LETTERE AL DIRETTORE

23 Settembre 2013 - 19:00

LETTERE AL DIRETTORE

CRONACA DI UN PROCESSO NO TAV: LE SENTENZE

Ed ecco l’ultima puntata del processo per i fatti successi durante la manifestazione contro il sondaggio geognostico S66 a Susa.
È lunga, abbiate pazienza, ma altrettanto lunghe e sconcertanti sono state le giornate in aula. Le sentenze sono arrivate a maggio: condanna per sei degli imputati, assoluzione per due. Le condanne sono state ridotte rispetto alle richieste del pubblico ministero, che già aveva evidenziato come i fatti in sé fossero poco gravi e durati pochissimo ed aveva invocato tutte le attenuanti. Gli imputati sono accusati di “aver usato violenza e minaccia nei confronti degli agenti di polizia per costringere gli stessi ad omettere un atto del loro ufficio e specificatamente impedire che i manifestanti di un corteo No Tav raggiungessero il sito S66 dove erano in corso sondaggi geognostici; minaccia consistita nel brandire bastoni contro la polizia e violenza consistita nel colpire mediante bastoni e con pugni e nel lanciare pietre ed altri oggetti”.
Ora, dopo 90 giorni, sono state rese pubbliche le motivazioni delle condanne. Le difese avevano sostenuto che lo spostamento del contingente di polizia dal luogo in cui era collocato al luogo in cui avvenne lo scontro fosse ingiustificato e illegittimo; che i bastoni portati dai manifestanti non rendevano illegittimo il corteo perchè non erano portati come armi ma come mezzi per battere sul guardavia e provocare rumore come segno di protesta; che il corteo non poteva essere bloccato né sciolto benchè non ne fosse stato dato il preavviso al questore, perchè costituiva estrinsecazione del diritto costituzionale di manifestazione del pensiero e di riunione; che lo scontro fu iniziato dalla polizia senza alcuna giustificazione e senza che la carica fosse preceduta dalla prescritta intimazione e da esplicito ordine da parte del responsabile del servizio di pubblica sicurezza; che quindi a fronte del contenimento di fatto illegittimo delle forze di polizia, che per di più usarono gli sfollagente in modo improprio, la resistenza e la protesta di alcuni manifestanti fossero pienamente giustificati e non costituissero reato essendo scriminati dall’articolo 393 bis Cp che prevede la reazione legittima ad atto arbitrario delle forze dell’ordine.
Viene evidenziato inizialmente anche dai giudici che non si trattava del primo sondaggio: erano già stati effettuati due sondaggi e già nelle precedenti occasioni il movimento No Tav aveva organizzato iniziative di protesta con diverse centinaia di partecipanti. In entrambe le occasioni - in una vi era stato anche un blocco della circolazione autostradale e nell’altra un’occupazione della stazione ferroviaria - non vi erano stati scontri. In quelle occasioni il corteo si era avvicinato alla trivella ed aveva contrattato con la polizia un percorso per la manifestazione. Molti dei partecipanti in questo corteo impugnavano dei bastoni o pezzi di legno con i quali battevano ritmicamente il guardavia dello svincolo, lo si vede senza dubbio dai filmati e viene fuori dalle testimonianze.
I giudici ritengono che le forze di polizia abbiano agito correttamente spostandosi per bloccare il corteo, non sapendo esattamente quali fossero le intenzioni dei manifestanti; che fosse legittimo bloccare il corteo che oggettivamente si stava avvicinando alla zona della trivella. L’intenzione del corteo non era quella di andare a bloccare la trivella, ma di fare un’azione di protesta rumorosa per contestare l’esecuzione dei sondaggi ed era stata decisa nel corso di un’assemblea pomeridiana, come affermano tutti i testimoni della difesa in aula - e come era già stato fatto nel corso dei precedenti sondaggi.
I giudici ammettono che “i poliziotti si trasferirono in tutta fretta utilizzando alcuni dei furgoni in dotazione e fecero appena in tempo a schierarsi che i primi manifestanti del corteo iniziavano ad arrivare”. A questo punto ci sarebbe comunque dovuta essere un’interlocuzione tra i promotori del corteo e i responsabili del servizio d’ordine, “al fine di concordare un percorso ed una modalità di manifestazione che tutelasse da un lato la libertà di riunione e il diritto alla manifestazione del pensiero, ma d’altro lato anche il regolare svolgimento dell’attività di trivellazione”. L’ordinanza del prefetto in merito è chiara: il servizio d’ordine deve favorire il dialogo con i promotori e ricorrere ad azioni di contrasto solo quale estrema risorsa. A detta loro l’interlocuzione non è avvenuta “perchè alcuni dei manifestanti non diedero ai responsabili del servizio di ordine pubblico il tempo di arrivare e tennero un atteggiamento che da provocatorio in pochi istanti divenne violento tentativo di forzatura del blocco”. Perciò ammettono che non era presente nessuno dei responsabili al momento dell’inizio dei fatti e non poteva esserci alcuna interlocuzione.
Il violento tentativo di forzatura è in realtà, come riportano gli atti, lo sporgersi di un manifestante per attaccare un adesivo No Tav sul cofano di una camionetta. Gesto di sfida ma non certamente gesto violento. Ma se a posteriori i manifestanti dicono che la volontà era solo quella di applicare un adesivo sul cofano del furgone, per il personale di polizia schierato si trattava indubbiamente, come in effetti era, di una forzatura dello sbarramento che, se si fosse lasciata proseguire, avrebbe consentito al corteo di intrufolarsi nella breccia tra il furgone e il fragile sbarramento di due righe di poliziotti, e dunque di oltrepassare lo sbarramento.
Dopo il brevissimo scontro, durato neppure 30 secondi, avviene la trattativa nel corso della quale viene trovato un accordo sul percorso che dovrà seguire il corteo: in sostanza i manifestanti vengono lasciati passare e il corteo prosegue esattamente per l’itinerario che aveva intenzione di seguire senza ulteriori problemi, senza tentativi di “sfondamento” verso la trivella. Ma i giudici ritengono tutto ciò “irrilevante”.
“La condotta “violenta” di alcuni dei manifestanti giustificò la reazione del personale di polizia schierato, reazione resa necessaria dallo scopo dello schieramento, che era quello di bloccare il corteo, nell’incertezza sul percorso che esso si prefissava di compiere e nella piena consapevolezza che esso mirava a contestare e disturbare le trivellazioni”. La polizia a detta loro non ha fatto una vera carica ma ha avuto una semplice reazione al comportamento di alcuni manifestanti che con “violenza” tentavano di forzare il blocco. L’uso della forza da parte del personale della polizia viene ammesso e giustificato stante la necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’autorità. Comunque il “rapido avanzamento” del personale di polizia provoca la caduta a terra di diversi manifestanti tra cui un invalido sulla carrozzella e il ferimento di alcuni, tra cui Luca Abbà e Stefano Milanesi che riportano ferite sanguinanti alla testa.
La conseguenza di quanto sopra affermato è che a favore dei manifestanti non può essere riconosciuta, per le condotte di minaccia o violenza da loro tenute, sia prima sia durante la cosiddetta “carica di alleggerimento”, alcuna causa di giustificazione in particolare non quella della reazione legittima ad atto arbitrario.
Ciò premesso, poichè agli otto imputati viene addebitato di avere usato violenza e minaccia “in concorso tra loro e con altre persone non identificate con le aggravanti di aver commesso il fatto in più di dieci persone mediante l’uso di armi (bastoni)”, va chiarito che - poichè il corteo era di per sé legittimo, benchè non fosse stato dato l’avviso al questore - non è possibile attribuire la responsabilità a tutti indifferentemente per ciò che è avvenuto per il solo fatto di aver partecipato al corteo. Per rispettare il principio che “la responsabilità penale è personale” (art. 27 della Costituzione) è necessario che sia provato per ciascun imputato che la sua presenza sul posto non era meramente inerte, e che egli invece con la propria condotta ha dato un consapevole contributo causale o agevolatore alla commissione del fatto.
Ne consegue che agli otto imputati non può essere addebitata alcuna responsabilità per le condotte di lancio di bastoni e di torce accese da parte di soggetti non identificati che si trovavano assai più indietro nel corteo e che l’aggravante della commissione del fatto ad opera di più di dieci persone riunite deve essere esclusa, in assenza di accertamento di altri specifici momenti di violenza commessi da altre persone.
Vengono poi elencate minuziosamente le condotte accertate a carico di ciascuno degli imputati. Luca Abbà cammina davanti al corteo vicinissimo al punto dello scontro, porta una bandiera con l’asta e poi lo si vede consegnare a Marco Bailone qualcosa, verosimilmente l’adesivo che poi è stato attaccato sul furgone. Si fa sotto spingendo verso i poliziotti schierati, viene respinto e poi di nuovo avanza. Si vede la bandiera con asta che viene violentemente agitata sia prima sia durante la “carica” perciò Luca Abbà “compì personalmente una azione violenta integrante il delitto di resistenza anche facendo uso del bastone che sosteneva la bandiera”.
Marco Bailone ha ammesso di essersi proteso per attaccare l’adesivo e si comprende che i suoi movimenti sono stati gli stessi di Abbà salvo che era leggermente davanti e non aveva la bandiera; ha comunque visto che Abbà continuava ad agitare la bandiera e dunque anche per lui si ritiene provato che abbia compiuto personalmente una azione violenta integrante il delitto di resistenza in concorso con Abbà.
Fabrizio Berardinelli lo si vede chiaramente battere le mani ben scostato dal posto dello scontro, i giudici scrivono che è ben riconoscibile il viso “spigoloso” di Berardinelli (Lombroso docet??). Subito dopo che inizia il contatto tra Bailone-Abbà e i poliziotti egli anzichè restare fermo dov’è o ritirarsi o dire di stare calmi, si fa subito sotto a dare manforte. “La visione del filmato consente apprezzare il dinamismo, la rapidità e la forza con cui egli interviene a spingere a fianco dei due suddetti coimputati”. Anche egli, “essendo intervenuto in quel momento e in quel modo ha evidentemente visto che Luca Abbà agitava l’asta con la bandiera”; ne consegue che si ritiene provato che abbia compiuto personalmente una azione violenta integrante il delitto di resistenza.
Paolo Patanè urla verso i poliziotti frasi minacciose ed ingiuriose, ha due bastoni in mano con cui batte il guardavia ed è dall’altra parte della strada rispetto allo scontro. Ma quando avviene il contatto smette di battere, di corsa attraversa la strada “per raggiungere i suddetti coimputati e gettarsi nella mischia”. “Le sue intenzioni sono chiaramente aggressive, come si deduce sia dalla velocità e forza con cui accorre, sia dal fatto che egli continua a tenere nelle mani i due bastoni” (ma non lo si vede mai usarli). Anche per lui dunque si ritiene comprovato che abbia compiuto un’azione violenta integrante il delitto di resistenza, in concorso con gli altri, con l’uso di bastoni. È altresì provato il reato di porto dei due bastoni che egli agitava prima dello scontro usandoli come strumenti di minaccia.
Per Maurizio Mura valgono le stesse accuse di Patanè, violenza con l’uso di bastone integrante il delitto di resistenza e il reato di porto di bastone. Massimo Aghemo porta un bastone troppo lungo e la battitura non è giustificazione idonea al suo porto in una manifestazione. “Egli dà soltanto un paio di colpi molto violenti al guardavia”, sul lato sinistro cioè dall’altra parte dello scontro. “E il bastone non si spezza”. “Il filmato non consente di vedere alcuno specifico atto di violenza o minaccia compiuto da Aghemo verso le forze dell’ordine né la sua partecipazione attiva ad atti di violenza o minaccia”, perciò può essere accusato solo di porto di bastone.
“A tutti gli imputati vengono riconosciute le circostanze attenuanti in considerazione da un lato del brevissimo tempo in cui si sviluppò la resistenza, estemporanea iniziativa di singoli, e da altro lato del clima in cui essa venne compiuta; la problematica molto coinvolgente che aveva spinto all’iniziativa di protesta, la presenza del numeroso corteo, l’assordante battitura finirono per esaltare i soggetti meno controllati, ponendoli in una situazione non dissimile da quella presa in considerazione dall’art. 62 n 3 c.p. (aver agito per suggestione di una folla in tumulto). Tali attenuanti vengono ritenute prevalenti sulle aggravanti”. L’aggravante di aver compiuto il reato in più di dieci persone deve essere riqualificata in quella di averlo commesso in più persone riunite.
Alla fine per il reato di resistenza la pena base viene determinata in 7 mesi e 15 giorni di reclusione, leggermente superiore al minimo (in considerazione della pluralità dei concorrenti e dell’uso di bastoni). Per effetto delle attenuanti generiche tale pena viene ridotta a 5 mesi e rimane tale per Berardinelli, Bailone ed Abbà. Per Mura e Patanè è aumentata di dieci giorni per il reato di porto di bastone. Aghemo, responsabile solo di porto di bastone, viene condannato alla pena di 2 mesi di arresto, ridotta per le riconosciute circostanze attenuanti, ad 1 mese e 10 giorni.
Andrea Bonadonna e Stefano Milanesi invece vengono assolti per non aver commesso il fatto. Bonadonna è presente alla testa del corteo, dice ai poliziotti di spostarsi e poi si allontana. Al momento della carica arriva nuovamente davanti e interviene ad aiutare Martino Pinelli, il ragazzo in carrozzella che è stato fatto cadere. Si procura un bastone di una quarantina di centimetri e tenendo in alto il bastone urla qualche cosa. Partecipa poi all’interlocuzione con le forze dell’ordine dopo lo scontro. “Ne consegue che egli deve essere assolto dalla contravvenzione di porto di bastone perchè egli non portava il bastone nella manifestazione ma soltanto se ne procurò uno per un preciso motivo di difesa e lo tenne per breve tempo. Egli deve altresì essere assolto dal delitto di resistenza perchè non tenne comportamenti di minaccia o violenza e, se impugnò il bastone tenendolo per un momento alto sulla testa, è soltanto per difendere Martino Pinelli che con la sua carrozzella era caduto per effetto della carica di alleggerimento”. È credibile, come hanno affermato i testi in aula, che abbia urlato “Basta” e non abbia usato alcuna espressione aggressiva perchè i manifestanti e i poliziotti - sembrerebbe proprio in conseguenza del suo intervento - si ritrassero ed in breve i due schieramenti si divisero e ritornò una relativa calma.
Stefano Milanesi è quasi sempre intento a fumare e osserva ciò che gli accade intorno. Ma non porta alcun bastone neppure per fare battiture e non compie alcun atto di violenza. Ne consegue che la richiesta di assoluzione formulata dal pm non può essere che accolta  

CRISTINA ABBA

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