PERSONE

Leo Fonzo, comunista d'altri tempi

Era una delle figure storiche della sinistra valsusina

28 Dicembre 2011 - 16:14

Leo Fonzo

Leo Fonzo

Le note dell’Internazionale, suonate da quei nipoti cui era legato da un amore profondo, hanno accompagnato Leo Fonzo nel suo ultimo viaggio lunedì 19 dicembre a Susa. E’ scomparsa all’età di 86 anni una delle figure storiche del mondo della sinistra valsusina. Le esequie, in forma civile, si sono svolte davanti alla sede della Cgil, in piazza del Sole, a pochi metri dalla casa in cui Leo aveva abitato per 40 anni. Accanto a lui, la figlia Antonita, i nipoti Enrico e Riccardo e i tanti parenti, amici e compagni di una vita.
Leo Fonzo era nato a San Martino in Pensilis, in provincia di Campobasso. Aveva cominciato a lavorare come muratore, giovanissimo, subito dopo la quinta elementare. Era molto bravo nel suo lavoro, tanto da guadagnarsi, con il tempo, il soprannome di “mastro” Leo. Emigrato in Argentina per cercare fortuna, conobbe la sua futura moglie e mise su famiglia. «Mio papà aveva un amore smisurato per la musica - racconta Antonita - Mia madre, pianista, dava lezioni ai bambini. Si conobbero così».
Leo e la sua famiglia vennero una prima volta a Susa, dove erano emigrati i genitori, nel ‘56 ma fu solo per pochi mesi. Dall’Argentina ritornarono definitivamente in valle nel 1962 e da quel momento Leo Fonzo fu subito impegnato nelle lotte politiche locali, tra le file del Partito comunista a cui si era iscritto praticamente subito. La sezione segusina del Pci fu tirata su da lui con altri compagni dell’epoca. Fu anche consigliere comunale di minoranza insieme a Giorgio Carnino e Felice Rustichelli.
Gli anni ‘70 furono teatro di grandi lotte sociali. Sulla linea politica del Manifesto, di cui fu co-fondatore, Leo fu espulso dal partito assieme a tanti altri compagni (tra cui Gigi Richetto, Ernesto Meyer e Bruno Alpe) e, in quegli anni, contribuì a far nascere il Collettivo operai-studenti. Sostenevano le lotte dei lavoratori nelle vertenze Assa, cotonifici, Fiat. Per i blocchi della stazione ferroviaria qualcuno del gruppo finì anche in carcere. «Leo è stato uno dei grandi fondatori del Collettivo con Enzo Debernardi e Giarelli - ricorda Bruno Alpe - Era una persona corretta, sincera e impegnata, con grandi ideali. Era molto sensibile e aperto alle amicizie, che coltivava anche con persone che la pensavano diversamente da lui. Era un grande uomo. Se in politica ci fossero più persone come lui sarebbe tutto diverso».
Quando si formò la frangia extraparlamentare del Pci, Leo Fonzo era tra i più anziani del gruppo e, con altri, rientrò nel partito. «Per me, allora giovane, Leo fu un punto di riferimento - spiega Danilo Bar - Mi ricordo le vertenze Assa. Lui era artigiano e, quindi, non direttamemte in fabbrica. Era la dimostrazione vivente dell’unità di intenti tra le diverse esperienze lavorative. Era sempre presente, anche negli ultimi anni, in tutti i momenti di dibattito e di discussuione con una carica ideale molto forte. Le note dell’Internazionale lo hanno rappresentato al meglio, nella sua esistenza vissuta sempre dalla parte dei più deboli».
L’impegno politico di Fonzo non venne mai meno. Seguì tutte le diverse evoluzioni del Pci fino ad approdare al Partito democratico, che riteneva un’esperienza positiva, e sosteneva l’esperienza politica della figlia con interesse e convinzione. Era un uomo di grande cultura pur senza grande istruzione. Amava molto leggere e informarsi su ogni questione. «Quando ero piccola era un papà ingombrante - rivela Antonita - Tutto discendeva dalla politica perchè, secondo lui, così si poteva migliorare le condizioni dei lavoratori e delle famiglie. Avevo l’impressione che lui pensasse che il mio impegno non fosse sufficiente. Ma non era così. Per lui, che aveva preso la terza media con le serali, la mia laurea fu motivo di orgoglio. E gli faceva piacere che facessi politica. Non saltava mai un consiglio comunale. In questo ultimo periodo, l’ho visto diventare fragile ma non ha mai mollato».

di Paola Meinardi

dicembre 2011

 

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