LETTERE AL DIRETTORE

28 Novembre 2012 - 18:11

LETTERE AL DIRETTORE

UNIONE MONTANA DEI COMUNI: OCCASIONE STORICA IMPERDIBILE PER L’ALTA VALLE SUSA

Siamo entrati da alcuni mesi in un gran fermento e attivismo politico che risponde al tema della “Ristrutturazione delle autonomie locali”, ovvero al destino delle Province, Comunità montane, Unione dei Comuni, etc. E come sempre, in Italia, stiamo facendo una mostruosa indigestione di soluzioni, incastri e sovrapposizione fra le leggi dello Stato (Legge 135/2012 - Codice dei contratti - Legge sulle Minoranze) e leggi regionali (Legge 11/2012), col rischio concreto e forse già calcolato da qualcuno, di bloccare tutto l’apparato attuale, anche quello che funziona dignitosamente e virtuosamente.
Che ci fosse bisogno e necessità di “ristrutturare” le autonomie locali non c’è alcun dubbio, soprattutto per la razionalizzazione dei servizi e i conseguenti risparmi, ma si è partiti, a mio avviso, come sempre col piede sbagliato, sia a Roma che a Torino, dimenticando ignorantemente sembra, ma penso ben coscientemente, la geografia e la storia italiana e soprattutto l’esistenza non solo “filosofica” delle Terre Alte, ovvero dei territori montani, delle terre marginali e svantaggiate, delle “marche” di confine come la nostra vallata.
La testa o meglio il cervello “nevrotico e piatto” della nostra politica nazionale e locale aveva già in merito alle autonomie locali progettato soluzioni abnormi, come gli accorpamenti d’ufficio delle Comunità montane (vedi Comunità montana val Susa e val Sangone nel 2009) e gli enti di sviluppo abortiti anzitempo, ma oggi sta dando il meglio di sé con abbondanza, considerata la riduzione delle Province, la cancellazione delle Comunità montane, la costituzione delle Città metropolitane, l’Unione e le Convenzioni dei Comuni e “dulcis in fundo” con l’Unione montana dei Comuni.
In mezzo a questo caos legislativo generale (dove si perdono anche i segretari comunali), c’è però una novità importante che mi stupisce per l’ardimento estremo, ovvero la possibilità lasciata ai Comuni di associarsi liberamente, quasi una autodeterminazione e mettere in piedi l’Unione o Convenzione spontanea dei Comuni, ma soprattutto la spontanea Unione montana dei Comuni.
Se da una parte si sta contribuendo pesantemente a frazionare il territorio in piccole Unioni e Convenzioni, destinate a impotenza e vita grama e predestinate a non avere voce sui grandi temi territoriali e di bacino, dall’altra parte ci invitano a costruire l’Unione montana dei Comuni al posto se si vuole delle vecchie Comunità montane. Una bella contraddizione di prospettiva, ma soprattutto una grande storica occasione, imperdibile, per affermare la territorialità della nostra vecchia Comunità montana dell’alta valle di Susa o antico Escarton d’Oulx.
Non vorrei tornare all’antico, ma tentare di interpretare l’antico in chiave aggiornata, in quanto oggi di solito aggregano o ci si aggrega generalmente per razionalizzare la gestione dei servizi (spirito unico delle leggi attuali), ma io aggiungo che ci sia aggrega anche per consolidate affinità storiche e culturali e l’alta valle di queste affinità ne ha a bizzeffe fin dal 1300; oltreché ci si aggrega anche per motivi di omogeneità economica e l’alta valle può vantare un’economia turistica-ambientale già ben spalmata su tutto il territorio e per tutte le stagioni.
Nonostante quest’opportunità insperata di poter costituire subito un’Unione montana dei Comuni sulla base solida di gestione di servizi comuni (almeno tre sui nove di legge), di affinità storiche e culturali e di omogeneità economica, che poca altra territorialità alpina può vantare, vedo invece da parte di diverse nostre amministrazioni alto valligiane molti tentennamenti, dubbi e frenate in merito, che posso tentare di riassumere anche in questo caso per chiavi politiche, economiche e culturali.
È risaputo che l’alta valle Susa è governata in gran parte dal centrodestra e le eccezioni non sono gradite, oltreché fieramente osteggiate (vedi le politiche contro Oulx-Gravere-Giaglione per l’appoggio leale e concreto alla “imposta” e “ormai defunta” Comunità montana val Susa e val Sangone), ma se si tratta di costituire un’Unione montana forse la politica dovrebbe fare un deciso passo indietro per superare unitariamente almeno il momento istituzionale dell’Unione.
È poi risaputo che l’alta valle Susa è sede dei comuni olimpici (Sauze d’Oulx, Cesana, Sestriere, Claviere, Bardonecchia, etc.) già beneficiati e benedetti dall’avventura olimpica (solo per loro) e quindi per chiarissimi motivi economici, conditi dalla paura di perdere o dover dividere altre benedizioni con il povero vicinato, stanno magari pensando di fare un’unione più “ristretta” (Alta dell’Alta Valsusa).
È poi quindi risaputo che molte amministrazioni dell’alta valle Susa sono espresse da sindaci “esterni”, non sufficientemente radicati sul territorio e che quindi non conoscono alcunchè di basilare circa la nostra storia e la nostra cultura, condizioni di ignoranza che non si conciliano con le radici e lo spirito della nostra comunità territoriale montana, sia vecchia (ultimi 60 anni) sia più antica (quasi 700 anni). Meno male che le radici e il sangue a dir si voglia sono profonde e vive, non sono acqua, se mai sono vino!
L’analisi spicciola sopra estesa per la verità dovrebbe estendersi poi a quelle amministrazioni “moderate e dubbiose per natura”, che aspettano altre verità legislative, come la sorte del personale delle Comunità montane sciolte, degli immobili comunitari, dei debiti comunitari e soprattutto dei finanziamenti futuri, che ahimè tarderanno a venire con il presente disastro economico-finanziario-politico-morale, per cui c’è il concreto rischio di cadere immaturi nella rete dell’area metropolitana torinese, dove è chiarissimo non si conterà più niente.
In sostanza, quindi, è il tempo giusto per cogliere al volo l’occasione legislativa di poter costruire l’Unione montana dei Comuni, coincidente con tutti i 14 Comuni della vecchia Comunità montana alta valle Susa, mettendo da parte per questo momento istituzionale la politica che ci divide, l’egoismo economico e campanilistico che ci condiziona e l’ignoranza storica e culturale che permea molta classe dirigente locale, mettendo in campo una visione che non sarà nuova di zecca, ma è consapevole e coraggiosa per i tempi che corrono, fondata anche su quei principi “molto montani” che sono la responsabilità, la solidarietà e la sussidiarietà. Qualunque altra soluzione sarebbe di basso profilo, di ripiego, di attesa, di involuzione, per non dire di funerale definitivo della montagna e delle Terre Alte, intese come entità territoriali autonome (concetti da me già espressi invano dal 2008 a oggi in varie lettere a vari giornali locali).
Purtroppo per ora non possiamo permetterci di pensare a grandi aggregazioni vallive e inter-vallive come auspica il signor Mariano Allocco, sarà per il futuro in quanto per il presente è in gioco la basilare sopravvivenza delle “piccole patrie”; sempre meglio comunque di Unioni di micro-comuni o di grandiose Province metropolitane. Le vallate montane non sono la pianura, la collina, la città, la periferia, probabilmente sono una culla della civiltà attuale, quindi sono ben altro e vanno riconosciute e rispettate, non vanno annientate quindi, né tantomeno rese impotenti e irriconoscibili.

ANGELO BONNET
Oulx

 

 

 

 




LO STATO, UN GIOCATTOLO CHE SI STA ROMPENDO

 
Recenti le parole del presidente Napolitano: «Il processo di integrazione europea comporta di necessità una cessione di sovranità da parte dei singoli Stati membri alla Ue»; del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble: «Solo il trasferimento di sovranità permetterà di ristabilire la fiducia nella zona euro»; di Mario Draghi: «Sono fermamente convinto che per ripristinare la fiducia all’interno dell’Eurozona ci debba essere una cessione di sovranità dai Paesi alle istituzioni europee».
A livello europeo lo Stato centrale sta evaporando, il tassello al vertice delle istituzioni si sta rompendo e a breve andranno ridiscussi gli strumenti per la gestione della società che da esso derivano (partiti, sindacati, formazione e scuola, gestione del potere, esercito, ecc.), intanto la finanza da tempo ha rotto gli indugi ed è in fuga in tandem con l’industria.
La congerie di strumenti, organizzazioni e istituzioni, insomma tutti gli “apparati” su cui si basa il governo della società, sono ritagliati per funzionare all’interno di uno “stato-nazione” che da contenitore stagno è diventato un colabrodo e da cui la “sovranità” sta evaporando in modo travolgente.
Gli attuali stati-nazione europei sono figli della prima industrializzazione, quando nuove dinamiche imposero politiche adeguate al tempo e agli eventi, e i confini divennero ampi e altri rispetto a quelli ereditati da un medioevo lasciato alle spalle. Industrializzazione, capitalismo, inurbamento delle masse, gestione centralizzata del potere e della violenza, nuove dinamiche sociali nel giro di due secoli imposero l’attuale organizzazione statuale mentre l’Occidente affermava la sua primazia a livello mondiale.
L’Europa passò dalla signoria allo Stato nazione retto da monarchie prima e da repubbliche poi, con un processo che ci ha portati, con un percorso anche doloroso e tragico, all’attuale concetto di democrazia, anch’essa ritagliata a misura di un contenitore che si era imposto come strumento per il governo di comunità e territori i cui confini erano stati disegnati per lo più da dinamiche conflittuali.
Tutto quanto iniziò quando si riscoperse che la Terra era rotonda, scoperte geografiche e grandi traversate oceaniche dimostrarono che il mondo era tutto quanto raggiungibile, le distanze si accorciarono e si iniziò a fare affari con tutti, imponendo una gestione della violenza in cui l’Occidente era maestro.
Col terzo millennio e il potente salto tecnologico del web il concetto di distanza è nuovamente e radicalmente cambiato, le comunicazioni avvengono in tempo reale e si raggiunge ogni angolo del mondo guardando un piccolo schermo, altri confini si stanno disegnando, ma la primazia non è più dell’Occidente. Proprio la gestione del tempo scandirà le rivoluzioni organizzative prossime, il concetto di “just in time”, termine mutuato dal mondo industriale, la disponibilità immediata di quanto serve senza avere accumuli e riserve, senza perdite di tempo e denaro, sta affermandosi nelle regole generali che governano la società e questo approccio sarà imposto prima di tutto al processo decisionale.
Il tempo diventa la variabile più importante da governare, ma il tempo è qualcosa di indispensabile per i processi democratici che di tempo si alimentano e qui sta la questione da risolvere, qui sta la scommessa sul piano organizzativo. Il processo decisionale nelle strutture democratiche prevede passaggi, mediazioni, processi e ritualità che impongono tempi sempre più incompatibili con regole che governano un mondo impersonale che è quello del mercato dove le decisioni vengono prese secondo le regole del “just in time”.
Il primo tassello ad essere messo in discussione in Europa è lo Stato nazione così come è stato disegnato e organizzato negli ultimi due secoli, di conseguenza tutta la struttura organizzativa che ne deriva è in evidente difficoltà perché il contenitore in cui deve funzionare sta evaporando. La “sovranità nazionale” è sotto schiaffo, le decisioni strategiche non sono prese dai parlamenti nazionali, vengono paracadutate dall’alto, da essi vengono semplicemente sottoscritte e dello Stato rimane in evidenza solamente apparato e ritualità e a livello di esecutivi si impongono metodi e procedure da consigli di amministrazione.
I fondamentali dell’Occidente sono in discussione, nuovi strumento organizzativi andranno pensati e dovranno avere orizzonti sufficientemente ampi che permettano di guardare oltre ambiti ormai scaduti, ma non sarà un processo che richiederà decenni, questione di poco, credetemi! L’Europa dovrà cercare di unire idee, persone e energie guardando oltre a patrie volute da interessi ormai evaporati, la scommessa è quella di recuperare e mantenere all’interno del “limes” europeo la sovranità che sta evaporando dagli stati centrali.
Dovremo essere capaci di pensare e progettare un avvenire possibile unendo idee, energie, potenza e progetti guardando oltre una organizzazione ormai vecchia, recuperando confini, dimensioni, storia e esperienze da un passato che ha lasciato tracce in Europa e le cui radici sono rimaste vitali nonostante secoli di abbandono. Ne saremo capaci?
Una storia antica e nobile unisce le nostre montagne alle regioni del Midì e della Catalogna, le regioni dell’Arco Latino sono una grande Euroregione nel cuore mediterraneo dell’Europa e il Mediterraneo è un laboratorio politico su cui riportare l’interesse di una Europa sbilanciata verso le capitali del Nord. Sono certo che dalle Alte Terre si possa contribuire a pensare un avvenire possibile e vale la pena iniziare un approfondimento e un confronto che guardi oltre a confini e apparati che stanno passando alla storia.

MARIANO ALLOCCO
Prazzo (Cn)

 

 


 

 

 

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