LETTERE AL DIRETTORE

03 Maggio 2012 - 18:56

LETTERE AL DIRETTORE

RESISTENZA, L'ARTE DIFFICILE E PERDUTA DI DIRE «NO»


(intervento dal palco di piazza Martiri in occasione del 25 Aprile a Rivoli)

Sono Francesca Palmiotto, studentessa del Liceo Darwin. Mi è stato chiesto: «Ma voi giovani, in che modo vi rapportate con la Resistenza? Cos’è resistere per voi?». Bella domanda, mi sono detta, e qual giorno migliore per trovarvi una risposta. Noi, giovani, sempre più spesso accostati alla parola futuro, come ci relazioniamo con quel passato, come ci voltiamo indietro per riprendere le storie dei partigiani e soprattutto come le usiamo per il nostro futuro?
A questi interrogativi, io, giovane studentessa, rispondo citando il professor Claudio Magris: «Per memoria non intendo il passato ma il senso forte del presente della vita». Significa che le cose si consumano: un passaporto scaduto non mi serve più, ed è passato. Non parlo al passato invece di persone, valori, ideali, azioni che hanno avuto e quindi hanno importanza nella mia vita, che abbiamo amato e quindi amiamo. Io credo che l’unico modo che noi tutti abbiamo per rendere davvero omaggio al sacrificio dei partigiani non è solo quello di ricordare, del far memoria. Dobbiamo farlo attivamente, concretamente, resistendo anche noi come loro ed imparando a dire i No necessari.
È una delle parole più semplici del vocabolario, ma quella più urgente ed essenziale, una delle prime parole che impariamo da piccoli e secondo Emily Dickinson, la più selvaggia. È un’arte difficile e perduta quella di dire no. No alle ingiustizie sociali, no alla legalità asservita al potere e priva di moralità, no alle enormi diseguaglianze sociali del nostro Paese, no al fatto che il destino della nazione sia legato esclusivamente alla finanza, no. Dobbiamo continuare a dirlo, come fecero loro. C’è un bisogno enorme di sentirlo e sentirlo dentro, ancora.
Ma il nostro no non deve essere pura negazione ma deve essere invece costruttivo, propositivo, creativo. Ogni rivoluzione nasce da un no allo status quo, agli interessi costituiti al conformismo, al dominio o addirittura alla dittatura, anche quando è mascherata. Un uomo in rivolta è un uomo che dice no. La rivolta è sempre possibile, sempre, anche nelle più grandi avversità, come ci racconta Primo Levi nella descrizione della fine tragica di “Ultimo”, uno dei pochi ribelli alle leggi del lager. «L’uomo che morrà oggi davanti a noi ha preso parte in qualche modo alla rivolta. Morrà oggi sotto i nostri occhi: e forse i tedeschi non comprenderanno che la morte solitaria, la morte di un uomo che gli è stata riservata, gli frutterà gloria e non infamia. Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevolo, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice. Alberto ed io siamo rientrati in baracca e non abbiamo potuto guardarci in viso. Quell’uomo doveva essere duro, di un altro metallo dal nostro, se questa condizione, da cui noi siamo stati rotti, non ha potuto piegarlo».
Resistere ha la stessa radice latina di esistere. «Io mi ribello, dunque siamo». Ho detto siamo citando Camus perchè la ribellione non deve essere individuale ma collettiva. Non può essere solo del singolo perchè l’idea di ribellione a cui mi piace pensare è quella svolta per dei valori di giustizia sociale, etici, civili, estetici inviolabili ed universalmente accettati. Quando questi vengono messi in discussione, allora lì la nostra ribellione è sana, necessaria, indispensabile. Diviene un gesto di responsabilità civile, un gesto di profonda umanità.
Esattamente come fecero i partigiani. Pur andando contro le regole del regime, pur infrangendo le leggi immorali. Loro fecero una scelta. Termine fondamentale per la nostra vita. Scelta è il contrario di vigliaccheria, di vergogna, di indifferenza. Antonio Gramsci scrisse nel 1917: «Vivere vuol dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare. Indifferenza è abulia, parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Gli indifferenti sono il peso morto della storia».
Noi siamo qui, oggi, nel ricordo dei caduti. Loro hanno fatto la storia con le loro scelte. E noi? Io non voglio essere indifferente, non voglio essere il peso morto della nostra storia. Io voglio scegliere perchè è un atto di coraggio e gioia, di responsabilità di rivolta e di reinvenzione del mondo. Io scelgo il regalo più grande che i partigiani ci hanno fatto. Io scelgo di difendere la Costituzione Italiana.
Vorrei però ancora leggere l’epigrafe che Piero Calamandrei dedicò a Duccio Galimberti: “Lo avrai, camerata Kesselring...”.
Lo avrai camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA  

FRANCESCA PALMIOTTO
Rivoli



FIGLIA DI UN DIO MINORE


Non ho mai parlato di “casi personali” dalle pagine di un giornale perché, da buona piemontese, ho sempre amato il riserbo che vela il privato. Forse neanche questa volta lo faccio perché, partendo dal mio caso personale, tocco un tasto doloroso che è di molti, come è di molti la percezione che questo stato, che non riconosco già da un po’ come mio ma a cui ho e continuo a pagare fior di tasse, sia odiosamente matrigna, ingiusto, arrogante, vigliacco, forte con i più deboli e viscido, servile, debole con i più forti.

Mia figlia è disabile intellettiva, invalida civile grazie a un parto non andato propriamente bene ma è una splendida persona. Una persona a cui la sua famiglia ha dato il senso della dignità, della solidarietà e dell’indipendenza che passa, necessariamente, anche da quella economica.
Mia figlia ha sempre accettato tutti i tirocini e le borse lavoro che i vari consorzi socio assistenziali, il Cissa di Pianezza prima e successivamente il Conisa della valle di Susa le hanno proposto senza mai tirarsi indietro, anche da quelli che molti “normodotati” avrebbero trovato svilenti o non sufficientemente decorosi quali pulire le strade, lavorare presso un canile allevamento o in un vivaio, convinta che anche il suo lavoro fosse utile e in quanto tale normato da giuste regole: io ti do un servizio e tu mi corrispondi un compenso. Poco importa se il lavoro è protetto ed il compenso sono quattro soldi della borsa tirocinio sempre più ridotta, è il concetto che conta, è l’insegnamento, è il valore sociale del lavoro e della sua necessaria remunerazione.
Da alcuni anni mia figlia lavora presso la scuola di Sant’Antonino con soddisfacimento suo e dell’azienda ospitante che, in questo momento di tagli anche alla scuola, trova un valido aiuto nelle pulizie delle aule e prima anche nella mensa. Tutto sommato una sua dimensione di cui andare orgogliosa anche se una prima botta alla sua stabilità relazionale, sociale e lavorativa l’aveva già avuta quando un anno fa hanno deciso, per questioni economiche, di toglierle l’educatrice che aveva in toto la sua e la nostra fiducia e che significava per lei una certezza anche interpersonale raffazzonando alla buona altri interventi.
Oggi è arrivata una lettera che vanifica tutto il lavoro sin qui fatto da tutte le persone che per lei continuano ad impegnarsi a fondo, le molte speranze di una sua vita quanto più normale possibile e che mina il senso stesso della giustizia peraltro messa già a dura prova in questi tempi di barbarie civile in cui è il ladro, il furbo, il figlio di buona donna quello che prevale e non ci sono insegnamenti che tengano o attenuanti.
È una lettera del Conisa, a firma della sua direttrice, che ci informa che «...Il consorzio sta attraversando una fase difficile sia in relazione ai futuri assetti istituzionali e organizzativi, sia per l’indefinitezza dei finanziamenti regionali a sostegno dello stato sociale» e che «...lo stato italiano e la regione piemonte (la lettera li riporta in maiuscolo, io no) stanno progressivamente riducendo le risorse finanziarie a ciò destinate», come se non lo sapessimo e che, arrivando al succo della comunicazione, l’assemblea dei sindaci ha deciso di stringere i cordoni della borsa tagliando i compensi ai tirocini, perché il bilancio deve essere approvato prevedendo «una sostanziale riduzione della spesa sociale, che comporterà il ridimensionamento di alcuni servizi ed interventi erogati», per cui «gli inserimenti socializzanti finalizzati a favorire l’inclusione sociale delle persone con disabilità, dal mese di maggio 2012 non prevederanno la corresponsione di sussidi economici».
Però «l’intervento di cui lei è beneficiario potrà proseguire ma sarà sospesa l’erogazione del sussidio incentivante». Come dire: vai pure a lavorare, però gratis, senza neanche un euro simbolico e così come a lei credo che questa lettera sia arrivata a tutte le persone che facevano dei tirocini “socializzanti”.
Come faccio a spiegare a mia figlia che il suo lavoro conta davvero così poco che non vale neanche la pena delle poche lire che le davano? Come faccio a spiegarle che le hanno fregato la Costituzione almeno nei quattro articoli fondanti e principali e che all’articolo 3 recita «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
E all’articolo 4 sancisce: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società»?
Come faccio a spiegarle che lei è in tutto e per tutto figlia di un Dio minore?

PAOLA BORIERO
Vaie



LA TRUFFA DELLA TORINO-LYON E LA TRUFFA/FARSA DELLA SUSA-SAINT JEAN DE MAURIENNE


Il corridoio ferroviario n. 5, da Kiev a Lisbona, si rivela ormai per quello che è: un’ottima trovata pubblicitaria, per giustificare la costruzione della tratta ad alta velocità Torino-Lyon, che ha fatto breccia nell’immaginario collettivo degli italiani, abbagliati da un tratto di pennarello che, solo sulla carta geografica, unisce l’Est e l’Ovest europei.
Nel corso del tempo la “trovata pubblicitaria” mostra tutte le sue bugie: il Portogallo, in piena crisi economica, è uscito dal progetto e viene così a mancare la tratta Lisbona-Madrid. Non c’è nulla di concreto, a parte il “tratto di pennarello”, in termini di progetti e risorse finanziarie, per la tratta che dovrebbe attraversare Ungheria e Ucraina, due Paesi sull’orlo del collasso economico e sociale.
L’incredibile “idiozia” di un proseguimento da Kiev a Pechino, che fa il paio con il prolungamento verso il Nord Africa con un tunnel sottomarino collegato con il porto di Algesiras (verbo Virano), poteva inventarla solo Roberto Castelli… collega di partito di Roberto Cota, governatore del Piemonte, che ha motivato la Torino-Lyon per “ragioni psicologiche” cioè... per aprire le menti verso “l’esterno”.
Ma in Francia oltre al problema del nodo ferroviario di Chambery, complesso come quello di Torino (i due nodi non sono in grado di sostenere sensibili di aumento di traffico), mancano progetti definiti e risorse per la tratta ad alta velocità da Saint Jean de Maurienne a Chambery. In Italia non ci sono progetti, degni di questo nome, per la tratta ad alta velocità tra Milano e Venezia e soprattutto non ci sono le risorse economiche, come riconosciuto dall’ex ministro Matteoli alla Stampa del 23/6/2011.
Se aggiungiamo che i Tgv francesi non possono utilizzare, per le differenze tecniche nei sistemi di sicurezza, la tratta ad alta velocità Torino-Milano, si può dire che il “Re è nudo” nel senso che del corridoio 5 manca anche l’attraversamento del Nord Italia. Quindi il corridoio 5 si ridurrebbe alla tratta Torino-Lyon e già questo ne svalorizza, pesantemente, la tanto sbandierata “importanza strategica” che del resto è sempre stata una formula pubblicitaria svuotata di reali contenuti.
Ma sulla tratta Torino-Lyon la truffa, perché di truffa si tratta quando un’opera utile solo a chi la vuole costruire per garantirsi finanziamenti pubblici viene spacciata per opera di interesse nazionale, diventa farsa. Perché la tratta ad alta velocità Torino-Lyon si riduce ormai, in base al progetto a “basso costo”, alla tratta ad alta velocità del tunnel di base.
Per la tratta Torino-Susa se ne parlerà solo tra venti anni e solo se l’attuale ferrovia risulterà satura. Quindi mai: perché i dati del traffico merci e delle persone risultano da anni in costante discesa. Va evidenziato, a questo proposito, che nel 1991 il presidente della Confindustria Pininfarina sosteneva, sulle pagine della Stampa del 15 ottobre, che la nuova ferrovia doveva essere costruita velocemente perché l’attuale linea sarebbe stata satura già nel 1997. I dati, tanto per cambiare, erano taroccati per eccesso visto che nel 2012, 15 anni dopo, la linea è invece utilizzata solo al 32 per cento delle sue potenzialità!
Ormai tutto si riduce quindi solo ad una tratta ad alta velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne, cioè la tratta di 57 km del tunnel di base e quindi di un progetto scandalosamente non necessario. Non serve un nuovo tunnel nel momento in cui è stato concluso l’ammodernamento dell’attuale tunnel ferroviario e in ogni caso, visto che il signor Virano, nei suoi incubi apocalittici, ipotizza container sempre più “spaziali”, è sempre preferibile per costi limitati e mancanza di impatto ambientale, rimodellare l’attuale tunnel di 12 km piuttosto che costruirne uno nuovo di 57 km.
E non ha alcun senso costruire un nuovo tunnel per un tratto di alta velocità, sotterranea e quindi utilizzabile a velocità ridotta per implacabili leggi della fisica, nel momento in cui tra Torino e Susa come tra Saint Jean de Maurienne e Chambery i treni utilizzeranno l’attuale ferrovia. Annotazione non secondaria di questo assurdo progetto Tav: le merci in Francia non utilizzano la rete ad alta velocità ma solo la rete ordinaria.
In conclusione, siamo passati dalla truffa della Torino-Lyon alla truffa/farsa della Susa-Saint Jean de Maurienne, ed è questo che va spiegato alla comunità nazionale.

GIOVANNI VIGHETTI
Bussoleno



LA CACCIA: FORSE MANCA UN PO' DI ETICA E UN PO' DI CLASSE


Sono più di 30 anni che vado a caccia e mi accorgo che sia tra gli enti preposti, sia tra i cacciatori non ci sono più i valori morali che erano caratteristici tra i vecchi cacciatori dai quali ho avuto insegnamenti per praticare questa nobile arte.
Premesso che oggigiorno nessuno ha bisogno della cacciagione per sfamarsi, tantomeno un cacciatore che spende circa mille euro all’anno per praticare la caccia, credo che rimanga quindi solo la passione per l’esercizio venatorio. Pratico la caccia nella zona Alpi in bassa valle di Susa assieme ai miei due compagni e due cani, da oltre 30 anni. Andiamo sempre nello stesso posto, vicino alle nostre case, così facendo ci leghiamo a un territorio che conosciamo bene e facciamo delle magnifiche escursioni sui monti. Pratichiamo la caccia alla lepre sino al periodo della chiusura, di solito l’ultima settimana di novembre, poi ci dedichiamo alla caccia del cinghiale. Il nostro carniere, in questi ultimi anni, a fine stagione arriva a tre o quattro lepri, ma siamo soddisfatti ugualmente.
Perchè parlo di etica e classe? Perchè alle nostre possibili prede ritengo che occorra lasciare delle possibilità di salvezza, in quanto lepri ce ne sono pochissime e non sono più lanciate a inizio stagione dal nostro comparto (è un mistero che non abbiano più i soldi per qualche lepre). Di questi tempi in tre cacciatori per prendere una lepre ci vogliono alle volte molte giornate di caccia, poichè la lepre, quando è levata dai cani, segue dei percorsi molto diversi, e noi non possiamo che sperare di esserci piazziati in modo appropriato. In caso contrario, dopo una certa ora del mattino i cani non sentono più l’odore della lepre e quindi torniamo a casa, discutendo di come siamo stati beffati e di come predisporci per la prossima giornata di caccia.
Ora, da qualche anno si sono formate delle squadre di cacciatori che arrivano anche a 30 unità, queste sono specializzate nella battuta al cinghiale, e quando arrivano nella nostra zona di caccia non c’è più posto che per loro. Il problema è che circondano una zona molto ampia e sparano a tutto ciò che vedono, non solo ai cinghiali ma anche caprioli, camosci e lepri e altro... per cui non c’è scampo per tutti gli animali che sfortunatamente si trovano in quella zona e sinceramente non capisco dove sia il divertimento.
Questa è anche la storia di un cinghiale, uno solo nella nostra zona di caccia, che avevamo soprannominato “il furbacchione”. Infatti quando a novembre abbiamo iniziato la caccia al cinghiale, il furbacchione si era legato al nostro territorio, ma si era dimostrato estremamente abile a non farsi mai vedere. Sapevamo che c’era poichè al mattino si vedevano chiaramente i solchi lasciati nella notte ma non riuscivamo a capire dove si rintanava di giorno. Ogni giornata di caccia studiavamo una possibile zona dove poteva essere, facevamo la nostra mini battuta, ma niente da fare. Eravamo già giunti a metà dicembre senza alcun risultato, quando abbiamo deciso che non poteva essere nascosto che in una zona che chiamiamo “el cumbalas”, quindi decidiamo di buon mattino di fare la nostra battuta al cumbalas.
Quando arriviamo, faceva appena giorno, ma la zona era completamente circondata da una squadra di circa 30 cacciatori, per noi non c’era più posto, prima di tornare abbiamo parlato con un cacciatore della squadra, appostato vicino alla stradina, il quale ci comunica che tutta la zona era già occupata e che avevano già abbattuto un cinghiale, era “il furbacchione”.

GIORGIO GIUSEPPE GIULIANO
Torino


 

 

 

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