AVIGLIANA, I QUATTRO CARDINI SU CUI COSTRUIRE IL NUOVO CENTRO URBANO

11 Dicembre 2014 - 23:18

AVIGLIANA, I QUATTRO CARDINI SU CUI COSTRUIRE IL NUOVO CENTRO URBANO

La delibera sulle “Linee di indirizzo” approvata il 25 novembre scorso dal C. C. è –almeno sul piano dei propositi- un fatto positivo.
L’assenza di un condiviso carattere identitario dell’agglomerato urbano di Avigliana, è noto e subìto da tutti gli aviglianesi, indistintamente.  E’ anche convinzione comune che la percezione e l’immedesimazione degli abitanti in un centro cittadino, oggi mancante, costituirebbe un indubbio contributo al recupero di quel carattere identitario cui ho accennato. Ma  che il nuovo ‘centro’ non sia risolto da una piazza, per bella che sia è –dovrebbe essere- altrettanto chiaro a tutti: sarebbe troppo semplicistico e avulso dalla storia plurisecolare dei centri urbani di tutta Europa.
La risistemazione di Piazza del Popolo (confermato quale centro ‘geometrico’ o baricentrico) dovrebbe essere  il risultato, la conclusione di un’operazione ben più vasta; dovrebbe essere la conseguenza logica e coerente di un grande progetto d’insieme che riveda la sistemazione e organizzazione dei principali fattori -funzionali e ambientali- della Avigliana ‘bassa’, non l’inizio separato da esso.

L’urbanizzato novecentesco di Avigliana, nel suo dilagante disordine, nel rispetto della sola legge della casualità, ha (dovrebbe avere) quattro elementi –cardine dai quali generarsi per il suo nuovo assetto: 1) la stazione ferroviaria (snodo della mobilità di primo livello e snodo tra le due parti oggi separate dell’abitato); 2) il tratto rettilineo di Corso Laghi (dall’inizio dell’’Area Riva’ alla stazioneF.S.) da convertire secondo un programma di revisione della viabilità/mobilità di tutta l’area; 3) il complesso Piazza del Popolo-Area Riva; 4) il collegamento diretto con il centro medioevale (meccanizzato).  Il centro urbano della città dell’epoca moderna è questo, è nascosto dietro il modo di organizzare e re-impostare la relazione e le funzioni tra i suddetti punti nodali da cui sviluppare l’intero progetto.
Dunque, il centro non è un punto o lo spazio di una singola piazza: è un ambito ampio, complesso, vario e articolato, legato e intrecciato al suo interno dall’attrazione centripeta esercitata da un insieme molto accogliente, molto stimolante al ritrovarsi, densamente funzionale, equilibrato nell’organizzazione della sua mobilità interna (anch’essa tutta da ripensare), ordinato e coerente nella sua logica compositiva, attento all’alta qualità architettonica… Non è costituito, e determinato, da un solo sito o manufatto, da un solo pezzo, ma dall’interezza di un tutto! Quando ci capita di percepire come ‘centro’ un ambito all’interno di una città è perché esso è il frutto, prezioso, della qualità della struttura di tutto l’insieme che lo circonda, di un disegno urbano –funzionale e formale- appartenente ad una idea, una filosofia ed una visione unitarie. E’ lecito pensare che una tale operazione doveva e poteva iniziare già vent’anni fa.

La citata delibera, molto opportunamente, lega i destini del ‘nuovo centro’ alla soluzione del problema dello stato della scuola media “D. Ferrari”, a sua volta legato alla dismissione del sito industriale SIGEA col quale non si intende più realizzare l’integrazione di un unico polo scolastico con l’istituto “G. Galilei”. Ad avviso di chi scrive si tratta, invece, di un obiettivo tutt’ora da perseguire e non impossibile da raggiungere con l’offerta di cubatura nella nuova piazza del Popolo dove esistono ampi margini per aumentarla e dove il piano economico di investimento pubblico-privato può assurgere a livelli ben maggiori di quelli ipotizzati (perché speculari alla sola dismissione del sito della IGEA) .
Aggiungere una nuova manica a quella già esistente della scuola media significa perseverare  diabolicamente nell’errore di una infelicissima localizzazione e articolazione dei volumi della scuola che, tra l’altro, hanno devastato uno degli scorci più godibili proprio della tanto decantata ‘Area Riva’ nel suo ‘atterraggio’ alle spalle della Piazza del Popolo nel punto di miglior attacco di percorsi di avvicinamento alla rocca e all’abitato del centro storico (con buona pace del PRG che prevede di “..valorizzare ed esaltare i cannocchiali visivi verso il centro storico ..”).
In effetti, quella è la zona che dovrebbe essere deputata ad ospitare l’accesso  a tutte  le vie di comunicazione con lo storico borgo in quota: è il punto che –insieme alla partenza del camminamento pedonale già realizzato dal Comune- offre la soluzione adatta all’insediamento della stazione di partenza/arrivo di un ascensore (di cristallo) che unisca i due ‘centri’: l’unione ineludibilee indispensabile a garantire il successo di entrambi . E’ il punto (e l’occasione) in cui, forse,  rimediare ad un vistoso errore del passato usando il sito per l’organizzazione di attività culturali e di spettacolo all’aperto (sfruttandone la ‘cavea’ naturale) e per rinaturalizzare un prezioso brano paesaggistico. Abbinare a tale zona, dunque, una diversa destinazione d’uso e una ben diversa qualità ambientale, cruciali per la vita, reciproca, dei due ‘centri’.

Il collegamento -facile e rapido- reso operante fra le due piazze (“Conte Rosso” e “del Popolo”), pone coerentemente il tema del ripensamento della viabilità per la mobilità di tutta la zona che da Piazza del Popolo si irradia. A partire dalla scelta di quale mobilità (non quanta). Una scelta ormai condivisa e confermata dalla riorganizzazione di tutti i centri urbani nazionali e internazionali: quella per la mobilità pedonale e ciclabile. Ciò significa che se il tratto di corso Laghi che si affaccia su piazza del Popolo rimane l’attuale, unico asse viario di collegamento Nord-Sud della città, non si può ottenere il centro urbano di ritrovo per il piacere e le opportunità che esso può offrire, ma, come ora, sarebbe usato solo come spazio di scorrimento veloce. Al contrario, l’impegno dovrebbe essere quello verso la riqualificazione e potenziamento degli attraversamenti del suddetto corso principale perché quest’ultimo sia preservato dall’inquinamento, dal rumore e dal pericolo del traffico a motore. Anche la rassicurazione data alle minoranze consiliari sulla previsione di parcheggi andrebbe ben caratterizzata totalmente nella sua destinazione d’uso:  quella pertinenziale, cioè di proprietà dei residenti, ma partire da quelli del centro storico, passaggio strategico e necessari o per riuscire a  pedonalizzarlo (congiuntamente alla risalita meccanizzata). Per questo, è prioritario pensare a questo genere di parcheggi  che vedrebbero la loro collocazione più ‘naturale’ in prossimità della stazione di risalita. In tutti i casi, prima di lanciarsi in parcheggi pubblici,  dovrebbe valere il monito derivante dall’esperienza condotte in città come Torino: evitare parcheggi a rotazione in pieno centro perchè attrattori di traffico automobilistico, traffico che non sarà più annullabile in futuro, pregiudicando per sempre ogni diversa scelta relativa alla mobilità centrale. 

Questi alcuni degli elementi che chi scrive ritiene fondanti il progetto del nuovo centro urbano di Avigliana. Un progetto –non semplice- che molto opportunamente il sindaco ha ribadito essere di competenza e iniziativa pubbliche perché positivo è l’interesse privato (LAURIC snc) ad investire ma prioritaria è la difesa dell’interesse pubblico. A garanzia di ciò è stato giustamente affermato che è utile e necessario il coinvolgimento -e, aggiungerei, l’investimento-  dei residenti di Piazza del Popolo e di tanti altri cittadini, uniti da un programma di adesione e partecipazione alla ricostruzione della parte ‘nobile’ della loro città anche attraverso forme di azionariato popolare(nel Medioevo, tutti i fedeli partecipavano –secondo le loro possibilità ma con orgoglio- alla costruzione della cattedrale per tutta la comunità locale).

Dell’assenza di un centro ad Avigliana si discute da anni e la conclusione è sempre stata la stessa cioè nessuna conclusione. Di diverso, oggi, c’è un nuovo sindaco - persona intelligente- che non disdegna rischiare in prima persona.  E questo, obiettivamente, apre alla speranza.

Arch. Enrico Bettini
Avigliana


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