LETTERE AL DIRETTORE

06 Settembre 2012 - 16:04

LETTERE AL DIRETTORE

CRESCITA? CI RIMANE LA NUTELLA!

Ad inizio settimana assisto contro volontà ad una toccante testimonianza dell’angoscia dei cittadini alle prese con la crisi. Prima di rientrare a casa, una veloce capatina ad un supermercato, pochi clienti ed eccomi in un attimo in coda all’unica cassa aperta, seguo distrattamente il passaggio delle merci della signora che mi precede sotto il lettore a barre fino all’interruzione richiesta dalla cliente: «Mi scuso, ma il conto è superiore a quanto posso permettermi». La cassiera gentilmente estrae le ultime merci inserite fino a ridurre il conto a meno di 15 euro, la cliente ringrazia ma chiede un ultimo favore: «Cortesemente, rimetta il barattolo della Nutella, non posso rinunciare a qualche momento piacevole!».
Adesso dico: dovevo intervenire. Invece sono rimasto inchiodato da un misto di rabbia ed imbarazzo per questo episodio, che rappresenta il mondo in cui una folla vastissima di cittadini sono precipitati senza possibilità di trovare una via di fuga. Sono mesi che ascoltiamo i proclami del governo, le chiacchiere dei partiti e le soluzioni proposte da illustri economisti, tutti a sostenere che lo sviluppo dell’economia, il lavoro nel paese, arriveranno grazie all’ottimismo degli imprenditori per le nuove regole sui contratti di lavoro, grazie alle nuove regole per le pensioni, e soprattutto grazie al decreto per la crescita, con i soliti sistemi di agevolazioni fiscali e le solite promesse... per le Grandi Opere. Con questi progetti diventa estremamente problematico trovare un punto di incontro con le idee e le esperienze di un cittadino qualunque, che ha vissuto per oltre quattro decenni nell’industria.
L’età, le bufere professionali, le esperienze ed una discreta memoria mi portano ad entrare in un’area di inquietante sfiducia verso chi ci governa per le proposte o le vie da perseguire per la crescita e per abbattere la disoccupazione. I primi dubbi sorgono dalla valutazione espressa da tutta la classe politica, secondo la quale la crisi sarebbe nata dal crollo finanziario del 2007/2008: questo significa ignorare la drammatica deindustrializzazione in atto da fine anni ‘90. È davvero sconcertante che si pensi di poter parlare di crescita senza analizzare con serietà perché é finita la bella avventura “centenaria” dell’industria italiana e si finga di non vedere le cause che schiacciano questa realtà e la obbligano a trasferirsi oltre i confini.
I primi obiettivi su cui sarebbe necessario operare erano, e sono, costo del lavoro (tasse), burocrazia, corruzione, tempi di pagamento ragionevoli, finanziamenti bancari, e soprattutto agevolare e finanziare la ricerca: “dalle idee arriva il lavoro”, per cui la modifica dell’articolo 18 appare sempre più una modifica d’immagine, ossia “la verniciatura di una nave arenata con l’acqua nelle stive”.
Carissimi cittadini al governo, non dovete “girare la testa”: davanti a voi ci sono milioni di disoccupati e solo con un rinnovato sistema industriale usciamo dalle sabbie mobili della disoccupazione e del debito pubblico. Avete dimenticato che con la delocalizzazione di una grande industria si tagliano i cordoni ombelicali di centinaia di altre unità produttive, industriali ed anche commerciali. Ma dimenticate anche l’agonia del fiore all’occhiello della nostra industria, ossia la piccola impresa, collegata al completamento produttivo dei beni realizzati dai grandi complessi, e soprattutto la morte delle aziende destinate alla costruzione dei mezzi di produzione, settore estremamente importante e qualificante per nostro paese.
È necessario a questo punto mettere sotto i riflettori alcuni episodi, di cui sono stato partecipe, che hanno rappresentato un impulso per parte dell’economia imprenditoriale, mentre altri purtroppo hanno evidenziato il segnale del declino.
- Anni ‘60: dipendente di una grande industria della gomma (pneumatici), assisto e partecipo al lancio produttivo del rivoluzionario “pneumatico radiale”. Questa importantissima soluzione tecnica rappresentò la trasformazione completa della produzione, con investimenti straordinari. I nuovi cicli produttivi furono realizzati con impianti ad alta automazione industriale, con il coinvolgimento di centinaia di altre aziende con le opportune specializzazioni; inoltre al personale interno si richiese una preparazione adeguata, e per questo l’azienda inviò alcuni dipendenti (diplomati/laureati) a corsi annuali di automazione industriale a livello universitario; inoltre la formazione tecnologica veniva completata in vari laboratori di collaudo.
- Anni ‘80 fino ad inizio anni ‘90: esperienza da imprenditore, nel momento in cui la nostra grande industria automobilistica decide di lanciare prodotti estremamente innovativi:
a) l’applicazione del motore “diesel” su tutta la gamma di vetture. Il nuovo motore, denominato “Diesel veloce”, rappresentò, oltre ad una importante novità sul mercato, una fonte di lavoro per centinaia di aziende, compresi alcuni centri di ricerca;
b) il progetto di una vettura popolare modernissima, con un “design” molto accattivante, tale da stabilire in brevissimo tempo il record nelle vendite in Europa. Importanti, ed anche con quantità da primato, furono le imprese coinvolte da questo progetto, considerando che i centri di produzione erano in tre stabilimenti. Da imprenditore ricordo che il problema dominante era la mancanza di personale specializzato.
- Fine anni ‘90 - primi anni 2000: ritorno dipendente con funzioni direttive in una azienda italo/tedesca. Da questa esperienza cominciarono a crollare le certezze sul futuro del nostro sistema industriale e purtroppo, da “uomo qualunque”, percepivo un futuro altrettanto incerto del sistema Italia a produrre ricchezza.
Furono le trasferte in Germania la causa principale di questi dubbi!
- Il primo confronto era sull’enorme squilibrio di trattamento economico del personale: il dipendente tedesco aveva, rispetto al dipendente italiano, a parità di mansioni, un trattamento economico decisamente superiore. In più, quando si esaminava l’organizzazione industriale, in Germania ogni posizione era occupata da un lavoratore interno all’azienda, mentre nella nostra organizzazione, per contenere i costi, si iniziava ad utilizzare, in alcune attività, il lavoro interinale o il lavoro delle cooperative.
- Secondo confronto: “processi innovativi con applicazione di alta tecnologia nella costruzione di componenti industriali”. Ricordo con grande entusiasmo ed ammirazione la visita di reparti sperimentali di produzione, gestiti in collaborazione con l’università.
- Terzo confronto: la Germania continuava a sviluppare il suo sistema industriale sul proprio territorio, mentre a casa nostra era già atto la delocalizzazione. L’inaugurazione di un nuovo stabilimento con l’ingresso di un treno imbandierato all’interno dei reparti, le bande musicali, i discorsi delle autorità politiche da un grande palco, i festeggiamenti per l’intera giornata sono i ricordi e la conferma di un mondo che credeva nel lavoro nelle fabbriche.
Queste sono alcune memorie di un cittadino qualunque, che confidava nell’industria, il cui testimone doveva o dovrebbe passare ad altri, ma che per una scriteriata politica di deindustrializzazione forse cadrà nel vuoto. La chiusura di siti produttivi è da anni, nelle segreterie dei principali partiti, un argomento di secondario interesse: gli interessi primari erano, e sono, esclusivamente rivolti alle Grandi Opere, come il Tav!
L’esempio più calzante, anzi la “cartina tornasole” del disinteresse politico verso i problemi dell’industria e quindi “la mancanza di lavoro dei cittadini”, lo si vive drammaticamente in provincia di Torino, dove la distruzione di un sistema industriale eccezionale è avvenuta nel silenzio assordante della politica, comprese le autorità provinciali e regionali. Ormai, da anni, i partiti sono impegnati a convincere l’opinione pubblica che il Tav porterà lavoro, benessere e tanti alti benefici, rifiutando di confrontarsi con valanghe di dati negativi provenienti dalle università e da esperti. Tra i “grandi partiti” impegnati in questa campagna è impressionante l’atteggiamento del Pd, partito che dimentica i lavoratori in difficoltà, partito che dovrebbe essere un severo controllore delle conseguenze ambientali ed economiche della costruzione del Tav, partito che non esita ad epurare alcuni suoi iscritti, bravi amministratori della valle di Susa contrari al progetto Tav (sicuramente ciò rimanda alla formazione “sovietica” di diversi dirigenti di questo partito).
A questo punto, alla politica ed ai ministri attuali si dovrebbe chiedere... le previsioni di crescita, concetto da loro esternato con grande enfasi, come vengono elaborate a fronte di un sistema produttivo e commerciale in agonia? Non pensate che sarebbe opportuno, per “scatenare” la ripresa, individuare attività che comportino la distribuzione immediata di lavoro a piccole e medie aziende, naturalmente su tutto il territorio nazionale? Dovreste immaginare un nuovo piano Marshall per il lavoro! Anche la proposta del ministro Elsa Fornero di trovare una soluzione per la ripresa della Fiat, appare un’ottima idea ma qualsiasi soluzione deve arrivare simultaneamente all’arrivo di lavoro portatore di ricchezza nelle tasche degli italiani.
Tantissime sono, nel nostro paese, le situazioni di carenza e/o inadeguatezza infrastrutturale del cui superamento lo Stato potrebbe farsi promotore e finanziatore in tempi brevi:
- Manutenzione del territorio, costruzione e manutenzione di acquedotti, costruzione di dighe per raccolta acqua (cambiamento climatico).
- Messa in sicurezza degli edifici scolastici, e pubblici in genere, con installazione di impianti fotovoltaici.
- Manutenzione delle ferrovie ed acquisto di treni per i passeggeri pendolari (il Tav è utilizzato da una minoranza di utenti).
- Acquisto di mezzi di trasporto pubblico a basso impatto ambientale e trasformazione del parco esistente in alimentazione ibrida (in corso interessanti test sui mezzi pubblici a Torino).
- Manutenzione o modifica di infrastrutture locali ( ponti, strade, ospedali), installazione di impianti di illuminazione stradale con sistemi a basso consumo.
- Realizzazione del cablaggio delle città con fibre ottiche per le trasmissioni dati ad alta velocità.
Invece, dalle parole dei nuovi ministri “tecnici” arrivano i soliti slogan: «Avanti a tutto vapore con le grandi opere, Tav in prima linea», per cui la crescita, il benessere e la fortuna dei nostri cittadini arriveranno scavando tunnel sotto le Alpi e sotto gli Appennini, con costi e tempi di realizzazione assurdi.
Concludo, invitando il ministro Passera e colleghi, l’onorevole Bersani e tanti sostenitori del Tav come la signora Camusso, ad analizzare l’operato di un grande finanziere/industriale, il dottor Mario Schimberni, che negli anni ‘90 venne nominato amministratore straordinario delle Ferrovie dello Stato. Ebbene, una delle prime decisioni che prese Mario Schimberni fu proprio quella di bloccare (l’attuale) progetto alta velocità, ritenendolo non adatto al nostro paese, e sostenendo invece la necessità di una ferrovia leggera ma con i conti in ordine (esame rapporto costi/ benefici). Questa decisione non fu apprezzata dalla politica (dal ministro Bernini), per cui Schimberni dovette mettersi da parte, dimettendosi. Da quel momento il progetto Tav, studiato con parametri per le grandi pianure, per grandissime città con diverse decine di migliaia di utenti al giorno, andò avanti con il costante appoggio politico e mediatico, minimizzando o nascondendo un disastro economico senza precedenti (diverse finanziarie dello Stato per trasportare forse il 7 per cento di passeggeri).
Domanda: tenendo conto di questo esempio “etico”, proveniente da chi impone scelte importanti e gravose per noi cittadini, ossia dalla nostra classe politica, possiamo aspettarci che la crescita, la disoccupazione, i bisogni collettivi saranno problemi affrontati seriamente e risolti?
Risposta: No! In Italia da troppi anni i maggiori partiti sono una variabile indipendente rispetto alle esigenze della società civile, divenendo variabile dipendente dalle esigenze dei cittadini, a parole, solo in prossimità delle elezioni.

BRUNO FAGGIANI

Almese

 

 

 

INSIEME CONTRO LO SPRECO DI RISORSE PUBBLICHE


lettera aperta all’on. Bartolomeo Giachino


Caro onorevole, ti ringrazio per la forma e il contenuto della lettera pur da posizioni molto diverse dalla tua. Non è passato molto tempo da quando l’ente che rappresento è stato estromesso dal ruolo di interlocutore del governo perché “la nuova Comunità Montana, con riferimento alla nuova linea Torino-Lione non si connota con un profilo di sensibilità politico-istituzionale idoneo a rappresentare il pluralismo delle comunità locali presenti sul territorio” (comunicato della presidenza del Consiglio dei ministri, 8 gennaio 2010) e quindi la tua iniziativa denota apprezzabili sensibilità e rispetto per i sindaci che non condividono il progetto.
Colgo l’occasione per precisare la nostra posizione, sovente distorta dai mass media e dalla volontà di associare gli amministratori agli scontri di questo periodo. Non abbiamo mai indetto, sostenuto o partecipato a manifestazioni non autorizzate in prossimità del cantiere della Maddalena. In questi ultimi anni non ci siamo mai contrapposti con, o senza, le fasce tricolori alle forze dell’ordine. La nostra costante preoccupazione era dedicata a prevenire o limitare le occasioni di scontro. Puoi chiedere conferma di quanto affermo ai carabinieri e ai poliziotti e alla Digos, con i quali abbiamo sempre mantenuto un rapporto di assoluta correttezza e reciproco rispetto, anche in situazioni molto difficili.
Sono in modo netto contro la violenza e l’illegalità e sono per il rispetto dei diritti civili. In passato e recentemente mi sono espresso in forma critica sull’arresto di alcuni esponenti No Tav poiché ritengo che nel paese culla del diritto ci si debba attenere alla procedura prevista dalla legge: accusa, processo, eventuale condanna, carcere! Principio che ritengo valido sia per chi ha tagliato le reti o lanciato sassi a Chiomonte sia per chi siede al Parlamento, come gli onorevoli Lusi, Cosentino, Papa, De Gregorio e altri. Non per questo condivido le azioni illegali (da verificare in sede processuale) degli imputati.
Mi permetto di ribadirti ancora alcune ragioni della nostra opposizione: la linea attuale è sottoutilizzata, il Pil di Italia e Francia è ben lontano dalle più timide previsioni, si vuole il trasferimento delle merci dalla gomma al ferro e contestualmente si propone il raddoppio del traforo autostradale, il Portogallo si è ritirato dal progetto, la Corte dei Conti francese ha messo in dubbio la priorità della nuova linea, l’Ucraina, l’Ungheria e la Slovenia non hanno posizioni definite, il progetto low-cost si inserisce sulla linea storica, siamo in piena spending review e i Comuni non possono appaltare le piccole opere immediatamente cantierabili per il patto di stabilità che li attanaglia. Non ci sono risorse per la sicurezza delle scuole e per l’assetto idrogeologico e ci chiediamo a che scopo un anno fa si sia aperto un cantiere che ha creato notevole tensione, grande impiego di risorse, e che è rimasto praticamente fermo.
Non sono affermazioni prive di fondamento e il governo e la nostra Corte dei Conti, alla luce delle perplessità sollevate da più parti, dovrebbero ragionevolmente fare un supplemento di istruttoria, così come è stato fatto per il ponte sullo Stretto e le Olimpiadi di Roma. Proseguire con questa vicenda solo per dare una dimostrazione di forza o per ribadire una questione di principio non è utile a nessuno.
La nostra Valle è già coinvolta da un gran numero di cantieri per la sicurezza dell’A32, per il raddoppio del traforo autostradale, per l’acquedotto di valle, per il tunnel geognostico, per i sovrappassi ferroviari, per l’ultimazione delle gallerie di Claviere (Olimpiadi 2006) con notevoli disagi per i residenti e i turisti. Abbiamo quindi sul tavolo argomenti di enorme importanza che dovremmo pianificare con grande disponibilità intellettuale e attenzione allo spreco di risorse pubbliche. Mi quindi trovi perfettamente d’accordo di agire insieme per evitare episodi pericolosi per l’incolumità dei cittadini e delle forze dell’ordine e sulla necessità di riprendere un dialogo istituzionalmente corretto perché questo scontro è dannoso a noi, a voi, al turismo e alla nazione.
Ti ringrazio e ti saluto cordialmente.

SANDRO PLANO
presidente della Comunità montana valle di Susa e val Sangone


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