LETTERE AL DIRETTORE

12 Aprile 2012 - 17:21

LETTERE AL DIRETTORE

GRANDI OPERE, LA DEMAGOGIA E IL LIMITE DEL BUON SENSO


Siamo alle solite. In corso Susa a Rivoli si accingono a costruire l’ennesimo convogliatore di veleni: un altro muraglione di condomini alto più di 20 metri nell’ex area dei vigili urbani e dei pompieri, che soffocherà ulteriormente il già avvelenato rione Posta Vecchia. Non entro nel merito del Piano regolatore generale comunale, ma va detto che quando ci sono di mezzo interessi economici privati, come per esempio ottenere il massimo della cubatura a scapito del bene pubblico, non ci sono deroghe che tengano.
Con me c’è Luca, un amico, gli chiedo se andando in giro per Torino ha visto come vivono le persone in borgo Vittoria, nel tratto che va da corso Mortara fino a lambire quasi piazza Statuto. Ormai sono quasi sei anni che tutta la zona è un cantiere a cielo aperto. E’ in corso la riqualificazione urbanistica del territorio, quello che fino alle olimpiadi torinesi è stato un centro industriale semi diroccato, con le Officine Grandi Motori e le acciaierie ex Teksid. Gli chiedo: «Ma tu ci passi qualche volta in quella zona? Hai visto in che condizioni sono le strade? Eppure ci vivono migliaia di famiglie, con asili nido e scuole». Luca risponde: «Su dai, per favore, non facciamo demagogia. È inevitabile, se non facciamo così è la recessione, questo è lo scotto da pagare per il progresso».
Certo! Sono d’accordo anch’io che se non avessimo fatto dei sacrifici saremmo ancora nelle grotte. Ma a tutto c’è un limite. Il limite lo detta il buon senso e le leggi devono essere figlie di un confronto democratico, non di piani economici per lo sfruttamento del territorio o la ripartizione di utili per i soliti pochi rinchiusi nel “palazzo”.
Così è anche per l’opera del Treno alta velocità (Tav) che si ostinano a voler imporre senza informare. E qui per giunta ci sono 23 sindaci di altrettante città interessate dall’opera che chiedono un confronto. Anche qui non entro nel merito del Sì Tav o del No Tav, per non fare demagogia! Appunto. Ma cosa sarà mai questa demagogia? “Trascinare il popolo”, dice il dizionario. Infatti il popolo lo stanno trascinando nel delirio più totale.
Stamattina mi sono recato di buon’ora in campagna per i soliti lavori di inizio primavera. È la stagione in cui la natura si risveglia alla vita. Invece noi la distruggiamo. Infatti non posso fare a meno di restare incantato dalla splendida vista che si gode dall’alto della collina su cui sorge il Castello di Rivoli, dal lato rivolto verso Torino. Lo splendore però resta soffocato appena noto sullo sfondo, già triste per quelle tre ciminiere che indicano la sede di Mirafiori che una volta dava lavoro a centinaia di migliaia di persone, il nuovo ed enorme casermone in cemento armato con la sua gigantesca canna fumaria alta più di 140 metri. Ecco, in un attimo la vista su Torino cambia tono, da splendore diventa orrore. E’ l’inceneritore del Gerbido, da cui sono precipitati tre operai la settimana scorsa. A pochi importa la ragione per cui sia avvenuto il fatto, tanto siamo diventati tutti come i coccodrilli, prima tolleriamo le illegalità sui contratti e sulle norme di sicurezza nei cantieri e poi piangiamo i nostri morti. La storia si ripete.
In quell’attimo passa un signore distinto che stringe sottobraccio la moglie altrettanto agghindata, ci conosciamo di vista, sono di corsa, vanno a messa, lui sente del mio disappunto sull’inceneritore e mi sussurra quasi sottovoce: «L’inceneritore è alta tecnologia, è modernità». Gli rispondo che bruciare è primitivo, che non esiste nulla che bruciando non inquini. Bruciare dovrebbe essere l’ultima cosa da farsi. Si è già defilato, la messa è più importante, ovviamente.
La sfida più oltraggiosa però è averlo costruito nel bel mezzo di una città di quasi un milione di abitanti! In quel momento mi si accavallano mille pensieri: i morti della ex-Teksid, quelli per l’amianto della Eternit, per gli incidenti nucleari di Chernobyl, di Fukushima, gli intossicati in fin di vita della Lafumet di Villastellone, e poi tutte quelle persone che dall’inizio dell’anno si tolgono la vita, chi per la mancanza di un lavoro e chi invece per non essere riuscito a far quadrare i conti della propria azienda. Un turbinio di tragedie. Anche questa sarà demagogia?
Sono ancora immobile sul ciglio del piazzale Mafalda e, sotto di me, un ennesimo scempio mi riporta ad un altra triste realtà: la risalita meccanizzata. Dovrebbe aiutare le persone disabili a raggiungere il Castello che ospita da anni esposizioni di arte contemporanea. Peccato però che l’area si raggiunga comodamente in auto o in autobus, mentre la rampa di accesso alla risalita non la si può raggiungere se non dopo aver scarpinato in salita, appunto, per almeno venti minuti, dal parcheggio più vicino. Sfido un disabile che non sia una eccezione a raggiungerla. Per intanto è costata migliaia di euro e la usano impropriamente dei ragazzini che portano sulla collina le bici per poi fare la discesa senza pedalare. Ne fanno uso anche adulti perfettamente abili che scambiano scherzosamente la scala mobile per un tapis roulant da palestra. La collina che la ospita è stata letteralmente sviscerata e le mastodontiche colate di cemento armato imbruttiscono terribilmente la vista. Dove prima era verde e alberi ora è ferraglia arrugginita e cemento. Che tristezza!
Ma non bisogna dirlo perché sennò si fa demagogia. E poi oggi è la Pasqua del Cristo risorto. Speriamo che Gesù torni presto a consolare chi ha perso la speranza, chi soffre per le improvvise malattie del cosiddetto progresso, speriamo che venga a risvegliarci da questo torpore di indifferenza, ad aiutare i giovani a trovare un lavoro ed i vecchi a morire serenamente. I cristiani ogni anno leggono, rileggono e celebrano questo grande evento come se fosse la panacea di tutti i mali. Forse non basta più credere, forse bisognerebbe anche cercare di essere credibili.

MARCELLO D’ACQUARICA
Rivoli

 

 

 


RISALITA MECCANIZZATA, LETTERA APERTA ALL'ARCHITETTO


Egregio collega, la risalita meccanizzata è degna di essere pubblicata, è molto bella! Sono felice che la sua opera rivolese abbia ottenuto riconoscimenti internazionali; la sua carriera ne gioverà... e le sue parcelle pure (su questo fronte, quasi quasi la invidio). Ma, da collega a collega, tanto nessuno ci legge, e visto che ne parla volentieri, le segnalo alcuni piccoli nei.
1. È bella - l’abbiamo già detto - ma che c’azzecca con il contesto? Intervento di contrasto, sicuramente dirà. Ma resta che, quest’intervento, ha distrutto quelle che erano le viabilità storiche d’accesso al castello e, non da meno, con la pretesa di creare un frutteto... all’ingresso della reggia del Re (che sicuramente si rivolterà dalla tomba). Non le sembra un intervento un... poco, poco... culturalmente arrogante?
2. È bella in sé... come il progetto del Tav, o il ponte sullo stretto, o... Opera di ingegneria/architettura raffinata, colossale, quasi concettuale, da biennale, un esercizio di stile, una tesi di laurea, ma per cosa? Portare su e giù qualcuno? Una funzionalità davvero modesta e, un giorno o l’altro, qualcuno si toglierà lo sfizio di contare quanti salgono o scendono per quelle scale mobili e scoprire così quanto ci costa andare al castello. Potremmo, date le vistose code, far pagare il tiket. Ma questo, anche se fu una scelta politica, sui siti d’architettura, che cita, c’è?
3. È bella come una ciambella... senza il buco. Alcuni problemini progettuali ci sono: l’annosa questione dei disabili. Se qualche umano, in un suo progetto, avesse omesso il rispetto, anzi l’obbligo, di soddisfare questa norma (dello stato) sarebbe stati immediatamente defenestrato. Ma a lei no, quindi le andò più che bene poiché non mi risulta che nessuno, allora, le abbia fatto osservazioni e/o respinto il progetto. Non solo nessuno le ha chiesto i danni per errore progettuale, ma, in compenso, hanno chiuso gli occhi e inserito un servizio di taxi a chiamata (che, naturalmente, pagano i rivolesi). Tutto questo lo scriverà sulle riviste d’architettura?
4. Un bel cantiere, costato tanto (2.600.000 euro), e ulteriori 5 milioni di euro richiesti dall’impresa. Forse l’impresa gonfierà la cifra, ma qualche dubbio viene: che non abbiano qualche ragione? E, in questo caso, si manifesta il superamento dei limiti di legge per le varianti in corso d’opera. Anche questa volta entra in gioco la responsabilità del progettista e del direttore dei lavori. Cioè a lei qualcuno dovrebbe chiederle i danni, tanto per non caricarci di altre spese e tanto il professionista deve essere assicurato. Ma, questo, lo dirà la stampa internazionale?
5. Il suo progetto merita una giusta risonanza internazionale, ma con tutti i ma e i se (anche se ci sono aspetti di politica locale, essa la riguarda). Così i cinesi saprebbero che “il popolo”, con un democratico referendum, non la volevano? E che, per essa (ed altre opere minori), si sono giocate la faccia due amministrazioni, di sinistra e, la terza, ha rischiato grosso, andando al ballottaggio. Ma l’avverto: quelli non sono mica a destra…
6. Lei vorrà darsi grande risonanza e rientrare tra le archistar ma (corso di composizione architettonica 1) mi ricordo che mi ripetevano alla nausea che: un progetto funziona quando non è solo immagine ma esercita le sue prerogative esigenziali di partenza; quando serve alla collettività o al committente (non al professionista); quando costa il giusto prezzo (costi-benefici); quando tutto è stato previsto per la cantierizzazione e l’esecuzione (un costo non previsto è una tacita carenza di progettazione).
A questo punto non le sembrerebbe, forse, più opportuno lasciar cadere nell’oblio la cosa e lasciarci pagare in silenzio questa opinabile opera?
Ricordandola con affetto,

BRUNO BORSATO
Rivoli

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