LETTERE AL DIRETTORE

17 Maggio 2012 - 23:03

LETTERE AL DIRETTORE

I MEDIA E IL POTERE HANNO SEGNATO UN BEL PUNTO: 1-0 PER LORO

Sul quotidiano torinese per antonomasia continuano, in questi giorni, gli spot pubblicitari a favore dal Tav. Addirittura alcuni giornalisti burloni rispolverano tutta la loro umanità nel dipingere il cantiere di Chiomonte con auliche e bucoliche rappresentazioni e, mentre i buoni lavorano indefessi per ripianare lo spread italico e i cattivi stanno al di là delle reti a intonare lugubri canti di minaccia, il sole tramonta sereno tra i vigneti di Chiomonte. Lassù sulle montagne tra boschi e valli d’or un tocco di romanticismo non guasta mai. Ma i buoni non si arrendono e, pur sentendosi minacciati fisicamente, rinunciano impavidamente alla scorta raggiungendo sani e salvi il focolare domestico.
Questa retorica di triste memoria pare perlomeno sospetta e se si avesse almeno il buon gusto di riquadrare l’articolo aggiungendo la scritta “messaggio promozionale”, come si fa per i redazionali televisivi, la cosa cadrebbe meno nel ridicolo. Ma ormai si sa, noi valsusini (No Tav e anche no) siamo ormai diventati i nuovi babau, quelli che fanno scappare i bambini, i nuovi mostri del terzo millennio che fanno tanto soffrire i nostri bravi governanti. I media e il potere hanno segnato un bel punto, uno a zero per loro. Lavorando in televisione ormai da quarant’anni conosco l’uso della “sineddoche”, quella figura retorica che consiste nell’utilizzo, in senso figurato, di una parola al posto di un’altra mediante l’ampliamento o la restrizione del senso. La sostituzione può riguardare la parte per il tutto, che è esattamente il nostro caso.
Per dirla in maniera più semplice, ai media fa più gola un cretino che tira una pietra che 60mila persone che discutono sul loro futuro. Quante volte in una redazione televisiva ho sentito frasi come questa: «Ma alla manifestazione non è successo nessun incidente? E allora cosa mandiamo la troupe a fare?». È solo se succede l’incidente che si possono travalicare le motivazioni, parlarne, amplificarlo, tratteggiarne i contorni, criminalizzare le stesse motivazioni della deriva violenta e ingiustificabile, fare audience e incrementare gli introiti pubblicitari. Alla faccia della verità. Insomma, è la solita vecchia storia dell’albero che cade e della foresta che cresce.
Se io ti dicessi che ormai il nostro mondo occidentale si è trasformato nel mondo del Grande Fratello tu a cosa pensi? Il tuo cervello andrà inequivocabilmente a quell’appartamento abitato da cerebrolesi mediatici che si spintonano per arrivare al loro quarto d’ora di vuota visibilità. Ecco dunque la prova che trent’anni di mesmerismo catodico hanno prodotto i loro risultati sulle masse. Invece io intendevo quel mondo virtuale e sottoposto ad ogni forma di controllo descritto magistralmente da George Orwell nel suo libro 1984. Se poi una società olandese, utilizzando il nome del capo di Oceania che con le telecamere sorveglia e reprime il libero arbitrio, ne ha tratto un format televisivo di grande successo, questo è un altro discorso. Ecco, però, cos’è il travisamento mediatico che ha attecchito così magistralmente in Italia.
Chi mi sta leggendo in questo momento probabilmente tifa per qualche squadra di calcio, che so: la Juve, il Milan, l’Inter, la Roma, o anche qualche altra squadra economicamente meno nobilitata. Io che sono valsusino, ad esempio, propendo per la squadra più sfigata d’Italia che - ovviamente - è il Toro. Nella squadra, qualunque essa sia, ci sono i tifosi, gli ultrà e sicuramente anche quattro imbecilli che non vedono l’ora di menare le mani. Se io ti dicessi che, a causa di questi ultimi, la tua squadra è una squadra di violenti, di ignoranti anche un po’ buzzurri e anche tu, per un motivo o per l’altro, sei sicuramente complice perché non ti butti nella mischia a dir loro che sono cattivi e certe cose non si fanno, ebbene io credo che come minimo mi sputeresti in faccia. Così almeno io avrei qualche motivo per darmi ragione.
Dietro i quattro imbecilli c’è tutto un mondo fatto di lavoro, di sudore, di allenamenti, di speranze e di lotte sul campo e tu ci credi: è la tua fede. E anche se il calcio si sta adeguando sempre di più al mercimonio immorale che infesta la nostra triste nazione, chi sostiene che la tua squadra sia solo un covo di violenti lo fa scientemente in malafede. Questo è quello che sta succedendo a noi.
Che il Piemonte debba guardare un po’ di più verso la Francia è un fatto assodato, e poi non vengano a dirlo proprio a noi, che fino al 1713 eravamo una stessa nazione: il Delfinato. Del resto gli sgarbi romani (Festival del cinema) sono lì a comprovarlo, però che la chiave di questo sviluppo transalpino passi necessariamente da quel maledetto buco è un’ipotesi molto azzardata e soprattutto sospetta. Sui messaggi pubblicitari subliminali di cui parlavo prima si leggono alcuni interessanti florilegi: «A volte i No Tav organizzano manifestazioni a Lione, ma di francesi non se ne vedono: sono tutti italiani». Pullman - anzi no, camionate, poiché siamo tutti sporchi e cattivi - di facinorosi No Tav che a frotte si riversano sulle piazze di Lione travestiti da montagnards con la bottiglia di Pernod nella poche. In fondo (indiscrezione giornalistica) anche quei tredici sindaci francesi che, con tanto di fascia tricolore, sono venuti alla manifestazione di Torino erano solo comparse del Teatro Regio. Siamo furbi noi No Tav!

RICCARDO HUMBERT
Exilles

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