POETA

Così era Gino, il cantore del patouà

Si è spento a Venaus Luigi Vayr, aveva 100 anni

29 Dicembre 2011 - 18:30

Così era Gino, il cantore del patouà

Si è spento, a pochi giorni dal traguardo dei 101 anni, che avrebbe tagliato venerdì 4 novembre, Luigi Vayr, per tutti Gino, la voce del patouà di Venaus, parlata attraverso cui aveva composto decine di poesie, alcune delle quali anni fa erano diventate un cofanetto, con raccolta e cd in cui i componimenti erano recitati dalla stessa voce di Gino Vayr. Una ricerca, quella di Gino durata una vita, portata avanti con rigore anche se un po’ fuori dagli schemi accademici, con una grafia particolare, studiata appositamente da Vayr per il patouà venausino, e condivisa per anni dall’allievo e amico Adolfo Marzo, che in occasione del suo compleanno centenario, lo scorso novembre, gli aveva dedicato una rima, “4 novembre 1910”. 
Luigi Vayr era nato a Venaus il 4 novembre del 1910. Una data non casuale: proprio quel giorno infatti moriva Cerlogne, il massimo esponente dello studio e della diffusione del patouà valdostano, a cui ancora oggi è dedicato il maggiore concorso di divulgazione del francoprovenzale riservato alle scuole. Ultimo di otto figli di una famiglia contadina, dopo le scuole elementari proseguì gli studi in Francia, presso un istituto religioso dei fratelli maristi, fino all’età di 21 anni. Per anni si occupò di commercio di legname, periodo in cui, ispirato dal paesaggio silvestre, amava rievocare opere e versi in italiano, in francese ed in latino. Tutto questo fino a quando, nei primi anni ‘60, considerati la sua conoscenza del territorio ed il suo grado di istruzione, trovò impiego all’Enel, per cui lavorò alla centrale di Venaus fino alla pensione.
Da sempre attratto dalla poesia, dottamente ne cita gli stili e le relativa metrica, e fin dalla giovane età ne compone briose e delicate poesie per occasioni di festa. Soltanto negli anni ‘70, però, spinto dall’amore per la sua terra e per le sue tradizioni, inizia a comporre versi nel dialetto usato da tempi immemorabili dalla gente di Venaus, il “Moda Veno”. Prima dell’interessamente di Luigi Vayr nulla era mai stato scritto in questo idioma, così pazientemente, “Gino” praticamente inventò una forma grafica per tradurre i suoni caratteristici di questa parlata. Questa sua grafia, dove possibile, mantiene i caratteri dell’alfabeto italiano, in certi casi ricalca il francese e ricorre a pochi segni grafici per distinguere suoni non riscontrabili in altre lingue conosciute.
La sua prima uscita pubblica, come poeta francoprovenzale, risale al 13° concorso Effepi, svoltosi a Giaglione il 6 maggio 1995, anche se il suo estro poetico era già conosciuto anche in ambito accademico da molto prima. Il professor Tullio Telmon, proprio sulle colonne di Luna Nuova, nel 1981 scriveva: “La poesia di Luigi Vayr rientra nel filone più legittimo della poesia dialettale, quello dell’osservazione attenta a diretta dei costumi e dei loro mutamenti, quello che può dar luogo alla satira ed all’ironia, quello della vera e propria poesia civile, ora divertita, ora soffusa, ora pronta a rilevare certe contraddizioni tra il progresso e il radicamento culturale”. Un primo autorevole riconoscimento lo ha ottenuto a Coazze, nel 1998, quando presentando realisticamente, seppur ironicamente, le vicissitudini della vita montanara del passato, vinse il concorso “Per rii e per dabon” con la poesia “Nus de montigne-noi di montagna”. In questi ultimi anni ha partecipato a tutti i recital di poesie in francoprovenzale: a Giaglione nel 2001, a Monastero di Lanzo nel 2002, dove ricevette dal presidente dell’Associazione nazionale dei poeti e scrittori d’Italia, Renata Sellani, e dal presidente dell’Effepi, Ornella De Paoli, il riconoscimento di “decano dei poeti francoprovenzali”, a Venaus nel 2003, dove presentò un suggestivo componimento poetico dedicato al suo paese natio, “Bèl Veno”, ed a San Giorgio Canavese nel 2004. Il 28 agosto 2005, in occasione della tredicesima festa interregionale del patois svoltasi a Martigny, in Svizzera, gli è stata conferita la nomina di “Mainteneur du patois” dalla Federation romande et interregionale des patoisants.
«Quella di Gino è una perdita importante per il paese, per la famiglia ma anche per tutti noi che in questi anni abbiamo cercato di recuperare la nostra antica parlata - ammette Ettore Caffo, socio dell’Effepi e uno di coloro che hanno fatto conoscere al mondo l’opera di Vayr - era dotato di una facilità disarmante nel districarsi con la metrica e nonostante fosse molto preciso in tutto quello che faceva e soprattutto nella grafia del patouà, a cui aveva dato delle regole sue, sapeva affrontare le vicende della vita come le sue poesie con la giusta dose di ironia, a volte di autoironia, che secondo me l’hanno reso un personaggio che rimarrà per sempre nella storia del paese».
La sua proverbiale vitalità non l’ha abbandonato fino all’ultimo. Ancora quest’estate ha trascorso lunghi periodi nella casa di montagna di famiglia, in frazione San Martino, facendo brevi passeggiate nei boschi e contemplando dall’alto la sua Venò. A volte l’amico Adolfo Marzo saliva anche lì per dissertare in patouà e giocare a carte, come quando la raggiungeva in borgata Rivo, giù nel fondovalle. Soltanto a metà ottobre un’emorragia interna lo ha costretto a letto. Un decorso rapido e impietoso quello della malattia e venerdì, ad una sola settimana dal suo 101° compleanno, Gino Vayr ha chiuso per sempre il libro delle poesie. Ma il sasso che anni fa ha saputo lanciare nello stagno ha saputo far emergere nuovi appassionati della moda Venò e accanto al delfino Adolfo Marzo adesso c’è uno stuolo di patoisant che presto lo riaprirà quel libro.

di Claudio Rovere

novembre 2011

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