LETTERE AL DIRETTORE

18 Luglio 2013 - 12:11

LETTERE AL DIRETTORE

IL BANDOLO DELLA MATASSA 


La crisi, il lavoro, soluzioni per i disoccupati… ormai siamo testimoni di un ciclo infinito di dibattiti, incontri televisivi sull’argomento. A questo punto è ora di suggerire altre strade per risolvere un problema vitale per il nostro paese, ossia l’estinzione del primo bene del cittadino denominato “lavoro”. Queste strade si scostano dall’analisi che da tempo è sbandierata da alcuni studiosi, dalla politica e soprattutto convalidata da alcuni media. Analisi in cui si sostiene che la crisi finanziaria del 2007/2008 é sostanzialmente la causa principale del crollo del nostro sistema industriale, dimenticando che altre ragioni da una decina d’anni avevano già indebolito il nostro sistema produttivo.
Tutti coloro che hanno vissuto nel sistema industriale o produttivo dagli anni sessanta ad oggi, in vari settori e soprattutto nelle più disparate mansioni, possono esporre idee completamente sconosciute a chi attualmente annuncia soluzioni per la mancanza di lavoro. Da questo trascorso si evidenziano alcuni aspetti, assolutamente ignorati dai politici, per comprendere da dove arriva il lavoro e come si sviluppa.
Partiamo da una breve descrizione da dove inizia una qualsiasi attività industriale: verificato, con esami commerciali, la possibilità di collocare un manufatto sul mercato, si passa alla fase di studio ed alla realizzazione dei prototipi del prodotto con la conseguente industrializzazione, il tutto racchiuso nella “ricerca industriale”. Proprio la “ricerca” di prodotti innovativi era ed è la priorità che l’industria deve imporsi, soprattutto associata ad un costo del lavoro competitivo. In altre parole: “bisogna poter seminare l’industria in un terreno fertile”. Queste erano e sono le due regole basilari per imporre i prodotti nel mercato e dare vita ad una ricaduta di lavoro. Inoltre, in aggiunta alla manodopera dell’industria primaria, responsabile del prodotto commercializzato, parecchio lavoro arriva dall’industria secondaria (piccola industria) per la produzione dei componenti accessori al fine della realizzazione del prodotto primario. Terzo ed estremamente importante è l’apporto di lavoro qualificato che giunge dalla costruzione dei mezzi di produzione per i nuovi cicli produttivi (costruzione degli impianti e delle macchine operative).
Tale sequenza operativa era ed è il punto di forza della nostra splendida industria, con la prerogativa che la “ricerca” è quasi sempre arrivata dalla pancia delle grandi industrie. Lungo è l’elenco dei prodotti o lavorazioni nati nelle nostre fabbriche da idee e nuove esigenze che per decenni hanno subordinato e sviluppato il nostro benessere. Pensiamo ai successi della tecnologia del pneumatico “radiale”, successo mondiale, pensiamo ai successi con l’impiego delle fibre artificiali per l’industria tessile, pensiamo ai successi delle macchine utensili soprattutto dei centri di lavoro con il controllo numerico, pensiamo alla ricerca per la lavorazione o il montaggio di prodotti su linee automatiche a multistazioni robotizzate (l’Italia non aveva concorrenti), pensiamo al trasferimento ed all’adattamento del motore “diesel” sulle autovetture, pensiamo all’impiego della tecnologia delle lamiere a spessore differenziato (Tailored blanks) nello stampaggio delle scocche per la carrozzeria automobilistica (riduzione del peso e maggior sicurezza passeggeri), pensiamo... ecc., ecc., e questa è la storia passata di alcune avventure industriali comprese tra la produzione di cioccolatini e la produzione di motori per aerei!
Ed ora? Non ci sono più idee per produrre? È la crisi finanziaria del 2007/2008? É la globalizzazione? É la tassazione eccessiva sul lavoro, accompagnata da una burocrazia soffocante? É la mancanza di ricchezza nelle tasche dei cittadini italiani? Purtroppo tutti eventi che hanno concorso a creare una profonda sfiducia in chi desiderava realizzare una buona industria o, peggio, hanno determinato la chiusura o la delocalizzazione dei centri produttivi. E tutto ciò è avvenuto nella completa indifferenza e complicità di chi doveva controllare la rotta della nazione, sono decenni che l’industria non è nell’elenco delle priorità dei governi. Chi vive in aree d’Italia in cui era presente una concentrazione industriale superiore alla media europea, come nella provincia di Torino, ha visto avanzare, da parecchi anni, un cimitero di “officine” con una sconvolgente disinteresse dei principali partiti: Pd, Pdl, Lega.
Particolarmente grave è la responsabilità del “partito dei lavoratori”, il Pd torinese, che innegabilmente aveva informazioni certe dai sindacati sulla diffusa e drammatica recessione dell’industria! Nel frattempo, da vent’anni in Italia, la politica ha sostenuto le cattedrali nel deserto, le grandi opere come il Tav, un progetto con parametri inadatti al territorio italiano, come aveva ben compreso Mario Schimberni (importante industriale passato al vertice delle Ferrovie dello Stato). Il dottor Schimberni richiedeva la modernizzazione delle ferrovie con progetti leggeri ed economici, ma si scontrò con il potere politico (Carlo Bernini ministro dei trasporti) e dovette abbandonare le Fs (anno 1990). L’imposizione politica della faraonica Alta Velocità (forse già spesi 90/100 miliardi di “euro” con incrementi del 600 per cento sul budget iniziale) come soluzione per il trasporto dell’8 per cento dei passeggeri, è l’indicatore dell’inizio di un potere politico senza etica, dove le vere necessità dei cittadini non rappresentano le priorità per chi ci governa.
Infatti, la scomparsa progressiva delle fabbriche è passata nella più completa indifferenza fino a quando il calo dell’occupazione rappresentò l’enorme dramma per l’Italia. E oggi? Ai cittadini italiani più attenti il quadro che appare in questo momento è simile alla situazione del primo dopoguerra, ossia un panorama di fabbriche chiuse o bombardate, ma con la grande differenza che i responsabili delle “bombe sulle fabbriche” furono per volontà popolare “allontanati”, mentre i fautori delle nuove “bombe virtuali” sono ancora tutti in prima linea. Dalle sbandierate e salatissime manovre del precedente governo alle tante chiacchiere dell’attuale, chi ha un passato di lavoro percepisce nella nuova politica una profonda incapacità e nessun progetto convincente e concreto per arginare la devastante tragedia del lavoro, ossia trovare “il bandolo della matassa” per uscire dalla crisi.
Si potrebbe, per esempio,
- “ricreare un terreno fertile per l’industria”. Rendere concorrenziale il costo del lavoro delle aziende (riduzione delle tasse e limitare la burocrazia). Riportare l’industria alla ribalta.
- “finanziare le fabbriche del pane un po’ di ricchezza nelle tasche degli italiani”. Lo Stato deve finanziare piccole e medie opere su tutto il territorio nazionale, in questo modo possono essere coinvolte molte industrie: edilizia, meccanica, elettrica, chimica, ecc.) ossia lanciare immediatamente opere di manutenzione (territorio, scuole, strade, acquedotti, ferrovie, ecc.), lanciare commesse per l’acquisto di treni per i pendolari, mezzi pubblici non inquinanti per i centri urbani, ecc.
- “pensare ed agire per realizzare grandi progetti come nel primo dopoguerra”. Invogliare le aziende a riportare la produzione in Italia con agevolazioni finanziarie. Dal prodotto primario si scatena la produzione per altre aziende, piccola industria, commercio, ecc.
- “i finanziamenti a favore delle lobby possono aspettare”. Bloccare le “nuove infinite grandi opere”. Dirottamento di enormi finanze dello stato con limitata ricaduta di lavoro (opere gestite privatamente con le finanze dello stato). È demenziale finanziare un progetto come il Tav-Tac Torino-Lyon (preventivo di 25 miliardi di euro senza un dato a favore e tempi di realizzazione di un quarto di secolo). Bloccare le spese militari fuori “Costituzione”. F35, missioni all’estero, ecc.
- “pensare al futuro”. Agevolare la “ricerca industriale” in collaborazione con l’università/istituti tecnici finanziando piccoli impianti sperimentali per i nuovi prodotti .Questa prassi è importante per entrare nel mercato ed anche per ottenere studenti già preparati per il lavoro (esempi in Germania).

BRUNO FAGGIANI
Almese

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