pubblicata dalla vostra testata giornalistica.
Oggetto: considerazioni di un privato cittadino su fondi pubblici e grandi opere.
Onorevole presidente, ho seguito con vivo interesse la vicenda della candidatura di Roma per le prossime Olimpiadi del 2020, e non ho potuto far altro che apprezzare la coraggiosa presa di posizione che ella ha adottato nel bocciare tale candidatura con la più logica delle considerazioni, cioè, per dirla in parole povere, che non ci sono i soldi per finanziarla. Sicuramente questa decisione ha infastidito molti parlamentari che, per l’occasione, hanno scordato i differenti schieramenti politici a cui appartengono per fare fronte comune in difesa di questa candidatura che, a sentir loro, favorirebbe il turismo e lo sport.
A questo proposito io, nella mia relativa ignoranza, vorrei chiedere una cosa a questi signori: se proprio siete così preoccupati per le sorti dello sport e del turismo italico, perché, visto che per le Olimpiadi non se ne fa più nulla, non dirottate una modesta percentuale dei milioni di euro previsti per Roma olimpica in quelle tante palestre, scuole, centri sportivi che esistono già un po’ dappertutto nello Stivale e che versano in gravi condizioni di abbandono e mancata manutenzione? Perché non scomporre questo fiume di denaro in tanti rivoletti, destinati a curare le magagne di molti bellissimi centri minori sparsi un po’ dappertutto sul nostro suolo, che ogni anno attirano frotte di turisti provenienti da mezzo mondo? Sicuramente questo non è un turismo di tante cifre, ma è un turismo che dà di che vivere ad innumerevoli piccole imprese, artigiani, albergatori, sparsi in questi piccoli paesi e cittadine, altrimenti condannate all’abbandono.
Ma questa non è la sede per polemiche di questo genere, signor presidente. Scopo di questa lettera era invece farle presente che, come a Roma si è evitato un inutile sperpero di denaro pubblico, stessa cosa si potrebbe fare in valle di Susa, interessata dal progetto della linea ferroviaria ad alta velocità, che prevede una galleria lunga circa 50 chilometri in una montagna in cui la presenza di amianto ed uranio è stata dimostrata, in cui si ipotizzano almeno 20 anni di cantierizzazione massiccia che interesserà buona parte del territorio della media e bassa valle, con pesanti disagi per la popolazione e rischi concreti per la salute e la diminuzione della qualità della vita.
Questo progetto, di cui in valle ben pochi vedono l’utilità, è stato contestato da tecnici ed economisti, medici e studiosi di varie discipline, e tutti sono d’accordo nel ritenerlo fondamentalmente inutile: eppure se ne parla da almeno 20 anni, e nei vari “studi di fattibilità” e “tavoli tecnici” si sono già spesi fiumi di denaro pubblico senza giungere a nulla di concreto. Questo denaro, fosse stato investito in opere di manutenzione della linea storica esistente (tutta a doppio binario, che già collega l’Italia con la Francia via traforo del Frejus, e su cui passano giornalmente i Tgv francesi) avrebbe portato senza dubbio maggiori benefici, anche in termini di occupazione.
Stesso discorso per il territorio, già pesantemente danneggiato dall’incuria e dall’abbandono delle montagne: investire ogni anno modeste quantità di denaro (pubblico) in opere di pulizia dei sentieri e degli alvei dei torrenti, manutenzione delle strade esistenti (che, se non transita il Giro d’Italia o viene in visita qualche ministro, sono in uno stato pietoso), ripristino di antichi sistemi di regimazione delle acque, aiuti a coloro che cercano di valorizzare con varie iniziative il territorio e la produzione agricola locale, porterebbe indubbi benefici sia all’occupazione sia, in prospettiva, al territorio.
Signor presidente, per le Olimpiadi di Roma non ci sono stati i soldi, ma nemmeno per realizzare il Tav ci sono, i soldi! O meglio, se si vuole farlo, probabilmente si troveranno, ma di sicuro alla popolazione locale non porteranno alcun beneficio, e un esempio eclatante di questa affermazione l’abbiamo già avuto con le opere delle montagne olimpiche (Olimpiadi invernali del 2006), in stato di totale abbandono.
Signor presidente, come già fatto altre volte con altri personaggi pubblici, le faccio un invito: non creda a chi dice che la valle di Susa pullula di terroristi e talebani, violenti e primitivi. Venga a sincerarsi di persona della nostra realtà, parli con la gente comune che da anni si batte contro quest’opera, prenda visione del nostro territorio e dei nostri problemi, e poi giudichi in tutta onestà se davvero, in val di Susa, serva un treno ad alta velocità. Nel frattempo, tenga duro: sta facendo più lei in questi pochi mesi di coloro che l’hanno preceduta in 40 anni di (mal)governo.

ANGELO FORNIER  
Chiomonte

 

 

 

 

 

 

 

 

VAL SANGONE, L'UNIONE DEI COMUNI SI OCCUPERA' DELLA SCUOLA?

 

 

Ci sono alcune questioni che riguardano le scuole del territorio per le quali varrebbe la pena di aprire un dibattito il più possibile trasparente e democratico (e anche trasversale alle posizioni politiche), poiché ne sono coinvolte tutte le famiglie della valle con bambini in età scolare. Per avere il quadro completo della situazione, è necessario fare due premesse.
Prima premessa. È ormai noto come i disastrosi tagli di personale imposti dal governo Berlusconi alla scuola di base, ne abbiano completamente stravolto l’organizzazione. L’impianto educativo e didattico era stato costruito, a partire dagli anni ’80, sulla base sia della ricerca pedagogica e didattica che, ancora oggi, raccomanda tempi-scuola lunghi e uguali per tutti i bambini, sia della volontà di inserire nelle classi, nel modo più efficace e rispettoso possibile, gli alunni portatori di handicap, sia  infine dell’impegno assunto dalle amministrazioni locali di offrire ai genitori che lavorano e, in particolare alle donne, il servizio mensa per i figli.
Seconda premessa. Dopo l’unificazione della Comunità montana Valsusa Valsangone e in aperta polemica con l’organo direttivo legittimamente eletto (nonostante che le forze politiche, da loro rappresentate, a suo tempo avessero votato a favore dell’accorpamento), i sindaci dell’alta val Sangone hanno preferito svincolarsi e costituire una Unione di Comuni per gestire “nel piccolo” (...e dunque meglio) i servizi primari.
E ora veniamo al merito dei problemi. Il primo riguarda i costi della mensa scolastica. La necessità di introdurre personale a pagamento per l’assistenza, ha aggravato gli oneri delle famiglie e alcuni genitori hanno richiesto l’opzione del pranzo portato da casa. Per discutere la questione, è stato creato un “tavolo” di confronto tra personale della scuola, rappresentanti dei genitori, funzionari del comune di Giaveno e dell’Asl, ma dalla commissione sono stati esclusi i rappresentanti del Comune e delle scuole di Coazze, sebbene queste ultime facciano parte dello stesso istituto scolastico con sede a Giaveno e nonostante la gestione associata del servizio di refezione scolastica tra le due amministrazioni. Perché? I genitori e gli insegnanti di Coazze non hanno forse titolo per esprimere opinioni o partecipare a decisioni che ricadranno anche sugli alunni coazzesi?
In merito alla proposta del “baracchino” ritengo, da educatore, che l’impegno di tutti dovrebbe essere rivolto a trovare altre strade per andare incontro alle necessità economiche delle famiglie salvaguardando la qualità del pasto dei figli. Allora chiedo: è possibile riconsiderare l’organizzazione della mensa scolastica e i conseguenti oneri? Per che cosa è effettivamente utilizzata la quota offerta dalle amministrazioni a integrazione di quanto speso dalle famiglie? La convenzione tra Comuni prevede una sovrapposizione di controlli: sono tutti necessari o, in tempi di vacche magre, si può rinunciare a qualcosa? È possibile rivedere i tetti delle fasce di reddito che determinano le quote pasto?
La seconda questione riguarda la razionalizzazione delle scuole del territorio. Finora è avvenuto piuttosto spesso che, per necessità diverse, famiglie residenti a Giaveno chiedessero di iscrivere i propri figli alle scuole di Coazze e viceversa, accollandosi tariffe maggiorate per scuolabus e mensa. Ultimamente si verifica anche che uno stesso istituto, con scuole appartenenti a Comuni diversi, a causa delle tariffe diversificate, non possa gestire in modo più razionale le iscrizioni, con la conseguenza di avere due plessi vicini, di cui uno rischia ogni anno classi sovraffollate e l’altro invece venga sottoutilizzato, al punto da sfiorarne sempre la chiusura e costringendo a istituire pluriclassi.
Le scuole dell’infanzia del territorio non sempre riescono a soddisfare le liste d’attesa, ma nella nuova sezione aperta presso la scuola primaria del Selvaggio, il sindaco vieta l’iscrizione ai bambini non residenti (compresi quelli di Selvaggio di Sopra, afferente al comune di Coazze) anche in caso di posti vacanti. Visto che si è voluto costituire una Unione per migliorare i servizi per la popolazione, non sarebbe utile, se non necessario, avere una visione e una programmazione unitaria del territorio? Possono le amministrazioni comunali provare ad ascoltare le reali necessità delle istituzioni scolastiche, e in ogni caso dei cittadini (invece di imporre le proprie) e a mettersi a loro disposizione, al di là dei “campanili” e dei ritorni elettorali personali?
L’ultima questione riguarda l’attenzione verso gli alunni hc. Essi rappresentano sicuramente una minoranza dell’intera collettività scolastica, ma una minoranza costituita dagli elementi più fragili e più bisognosi di cure. Eppure la riforma Gelmini li ha penalizzati almeno due volte, una volta come tutti gli altri alunni e, un’altra volta, poiché ha modificato in peggio il rapporto alunni/insegnanti di sostegno durante le ore di lezione. Quali tutele avranno questi bambini nei momenti sempre più frequenti, in cui non saranno assistiti dagli insegnanti? Ogni istituto dovrà fare per sé, con le sempre più scarse risorse a disposizione o saranno le famiglie, sempre più penalizzate, ad addossarsi ancora una volta ulteriori spese? Si possono ipotizzare e concordare servizi comuni con l’intervento delle amministrazioni comunali che hanno tra le loro competenze appunto l’assistenza, il welfare?
Per concludere, una domanda e un auspicio: può l’istruzione diventare uno dei servizi da associare tra i Comuni dell’Unione val Sangone, nel rispetto del ruolo e delle responsabilità delle autonomie scolastiche, tenendo conto che l’obiettivo ultimo è il benessere dei bambini che crescono nel nostro territorio?

ATTILIA COMETTO
Coazze

 




DECIDERE IN "STATO D'ECCEZIONE", UNA PENALITA' PER LE VALLI


Da tempo auspico un nuovo impianto istituzionale per le valli alpine che nasca da analisi e proposte interne ad esse, l’alternativa è una implosione organizzativa decisa in “stato di eccezione”. Il termine è stato coniato nel 1922 da Carl Schmitt quando definì il sovrano “colui che decide in stato di eccezione”, il significato attuale di “stato di eccezione” è quello per cui si prendono provvedimenti eccezionali in periodi di crisi politica, provvedimenti che in quanto tali vanno compresi sul terreno politico e non su altri piani, come quelli del diritto ad esempio, tenendo conto dell’antica massima secondo cui “necessitas legem non habet”.

Lo “stato di eccezione” si pone allora in terra di nessuno tra diritto pubblico e fatto politico, nel secolo scorso lo “stato di eccezione” rimase in stretta relazione con guerra civile, insurrezione e resistenza e accompagnò le derive che portarono ai totalitarismi del secolo breve. Il termine rimase comune nella dottrina giuridica tedesca, mentre in quella italiana e francese non compare mai, si parla solo di decreti d’urgenza o di stato d’assedio.
Esso non è un diritto speciale, perchè è la sospensione più o meno modulata del diritto, nel XXI secolo si presenta sempre più come tecnica di governo e non come misura eccezionale, attuata con l’estensione man mano crescente dei poteri dell’esecutivo in ambito legislativo attraverso l’emanazione di decreti e provvedimenti. Un esercizio sistematico di questa prerogativa erode necessariamente la democrazia e questo vale sia per il centro che per la periferia, nel parlamento l’attività legislativa si fa sempre meno significativa, mentre il potere decisionale dei consigli comunali è ormai un simulacro di quello che era alcuni decenni fa.
Lo “stato di eccezione”, estraneo al diritto medioevale, man mano si è affermato in età moderna e sta entrando nell’ordine giuridico partendo da un principio secondo cui la necessità caratterizza una situazione singolare in cui la legge perde la sua potenza e man mano la necessità sta costituendo il fondamento e la sorgente della legge imponendo lo “stato di eccezione”. Nei sistemi giuridici moderni quando la legge è carente il diritto non ammette lacune e il giudice deve emettere un giudizio anche in presenza di vuoti legislativi, per estensione quando a fronte di una criticità evidente emerge una lacuna nel diritto pubblico il potere esecutivo ha l’obbligo di porre rimedio, questo è il concetto di “stato di eccezione” che sta affermandosi.
Leggi non scritte, quelle del mercato, stanno affermando la loro supremazia sul diritto che reagisce di conseguenza, ma è in posizione di difesa denunciando la fragilità che caratterizza l’attuale impianto istituzionale europeo. Nello “stato di eccezione” la decisione sospende o sorpassa la norma e, cosa non da poco, sospende e sorpassa ritualità, tempi e procedure che in democrazia sono, anzi erano, sostanza.
Hannah Arendt nel 1961 apriva il suo saggio “Che cos’è l’autorità” affermando che essa era svanita nel mondo moderno, ora si assiste al suo ritorno e lo “stato di eccezione” va a braccetto con essa. Il concetto di “auctoritas”, legato ad un individuo, sta prevalendo su quello della “potestas”, legato a una funzione, allora un nuovo equilibrio deve essere trovato perché se “auctoritas” e “stato di eccezione” tendessero a concentrarsi in un numero ristretto di persone, il binomio potrebbe diventare letale. «Quando essi [auctoritas e potestas] tendono a coincidere in una sola persona, quando lo stato di eccezione, in cui essi si legano e si indeterminano, diventano la regola, allora il sistema giuridico-politico si trasforma in una macchina letale».
«Ciò che l’arca del potere contiene al suo centro è lo “stato di eccezione”», ed è una macchina che ha funzionato senza interruzione attraverso fascismo, nazionalsocialismo e regimi comunisti giungendo fino a noi in modo ovattato, ma efficace. «In tempo di crisi, il governo costituzionale deve essere alterato in qualsiasi misura sia necessaria per neutralizzare il pericolo e restaurare la situazione normale. Questa alterazione implica inevitabilmente un governo più forte: cioè il governo avrà più potere e i cittadini meno diritti... la democrazia è figlia della pace e non può vivere senza la madre», parole scritte nell’immediato dopoguerra, ma sempre attuali ora che lo stato belligerante non è detto sia cruento.
Quando il premier greco disse di voler sottoporre a referendum popolare le decisioni necessarie per risanare il bilancio, il “mercato” disse di no facendo crollare le borse e non se ne fece nulla, le regole democratiche per poter sopravvivere paradossalmente ora stanno autosospendendosi da sole. Sembrerà paradossale, ma questa sarà sempre più la regola e le regole vanno conosciute per capire il gioco.
Le mie sono brevi riflessioni su una questione che si è prepotentemente riaffacciata in Europa governata da un impianto istituzionale fragile e sotto attacco da parte del mercato, dove destra e sinistra sono evaporate sul piano ideologico. Nuove aggregazioni stanno costituendosi e si affacceranno alla ribalta a breve, quando sarà finito il lavoro sporco, ma saranno figlie di regole funzionali a nuovi interessi in un Occidente caratterizzato da una fragilità che è stata evidente l’11 settembre 2001, che cogliamo negli umori delle borse, nei rimbalzi dello spread e quando facciamo il pieno alla vettura.
Ecco perché affermo che occorra al più presto mettere mano all’impianto istituzionale alpino e che a farlo devono essere i cittadini delle valli (definirsi cittadino per un montanaro sta diventando un ossimoro, ma questa è un’altra storia). Se non saremo in grado o capaci di farlo si deciderà al “centro” e lì su questi temi si procede in “stato di eccezione”.

MARIANO ALLOCCO
Prazzo (Cn)

 

 

 

 

 


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