PERSONE

Andrea Macrì, la seconda vita

Dal crollo del Darwin al sogno paralimpico tra scherma e hockey

28 Dicembre 2011 - 15:53

Andrea Macrì

Andrea Macrì

Non ha ancora vent’anni ma ha già due vite Andrea Macrì, il ragazzo venuto dalle macerie del liceo Darwin di Rivoli. Un mezzogiorno di crollo. Cede un soffitto, soffoca una vita: sabato 22 novembre 2008. Ci rimane sotto Vito Scafidi, 17 anni, la cui memoria ancora oggi se la palleggiano in malo modo.

Fortuna e polvere spediscono invece Macrì all’ospedale Cto di Torino, dove rimane due giorni in coma farmacologico e nove mesi per dare al suo corpo la possibilità di ricorrere in appello contro la sentenza di una “lesione midollare bassa e incompleta”. Oggi Andrea cammina con una stampella e porta in giro per il mondo una barba incolta, più da intellettuale che da guerriero, e un metro e 86 centimetri di vita pura. La sua seconda vita.

Succede che all’Unità spinale del Cto, nel percorso di riabilitazione, gli facciano fare sport in carrozzina. Nelle sedute di canottaggio, basket, scherma e tennis, Macrì sprigiona agonismo e vitalità. Scova nella scherma la miccia da accendere. Oggi è uno dei migliori talenti delle Lame Rotanti di Torino, il primo club italiano per disabili nato nel dicembre 2010. Quattro allenamenti alla settimana e un bersaglio grosso: le Paralimpiadi.

Non basta. All’Unità spinale conosce Claudio Zannotti, che gioca a sledge-hockey nei Tori Seduti di Torino. Il quale gli propone di farsi un giro, giusto per andare a vedere com’è questo sport, ignaro del fatto che Andrea sia diventato un cannibale che appena sente odore di sport si mette a tavola. Macrì va a giocare nei Tori Seduti e in un anno ottiene la convocazione in Nazionale, perché di attaccanti forti e svelti come Andrea ce n’è gran bisogno. Vanno in Svezia e il 20 febbraio vincono il titolo europeo, con Macrì c’è  il compare rivolese Gregory Leperdi, una macchina da guerra, ormai un titano di questo sport.

Andrea è il più giovane della compagnia, morde una medaglia che mai si sarebbe aspettato di mettere al collo. Sono passati solo due anni dal buio del Darwin. Una porta che sbatte è il ricordo primario. Il resto sono macerie, urla, dolore e rabbia, la litania triste di un pomeriggio infinito.

Difficile trovare nella vita di una persona un cambiamento così vorticoso in poco tempo e partendo da una situazione tanto critica. C’è qualcosa che nasce dal miracolo originale, un tubo di 200 chili che ti schiaccia la schiena ma non ti uccide, e che prosegue tra sale operatorie e macchinari. Infine, la svolta. Lo sport. Un treno che parte e si trasforma in allenamenti, aerei, medaglie, sms, giornali. “Second Life”, la chiamano nel mondo virtuale.

Eppure il protagonista non è l’avatar di Andrea Macrì. E’ lui in persona, proiettato come una diapositiva sullo schermo di una vita che stava bruciando come l’inferno. Lesione midollare bassa e incompleta. Oggi il problema più serio di Andrea è: «Un raffreddore che mi porto dalla trasferta in Svezia, faceva un freddo bestiale». Ma certo, il raffreddore.

Macrì è passato da un banco di scuola, da un’aula che doveva essere un nido, a un mondo di grandi. Frequenta l’università, primo anno di Scienze della comunicazione, e pratica sport ad alti livelli. Ha bruciato le tappe. Ha il fisico asciutto da atleta modello e la mente sviluppata dai fatti, dagli eventi.

Quando si è accesa la spia della seconda vita? «Quando mi sono risvegliato dal coma. Mi hanno raccontato di Vito, mi hanno spiegato di me. In quel momento mi sono detto: da oggi voglio vivere ogni minuto del tempo che mi resta per fare quello che riesco a fare, che devo fare. Mi è stata concessa una seconda opportunità, la devo sfruttare al massimo».

Che cosa ricordi, istintivamente, della tua prima vita? «Per un motivo o per un altro, ritorna sempre l’immagine del mio compagno di banco, della tragedia. L’amarezza non se ne andrà mai, soprattutto se penso a quante parole sono state fatte e a quanti pochi fatti siano seguiti. Il Darwin andava intitolato a Vito Scafidi due giorni dopo la tragedia, punto e basta».

Andrea Macrì vive a Caselette con il padre Enzo e la mamma Laura, ha un fratello di 32 anni, Francesco. Questa famiglia ha vissuto per un anno e mezzo nell’appiccicosa melassa dei referti medici e dei semafori  di Torino. La sveglia che suonava per un motivo diverso dal solito e il riposo che assumeva ben altro significato. Una seconda vita anche per loro.

Dice Andrea guardando fuori: «E’ stata durissima per i miei. In quel periodo ho capito cosa sia la fortuna di avere alle spalle una famiglia unita. Due giorni dopo l’incidente vicino a me c’erano dei cugini che vivono in  Calabria: hanno preso il treno e sono venuti. Per starmi vicino. Non puoi immaginare».

Tante altre persone hanno lasciato il segno su Andrea Macrì. I dottori, i compagni di sport, gli esempi di chi sta peggio e rende normale la più dura delle disabilità: «Nell’hockey ho visto giocatori che hanno problemi maggiori dei miei lottare come leoni. E’ uguale all’hockey in piedi: devi avere il fisico, altrimenti nei contatti voli via come una foglia. Ci sono una determinazione e una forza che tra le persone normali non trovi».

Irrompe un altro ricordo-lampo della prima vita: «Quelli in carrozzina li chiamavo paralitici, fatti conto».

Una tappa nel limbo, il ricordo dei traghettatori: «Ho imparato a vivere con la gente. All’Unità spinale ho iniziato a capire cosa c’è dietro la vita delle persone. Loro, i loro parenti, le difficoltà e le speranze. L’università della vita, ecco cos’è quel posto».

Cosa vuoi fare da grande. Procurarti una terza vita, una quarta vita? «Al momento me ne bastano due, ma mi sa che ne arriveranno altre. Studio per diventare un manager, di quelli che organizzano grandi eventi sportivi. Spero un giorno di avere una vita normale. E sempre bella piena».

Un obiettivo extra, un jolly da giocare? «Una vacanza negli Stati Uniti, quanto prima».

Ultimo sguardo al passato: «Il terzo piano dell’Unità spinale. Fisioterapisti fantastici che mi hanno fatto uscire dal tunnel. Non sarò mai abbastanza riconoscente a quelle persone. Ho festeggiato con loro i miei 18 anni, un grandioso buffet in reparto. Il 18 è il mio numero preferito, me lo sono ritrovato anche sulla maglia in Nazionale, senza chiederlo».

Il tempo libero? «In auto. Con tutti gli spostamenti che faccio per andare a scuola e allenarmi, lo trascorro in auto».

La parola magica? «Passione. Passione. E’ la cosa che conta di più».

Qualcosa di cui ti stupisci sempre? «Il sangue freddo quando stavo sotto le macerie, quando ero in ambulanza, quando vivevo in ospedale. Non ho mai dato di matto. Facevo domande ai soccorritori, agli infermieri e ai primari. Ero glaciale. Mi sono sempre informato, ponevo domande, tante domande. Le risposte mi hanno aiutato. Ho appreso come funziona il corpo umano e come funziona la solidarietà».

Andrea Macrì ha tanti amici. Qualcuno ancora dal liceo, anche se le strade di tutti si stanno ramificando. Osserva il mondo di tanti coetanei che hanno ancora il pannolino, vivono e vegetano sulle tastiere, vogano tra l’isterico e il vuoto, molto finti e poco inclini al sacrificio, il navigatore satellitare che non sa manco lui dove portarli. Andrea non giudica. Ma una frase gli scappa: «Meglio zoppo che superficiale come certa gente».

Gli amici più fedeli rimangono la stampella e la scherma. A fine marzo si va in Spagna, ad aprile in Canada. Test internazionali per misurare il sogno olimpico, una cosa che non ha peso, non ha lunghezza né densità ma che si può misurare lo stesso con il cuore.

Nei pochi momenti di pausa, Macrì si rifugia nell’angolo disincantato dei fumetti o nell’eremo della fotografia: «Voglio immortalare tutto di questa vita. La voglio rileggere ogni volta che lo desidero. Guardare le foto tiene collegate le mie vite. Mi piace avere un archivio enorme, tutto da sfogliare come un semplice elenco».

E a proposito di elenchi, ecco l’elenco di Andrea Macrì dei dieci motivi per i quali vale la pena vivere:

1)    La famiglia

2)    La felicità (“E’ determinante”)

3)    La città di Amsterdam

4)    Lo sport

5)    Il sushi

6)    Gli amici

7)    L’amore

8)    Le fotografie

9)    Paperino

10)  Il ricordo della prima vita

 

di Ugo Splendore


marzo 2011

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