LETTERE AL DIRETTORE

09 Settembre 2013 - 17:00

LETTERE AL DIRETTORE

FUOCO E LAVORO IN VALLE DI SUSA

Gentile direttore, recentemente ciò che sta accadendo nella nostra valle non ci prefigura purtroppo un roseo futuro e dovrebbe dar da pensare seriamente a tutti.
Cominciamo dai roghi che hanno interessato i mezzi della ditta del signor Benente a Bussoleno che giornali, tv e i soliti politici di complemento attribuiscono senza ripensamenti al movimento No Tav. Quando sono andati a fuoco i nostri presidi abbiamo forse gridato, strappate le vesti, invocato le sette piaghe d’Egitto sulla testa di quei cattivoni dei Sì Tav? No di certo e non mi risulta del resto alcuna solidarietà da quei gentiluomini di cui sopra. Sta di fatto che da allora aspettiamo fiduciosi che bravi e solerti investigatori scoprano qualcosa, ma si prevede una bella archiviazione.
Cosa dovremmo dire allora dei danneggiamenti di vario tipo contro auto di simpatizzanti No Tav? Anche noi ci dobbiamo aspettare in futuro, dopo questi gravi e vili avvertimenti, attentati alle nostre stesse vite? Dobbiamo per questo abbandonare la nostra sacrosanta lotta e lasciare in blocco la nostra terra? Certo a qualcuno piacerebbe, ma non avrà tale soddisfazione! Vorremmo semplicemente che la stessa solerzia e severità nei nostri confronti fosse dispiegata verso chi ci danneggia, ci minaccia e travisa la realtà No Tav anche con le bordate dei grossi calibri dei mass-media. Quindi calma e gesso ed ognuno faccia il suo “lavoro” senza impedire a chicchessia di dissentire democraticamente da qualcosa.
Certo mi chiedo, forse ingenuamente, come dalle nostre parti si possa passare con tanta facilità da un fallimento ad un altro fino ad aprire nuove attività e imprese con le stesse persone, quasi con gli stessi nomi e gli stessi macchinari, ma con quali e quanti nuovi capitali mi rimane difficile da capire. Sarà tutto regolare e legale per carità, ma siamo a posto con gli impegni, i fornitori, le maestranze precedenti? Faccio gli auguri al nostro Benente, che ho sempre visto molto indaffarato e competente al cantiere sin dall’inizio con le prime recinzioni, per il suo futuro lavorativo. Ha visto anche lui però che da noi rimangono solo le briciole e che non si può competere con giganti del settore come la Cmc di Ravenna e che appena non è più servito è stato scaricato.
Allora gli chiedo se è proprio il caso di abbandonare la valle oppure se la sua professionalità potrebbe essere utilizzata per il luogo dove ha finora vissuto e lavorato dedicandosi ad opere più piccole, ma più utili e di durata più certa. Perchè non si rivolge ad Etinomia che persegue un futuro più vivibile, più a misura d’uomo e che ha adesioni anche fuori valle? Chissà, potrebbe cambiare e ritrovare la serenità lavorativa confrontandosi con altre ditte/imprese che non pensano minimamente a lasciare questi luoghi e non aspettano certo la carità fumosa e sinceramente degradante dello Stato.
Vengo quindi alla categoria degli albergatori, senza tralasciare pizzerie e ristoranti, che dapprima gioiscono ospitando le forze dell’ordine, poi si accorgono che ciò preoccupa e allontana i pochi clienti normali che oltre a sentirsi a disagio con simili “turisti”, si trovano poi per le strade anche i posti di blocco e quindi piangono accusando di tutto, anche loro, i No Tav che logicamente possono non essere d’accordo di veder trasformati hotel e luoghi pubblici in caserme? Quindi sarebbe forse opportuno che le benemerite forze dell’ordine e l’esercito rispolverassero qualche cucina da campo e qualche gloriosa branda dai depositi, rimettessero quindi a norma, con l’aiuto di qualche impresa locale tipo quella di Benente, la caserma dismessa più vicina al fortino da difendere e vi si accampassero come loro più aggrada; non sarebbero più in tema col loro lavoro e non confliggerebbero così sul tessuto dell’accoglienza e del turismo normale?
Gli stessi operatori turistici locali potrebbero fare un’indagine di mercato, perchè i clienti si devono cercare e motivare anche con un po’ di fatica, impegno e fantasia visto che non cadono tra le braccia come pere mature e non arrivano coi voli pindarici di Regione e Provincia; scoprirebbero magari che c’è un mondo di gente che anche dall’estero sarebbe interessato a visitare, tra le altre nostre ottime, varie ed uniche prerogative, anche quell’eccezionale “posto strategico e di pubblica utilità” che è il cantiere della Clarea, ormai famoso in tutto il mondo. Forza, quindi, mettetevi d’accordo con agenzie di viaggio, ferrovie ed aerei che c’è da fare i soldi! Volete mettere l’emozione, dopo aver magari intravisto il capriolo, lo scoiattolo, il ghiro o assistito al duello aereo tra il falco e la poiana sopra gli strapiombi della Dora o tra i pini e i castagni del Clarea, di un incontro ravvicinato coi famosi Cacciatori di Sardegna o di Calabria, ormai diventati veri scorridori dei nostri amati boschi, oppure il momento, che davvero vale il prezzo del biglietto, di quando giunti più vicino al cantiere-fortino ci si imbatte negli uomini della Digos che chiedono educatamente i documenti e immortalano nei loro ormai chilometrici archivi elettronici le sospette fattezze dei coraggiosi visitatori giunti chissà da dove?
Naturalmente bisogna darsi da fare a Giaglione e a Chiomonte per attrezzarsi come accoglienza, pulire i sentieri, mettere informazione e valorizzare fontane, abbellire centri storici, wc puliti ed efficienti, insomma il minimo che, in fatto di logistica, fa un Paese più civile del nostro e non c’è bisogno di inventare chissà che cosa perchè basta copiare il più piccolo paesino appena al di là delle Alpi! Certo quando si tornerà a casa, dopo aver visitato per par condicio anche qualche presidio No Tav, si potrà raccontare in che modo realmente si portano avanti certe opere pubbliche in Italia, quello che i valsusini provano sulla loro pelle, e se veramente sono quei terroristi retrogradi dipinti dai media. Qualcuno farà certo il confronto, quando mostrerà la foto del doppio cancello della centrale di Chiomonte, che sembrerà più munito e sorvegliato del famoso Check-point Charlie che divideva in due Berlino al tempo delle spie e della guerra fredda; da loro però non c’erano il pollaio e la famigerata piana del campeggio NoTav.

MARCO BANFI
S.Ambrogio

 

 

LA PAZIENZA DEGLI ITALIANI


Si sa, gli italiani sono un popolo di santi, poeti e navigatori e dunque da queste caratteristiche sicuramente deriverà in qualche misura anche la pazienza. Come fare sennò a sopportare le ripetute “prese in giro” a cui siamo sottoposti da anni, dove trovare la forza per sopportare per così tanto tempo l’inesorabile deterioramento delle condizioni economiche, delle occasioni di lavoro, delle aziende che de-localizzano, della sanità, istruzione, giustizia e trasporti che continuano a degradarsi, aumentando i costi per la comunità e riducendo le prestazioni e i servizi ai cittadini.
Vantiamo, tra gli altri, il triste primato tra i paesi “industrializzati”, di maggior carico fiscale sui redditi da lavoro, cosa che di sicuro non favorisce lo sviluppo e le attività produttive in genere, di una burocrazia invadente e asfissiante che ci accompagna in ogni fase della nostra vita di cittadini e che scoraggia ogni velleitario tentativo di fare impresa. Per tale ragione tra l’altro siamo considerati all’estero un pessimo posto dove investire e sviluppare attività di qual si voglia natura.
Siamo noti per una burocrazia da paese sottosviluppato, per un lento e penalizzante funzionamento della giustizia civile, per una corruzione e un clientelismo da paura, abbiamo un sistema di informazione (stampa e tv) che autorevoli statistiche internazionali collocano intorno alla novantesima posizione al mondo, per autorevolezza e grado di indipendenza. Abbiamo un sistema universitario e scientifico che sta perdendo i pezzi, costringendo i cervelli migliori a trasferirsi all’estero per poter lavorare e fare ricerca. Abbiamo una disoccupazione giovanile alta ed in costante aumento, con la conseguente riduzione di una prospettiva di vita dignitosa per le generazioni più giovani (avere un lavoro, pensare ad una indipendenza economica con la prospettiva di avere una vita affettiva normale per eventualmente formare una famiglia, “metter su casa”…).
Stiamo tagliando paurosamente il livello di welfare incidendo profondamente su giustizia, salute, istruzione e trasporto pubblico, vale a dire su elementi che incidono sulla quotidiana qualità delle nostre vite. Apprendiamo da stampa e tv che dobbiamo fare economia, fare una profonda “revisione di spesa”, tagliare ancora. I governi che si sono avvicendati in questi ultimi anni hanno sempre dichiarato di voler ridurre il debito e si sono solennemente impegnati di fronte ai cittadini/elettori a ridurre e razionalizzare la spesa pubblica, eliminare gli sprechi… ma il debito continua a salire superando l’astronomico livello di 2mila miliardi di euro (!).
In molte altre parti del mondo i cittadini avrebbero certificato il fallimento di quelle politiche e decretato l’allontanamento dei responsabili di tanta pervicace, evidente inettitudine. Ma noi no, noi italiani per nostra disgrazia (e per fortuna di qualcuno) stiamo pazientemente ad aspettare che qualcosa cambi, che arrivi qualcosa o qualcuno che ci porti fuori da questa palude. In questa estate che volge al termine, abbiamo dedicato un gran dispendio di energie emotive ad attendere la conferma (ultimo grado di giudizio) della condanna per evasione fiscale a Berlusconi, ed ancora non abbiamo la certezza se l’individuo in questione sia o meno definitivamente colpevole di altri reati di cui è accusato, come corruzione, rapporti sessuali con minorenni, induzione alla prostituzione ed altre cosucce che avrebbero tolto dignità e ridotto diritti a qualsiasi normale cittadino di questo Paese.
Ma noi italiani siamo pazienti. Tutt’al più ci lamentiamo (sottovoce) in casa con gli amici e stiamo ad aspettare… l’inizio del campionato di calcio che fortunatamente ci distrae un po’. Siamo testimoni inebetiti di squallide e surreali trattative per concedere la grazia, il salvacondotto ad un pregiudicato “più uguale degli altri” in cambio della tenuta di un governo che ci prende in giro con promesse di ogni genere e finte riduzioni di tasse. Quanto importa all’italiano medio di avere l’abolizione dell’Imu o il mantenimento dell’aliquota Iva al 21 per cento se poi vengono introdotte altre tasse (service tax) la cui somma pesa più delle tasse abolite? Quanto farà piacere a molti cittadini sapere che in cambio dell’Imu saranno aumentate altre accise (benzina ed altro) che gravano indistintamente su cittadini di qualsiasi ceto e in proporzione di più sulle classi sociali più deboli? E se tutto questo è il prezzo del ricatto che B&B (Berlusconi e Brunetta) chiedono per non staccare la spina al governo sorretto da questa improbabile coalizione?
Ma gli italiani si sa, sono pazienti, tutt’al più scendono in piazza se fanno parte di qualche corporazione o se sono chiamati a raccolta da qualche sindacato. Abbiamo così poca coscienza di essere dei cittadini e dei diritti/doveri che ci competono, che non ci accorgiamo neppure di essere vessati. Non si parli mai di manifestare come cittadini, aspettiamo sempre l’imbeccata del sindacato di turno o del capo di questo o quel partito, per indossare la bandiera e difendere questa o quella corporazione di cui facciamo parte. Temiamo come la peste gli scioperi di alcune categorie come benzinai, taxisti, autotrasportatori, che con le loro mobilitazioni sono in grado di sconvolgere la nostra tranquilla quotidianità, ma per un’infinità di altre cose non muoviamo un dito, tutt’al più ci indigniamo un po’ prendendocela (sottovoce) con le ingiustizie del mondo.
Siamo fortemente intrisi di ipocrisia e opportunismo, siamo piuttosto inclini ad additare le colpe altrui, e poco disposti ad attivarci per cambiare i nostri comportamenti. Siamo imbevuti della cultura del “predicare bene e razzolare male”, rispondiamo in genere ad una doppia morale, quella pubblica (ultimamente ridotta a livelli vergognosamente bassi da vent’anni di politica fatta da berlusconiani e antiberlusconiani finti, di facciata, che pur di condividere il potere hanno accettato e accettano situazioni indecenti) e quella privata che sostituisce ed annulla la precedente.
Spesso in questi anni torna alla mente la famosa frase attribuita al D’Azeglio all’indomani dell’Unificazione che suona pressappoco così: «L’Italia è fatta, ora facciamo gli italiani». Beh, di italiani “fatti” e anche “strafatti” ce n’è una certa quantità a giudicare dalle poche reazioni che si sentono e si vedono rispetto a questa situazione. Non vorrei mai che la pazienza della moltitudine si esaurisse di colpo, con conseguenze imprevedibili; sarebbe alquanto auspicabile che molti più italiani acquisissero la coscienza di essere cittadini partecipi e attivi e abbandonassero l’atteggiamento da sudditi distratti e facilmente manipolabili da questo o quell’imbonitore di turno. Pazienza e rassegnazione si possono avere rispetto a qualche calamità naturale, come ad esempio l’invasione delle cavallette, ma non sono accettabili di fronte a evidenti, a manifeste e reiterate dimostrazioni di incapacità e spesso di disonestà della nostra classe dirigente, della nostra classe politica.

GIAN MASSIMO MULATERO

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