LETTERE AL DIRETTORE

26 Aprile 2012 - 23:04

LETTERE AL DIRETTORE

DA UN SINDACO INDIGNATO ALL'OMBRA DELLA SACRA DI SAN MICHELE, UN 25 APRILE

Gentile direttore, a margine delle celebrazioni del 25 Aprile e del ricordo ai caduti per la libertà che ci hanno lasciato in eredità la Costituzione, desidero proporre questa piccola riflessione, conseguente anche alla riuscitissima iniziativa del consiglio comunale aperto presso la Sacra di San Michele che ha suscitato consensi ampi in tutta Italia dove la delibera approvata all’unanimità è giunta via internet.
Sono un cittadino doppiamente indignato essendo anche sindaco di Sant’Ambrogio e vivendo dunque in diretta quotidiana il dramma dei senza lavoro, degli sfrattati, delle nuove povertà, senza mezzi e senza strumenti, schiacciato dai tagli dello Stato e dai ritardi sempre dello Stato ad onorare i pagamenti già stanziati e deliberati, per cui abbiamo dovuto pochi giorni fa anticipare 68mila euro ad una ditta che aveva concluso i lavori presso le scuole alla fine del mese di agosto 2011. Mentre come sindaco sono tenuto giustamente a giustificare anche un solo euro che esce dal bilancio comunale, a giugno i partiti si vedranno riconosciuta una rata da 100 milioni di euro a fronte di 528 milioni di euro giustificati come rimborsi elettorali sul totale di oltre 2,2 miliardi di euro ricevuti dal 1994 ad oggi, dei quali oltre 1,8 miliardi di euro ricevuti senza fornire alcuna pezza giustificativa.
Che dire poi del taglio da 853mila mila euro ai servizi sociali del Consorzio assistenziale intercomunale che opera in valle di Susa, mentre va tranquillamente avanti l’acquisto per quasi 15 miliardi di caccia F-35 da attacco e mentre si fa melina nella lotta alla corruzione che secondo i dati forniti a metà febbraio scorso dalla Corte dei Conti ci costa 60 miliardi all’anno? I sacrifici si chiedono naturalmente ai soliti noti senza una sistematica lotta all’evasione fiscale a parte qualche blitz spettacolare dal sentore più propagandistico che altro, e tanto si tentenna, fino a dimenticarsene, sulla tassa patrimoniale che certo non risolverebbe tutti i problemi economici ma quanto meno permetterebbe di dare agli italiani un senso di maggiore giustizia ed equità della manovra di rigore e risparmi proposta.
Inoltre si demanda ai Comuni l’imposizione fiscale per conto dello Stato che si prenderà la metà dell’imposta sulle seconde case, con una rateizzazione della tassa sulla prima casa che sta mettendo in ginocchio tutti i Comuni costretti a lottare disperatamente con la mancanza di liquidità di cassa: infatti le ditte e le aziende artigiane aspettano tempi inenarrabili per essere pagate dai Comuni con conseguenze a volte disastrose. Bene, di tutto questo, con ampia ed approfondita riflessione si è parlato nel consiglio comunale aperto organizzato presso la Sacra di San Michele nel giorno del 25 Aprile, che ha visto la partecipazione di relatori di assoluto livello.
La delibera, approvata all’unanimità alla presenza di un’affollatissima assemblea durata più di due ore e partecipata con grande attenzione e passione, lancia un grido di dolore e di allarme rosso per la democrazia che arriva direttamente dai cittadini e che speriamo non resti inascoltato. A parte la stampa locale, nessuno ne ha fatto la più piccola menzione, forse perchè in essa compariva la “scandalosa” parola Tav, metastasi e paradigma di quel cancro che attanaglia il sistema Italia e che si chiama spreco di denaro pubblico.
In realtà, in questa delibera approvata all’unanimità si parla soprattutto di Costituzione e di articoli ampiamente disattesi o solo parzialmente applicati, che minano la credibilità delle istituzioni e le basi della convivenza civile della nazione, per cui ci è sembrato nostro dovere di cittadini prima ancora che di amministratori, lanciare un accorato appello a difesa della Costituzione e della democrazia in una data e in un luogo dai forti connotati simbolici, quali il 25 Aprile e la Sacra di San Michele.
Ci spiace molto il silenzio non certo casuale della stampa in generale che non ha ritenuto di dedicare neppure un trafiletto alla nostra iniziativa tanto apprezzata in tutta Italia grazie all’ampia diffusione via internet, di cui abbiamo costanti e continui rimandi anche da ragioni lontane. Noi pensiamo di essere la “politica” e al contempo pensiamo che l’“antipolitica” sia invece quella squallidamente rappresentata dagli attuali partiti sempre più arroganti e lontani dalla gente, che hanno fatto della nobile arte della politica il più immondo dei circhi equestri.

DARIO FRACCHIA
cittadino e sindaco sempre più indignato
S.Ambrogio

 

 

 

 

 



L’ICEBERG E IL VITELLO D’ORO


Celebriamo quest’anno il centenario dell’affondamento del Titanic, il noto transatlantico che finì i suoi giorni (e quelli di molti suoi passeggeri) contro un iceberg. Sarà stato per la posizione sfavorevole, sarà stato perché la vita di chi ha più soldi stimola tradizionalmente maggior rispetto nei soccorritori, fatto sta che i sommersi viaggiavano in stragrande maggioranza in terza classe, i salvati in prima. Non furono solo errori umani a causare questa fine, ma anche un’imprevedibile concatenazione di eventi sfavorevoli.
Sarebbe dunque ingiusto, per rispetto di quell’equipaggio, azzardare una metafora con l’attuale situazione dell’Italia, dove le vittime non metaforiche della terza classe sono ormai decine dall’inizio dell’anno. Infatti qui c’è poco da maledire le concatenazioni sfavorevoli: l’economia moderna, fino a prova contraria, è una creatura squisitamente umana. L’iceberg era in vista da tempo, ma le migliaia di uomini che negli ultimi decenni hanno manovrato la nave sembrerebbero aver deciso deliberatamente la rotta e il suo approdo.
Ed eccoci qui. La differenza, però, è che il comandante e l’equipaggio del Titanic hanno in gran parte sacrificato la loro vita per salvare il maggior numero di passeggeri. Mentre qui da noi, nel momento in cui qualcuno si azzarda semplicemente a mettere in discussione un centesimo degli stipendi, delle pensioni, dei vitalizi, dei finanziamenti pubblici di cui l’equipaggio gode, ecco che in coro suonano l’allarme che non avevano suonato a due passi dall’iceberg: allarme dettato dal diffondersi di un sentimento sempre più comune che loro chiamano, curiosamente, “antipolitica”. Detto da persone che in questi decenni hanno gestito con tale responsabilità e oculatezza la cosa pubblica, fa un certo effetto.
Ma tant’è: la loro preoccupazione maggiore, ora, sembra proprio quella, inedita, di conservare il loro potere, nobilcausa per cui, ai danni già prodotti, non esitano ad aggiungere l’ennesimo tentativo di beffa, rimpastandosi e cambiando i nomi ai loro partiti (operazioni di cui sarebbe curioso conoscere i costi), come se cambiare i nomi significasse cambiare le cose. E questo la dice lunga sull’alta considerazione che hanno della nostra intelligenza.
Ora, un modo per trovare i fondi da cui ripartire ci sarebbe, e senza suicidi sulla coscienza: ad esempio, imporre un tetto massimo di 4mila euro netti al mese (non propriamente uno stipendio da fame) a qualsiasi dipendente statale, compresi i più alti dirigenti, i commissari più o meno straordinari e affini, e naturalmente il comandante e i membri dell’equipaggio; stabilire un tetto massimo, retroattivo, di 2mila euro al mese per le pensioni statali, non cumulabili con altre derivanti da redditi legati ad attività parallele: stessa cifra che non dovrebbe essere superata nello stipendio di qualunque consigliere regionale. Non una tantum, ma per sempre. Perché chi ci ha condotti al punto in cui siamo non può continuare a vivere come la nobiltà francese degli anni ‘80 del 1700. Non si vogliono le loro teste, sia chiaro, ma i soldi per ripartire vanno presi da chi li ha, e ha l’aggravante di qualche non secondaria responsabilità sull’attuale condizione dell’Italia.
E non è populismo, come certi furbetti vogliono farci credere: perché senza quella base, non c’è nessun presupposto per ricominciare con progetti propositivi. Non è affossando la scuola, la sanità, le pensioni dei poveri cristi, che uno Stato può crescere; lascio agli addetti ai lavori calcolare quanti miliardi risparmierebbero ogni anno le nostre casse se si attuassero i tagli qui proposti. Allo stesso modo, soltanto un sistema malato può vedere come soluzione alla crisi un ulteriore indebitamento, che è quello legato alle grandi opere miliardarie di cui non è mai stata dimostrata alcuna utilità. Ma oggi sembrano l’unica, disperata possibilità per mettere in circolo capitali esteri, che ridarebbero un momentaneo ossigeno alla nostra economia: ma un ossigeno artificiale, che potrà prolungare l’agonia solo fino a quando non ci chiederanno il conto anche di questi. Non genereranno lavoro. O meglio, ne genereranno in una proporzione minima, in confronto alla spesa e rispetto a quanto - distribuito su tutto il territorio nazionale - ne potrebbe dare ad esempio un piano capillare di incentivazione per il rifacimento dei tetti in eternit.
Forse anche i più ottimisti, da queste parti, cominciano a capire, visto che la ditta che dovrebbe lavorare in Clarea, come ben si sapeva, è ravennate e porterebbe qui le proprie maestranze, il cui reddito medio non permetterebbe certo di creare un indotto goloso. Ma ormai, ripeto, siamo all’assurdità di un asservimento totale a leggi economiche che impongono non di fare ciò che serve, ma ciò che “è stabilito” (da chi, poi?), e non importa se si tratta di cacciabombardieri o linee ferroviarie inutili. È una situazione che ha più di un’analogia con un noto episodio biblico. Vi si narra che uscendo dall’Egitto, in assenza di Mosè, gli Ebrei fabbricarono un vitello d’oro e si misero ad adorarlo, e di conseguenza si diffusero tra loro l’ingiustizia, l’odio, il male. Poi tornarono ad ascoltare Mosè (che non ebbe una reazione propriamente pacifica) e ripresero il cammino. Oggi, e non solo in Italia, sembra invece che la scelta sia quella di continuare quell’adorazione: e di finire, deliberatamente, dritti contro l’iceberg.

GIORGIO PERINO
Bussoleno

 

 

 

 

 



AL CASTELLO DI RIVOLI, CON PIERO GILARDI E MARISA MEYER
 

“Effetti collaborativi” al Castello di Rivoli, un incontro fra arte e lotte popolari. Sabato 21 aprile ho partecipato, insieme con un gruppo No Tav, all’incontro presso il Castello con l’artista Piero Gilardi e Marisa Meyer, militante storica No Tav. Sul piazzale del castello lo scambio cordiale di saluti, Marisa “indossa” il castagno realizzato dall’artista, la foto di gruppo. Marisa con il suo sorriso e il bel castagno addosso appaiono un tutt’uno, rappresentano un possibile modo di vivere la natura, non strumentale e aggressivo ma armonioso.
Marisa raffigura il popolo No Tav in lotta a difesa della propria valle, consapevole che l’uomo può vivere bene sul pianeta Terra solo se continuano ad esistere gli altri esseri viventi, vegetali e animali, in un ambiente con sorgenti, ruscelli, fiumi, rocce, montagne, pianure, difeso da opere devastanti. Piero saluta tutti amichevolmente, per le foto si pone vicino a Marisa le tiene la mano, le sta vicino in modo cordiale; è ammirevole e piacevole vedere un artista di rilievo che si comporta in modo fraterno e semplice con gli altri. Ci parla delle sue attività artistiche con un forte senso del noi, dell’ideazione realizzata insieme con altri artisti, di opere progettate e costruite con gruppi di giovani dei comitati di quartiere e di altre con operai in lotta.
Entriamo nel castello e visitiamo la mostra, Piero ci indica una sua opera degli anni ‘60, sembra una scatola, quando qualcuno le urla vicino “risponde” emettendo forti e variegati fasci di luce. L’artista ricorda che più volte gli esponenti del passato governo hanno dichiarato che l’arte è inutile e la cultura “non si mangia”, di conseguenza giù duri tagli ai fondi destinati alle attività culturali. E questa scatola sembra dar loro ragione. Invece quest’opera racconta che nel 1963 Piero, insieme con altri artisti, intravedeva l’arrivo di macchine che potevano comunicare con l’uomo, lo sviluppo della cibernetica, la diffusione dei robot, i cambiamenti nella produzione e nell’organizzazione del lavoro. Quei cambiamenti furono utilizzati da parte padronale negli anni ’70 anche per contrastare la forte organizzazione operaia allora esistente, per smembrare i gruppi operai organizzati.
Questo dimostra come gli artisti con la loro sensibilità possono anticipare e comunicare trasformazioni importanti, contribuire così in modo attivo al dibattito culturale e alle iniziative di lotta, come Piero ha sempre fatto.
Fa parte della mostra un video che racconta le vicende Fiat e le lotte degli operai degli anni ‘80. Lele, organizzatore dell’incontro e operaio impegnato in quegli anni di lotta, commenta con Piero come vi sia una certa continuità nei contenuti delle lotte. Atri ricordano come da parte Fiat, e non solo, si sosteneva che l’espulsione di tutti gli operai di un certo tipo, critici e politicizzati, fosse la premessa di un sicuro sviluppo dell’azienda con una ricaduta positiva sia in termini occupazionali che salariali. La storia ha dimostrato ben altro: in Fiat, ieri come oggi, così come in val Susa si vogliono imporre sempre grandi sacrifici nell’immediato per radiose promesse per il futuro, sempre disattese.
Continua la visita, gustiamo le opere, la loro bellezza. Piero continua a raccontarci con preoccupazione di altri grandi cambiamenti oggi possibili, legati allo sviluppo delle biotecnologie. E come non condividere le sue preoccupazioni. Questa tecnologia presenta potenzialità positive, ma è preoccupante il suo controllo da parte di gruppi legati al profitto o peggio ancora al settore bellico in cui la ricerca del profitto è legata alla produzione di strumenti di morte.
È proprio interessante visitare questa mostra “Effetti collaborativi”, che è aperta fino al 13 maggio e farsi accompagnare da Piero con i suoi racconti. Credo sia altrettanto interessante visitare la val Susa in lotta, incontrare Marisa e gli altri protagonisti di questa lunga battaglia, ascoltarne i racconti e le ragioni, unirsi a loro per pretendere che le scarse e preziose risorse pubbliche siano spese per le urgenti necessità del paese, in sostegno immediato delle attività produttive, della ricerca, dei servizi sociali essenziali, delle opere di tutela del territorio.

NINO CASCIARO
Rivoli

 

 

 

 

 



LA STRANA ANOMALIA DEL CANTIERE SUL CLAREA


Stamane per radio ho sentito che uno dei leader storici del movimento No Tav, Alberto Perino, è stato indagato per “vilipendio” per avere paragonato le forze dell’ordine che presidiano il (finto) cantiere della Maddalena alle “truppe d’occupazione nazifasciste”. Appena sentita questa notizia, mi sono sentito in dovere di scrivere queste poche righe, per manifestare la mia solidarietà al signor Perino, perché, giusto omettendo il termine “nazifasciste”, quello che si sta verificando attorno a questa gigantesca e costosa sceneggiata ha veramente il sapore di una ingiustificata ed ingiustificabile occupazione militare.
Tutto nasce da una anomalia, che purtroppo non viene adeguatamente segnalata dagli organi di informazione “ufficiali” ma che è ben evidente a chiunque voglia farsi quattro passi fra i vigneti di Chiomonte. L’anomalia è questa: il (finto) cantiere della Maddalena, quello dove dovrebbe essere eseguito il tunnel esplorativo, insiste in una zona situata fra i comuni di Giaglione e Chiomonte, situata presso la confluenza del rio Clarea con il torrente Dora, presso il viadotto dell’autostrada del Frejus.
Adesso mi chiedo: se il (finto) cantiere si situa in questo posto, perché il prefetto di Torino ha deciso di bloccare l’accesso alla Maddalena già in località “Ponte sulla Dora” sotto Chiomonte, su una strada pubblica che è stata ribattezzata “Via dell’Avanà” per via del fatto che, lungo questa strada, si allineano praticamente tutti i vigneti che hanno reso famoso, nei secoli scorsi, il paese?
Senza una cartina è difficile spiegarsi: la località “ponte sulla Dora” si raggiunge da Chiomonte, lungo via Roma, con una ripida discesa: da qui, svoltando a sinistra, si sale alla frazione Ramats. Una volta, svoltando a destra, si passava la storica centrale idroelettrica di Chiomonte e, dopo un paio di chilometri, si raggiungeva il sito archeologico della Maddalena, adesso chiuso ed occupato proprio dalle forze dell’ordine dopo che, l’estate scorsa, i medesimi signori avevano pensato bene di “ripulire” l’area dal presidio No Tav, devastando, mentre c’erano, l’intero sito archeologico.
Subito dopo il ponte, le forze dell’ordine hanno messo un bel cancello di ferro, sempre chiuso: da qui non si passa più, a meno di non avere un’autorizzazione rilasciata dal comune di Chiomonte, e solo per coloro che dimostrano di essere proprietari di un terreno, a meno che, naturalmente, il Prefetto di Torino decida unilateralmente di bloccare l’accesso a chiunque per non meglio precisati motivi di “ordine pubblico”.
La motivazione ufficiale per questa gravissima violazione dell’articolo 16 della Costituzione italiana (quella che regola la libertà di muoversi sull’intero territorio nazionale) è che così facendo è stata “messa in sicurezza l’area del cantiere e gli operai addetti”. Ma che razza di motivazione è mai questa? Se l’area del cantiere è circoscritta in una zona di un paio di ettari localizzata presso il viadotto autostradale del Clarea, perché il prefetto ha bloccato l’accesso in un punto distante più di due chilometri dal cantiere medesimo?
Parlassimo di una zona incolta e piena di rovi potrei ancora capirlo, ma in questa zona ci lavorano persone che hanno deciso di guadagnarsi da vivere con la coltivazione della vite e della lavanda, lungo questa strada ci si andava a passeggio, c’era addirittura un agriturismo, senza naturalmente parlare del sito archeologico, ormai gravemente danneggiato.
Con che criterio questa zona è stata negata alla libera circolazione delle persone? Con che criterio si è stabilito che passeggiare lungo questa strada poteva rappresentare un “pericolo” per l’incolumità degli operai che bighellonano tutto il giorno in un (finto) cantiere distante due chilometri da questa strada? E se, proprio durante il periodo cruciale della vendemmia, quando in pochi giorni si raccolgono i frutti di otto mesi di lavoro, l’illuminato prefetto di Torino decidesse di bloccare pro tempore l’accesso ai vigneti, chi si occuperebbe di tagliare l’uva? Le forze dell’ordine?
Se questa non è una occupazione militare, allora ci sono solo due ipotesi: o siamo entrati in guerra, ed allora l’intera zona è diventata “Sito strategico”, oppure mi sono perso qualcosa: l’Italia è ancora una “repubblica democratica”?

ANGELO FORNIER
Chiomonte

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