ALPINISMO

La mia sfida alle sette vette più alte del mondo

Daniele Oliva di Bardonecchia sulla quarta cima, il monte McKinley

27 Gennaio 2012 - 18:37

La mia sfida alle sette vette più alte del mondo

E siamo a quattro. Dopo la scalata del monte McKinley, in Alaska, di quest’estate, mancano tre vette a Daniele Oliva per completare le “Seven Summits”, le cime più alte dei sette continenti. Napoletano di origine, con sangue svizzero nelle vene e residente a Bardonecchia, Oliva ha iniziato la sua avventura nel 2003 con la scalata del monte Elbrus, nel Caucaso; l’anno dopo è stata la volta dell’Aconcagua, il monte più alto dell’America del Sud, in Argentina; nel 2008 il Kilimanjiaro, “una passeggiata”, per Daniele.
E il 2011 è stato l’anno del McKinley. Del temuto McKinley. E’ il monte più alto dell’America del Nord, 6194 metri, e si trova in Alaska, dove le temperature raggiungono anche i -50 gradi e la percentuale di riuscita media si aggira attorno al 25-30 per cento.

«E’ un’impresa  che non augurerei neanche al mio peggior nemico - scherza Oliva - É una montagna complicata, da molti viene considerata addirittura più difficile dell’Everest. Per questo è a numero  chiuso: si può scalare solo a maggio e a giugno e bisogna ottenere l’autorizzazione dei rangers del Denali National Park, grazie a un curriculum comprovato di vette, possibilmente extra-europee».
Oliva si definisce “un amatore”, un appassionato, ma il suo curriculum fa invidia a non pochi professionisti della montagna e guide alpine; ha sempre scelto di autofinanziarsi, facendo a meno degli sponsor: «Voglio sentirmi libero - spiega - e scalare perché mi sento di farlo, non perché qualcun altro nutre delle aspettative nei miei confronti».
Così lo scorso maggio ha raggiunto l’Alaska: «E’ stata un’avventura già a partire dall’avvicinamento - racconta Daniele - L’aereo ci ha lasciato in mezzo a un ghiacciaio nei pressi della catena montuosa e da lì abbiamo camminato sette giorni, con 30 chili in spalla e 40 sulla slitta: avevamo con noi di tutto, addirittura alcune taniche di benzina che ci servivano per alimentare i fornelli con cui poter sciogliere la neve e bere. Ogni cosa, anche la più banale e quotidiana, era complicata: prima di andare a dormire, ad esempio, la prassi era segare alcuni blocchi di ghiaccio, disporli intorno alla tenda come protezione dalle raffiche di vento e finalmente coricasi per riposare un po’. Il sole c’era sempre, anche a mezzanotte».
Questi possono sembrare problemi di poco conto, se confrontati con la scalata vera e propria: «Subito dopo il medical camp, l’ultimo prima dell’ascesa, la prima parete ha una pendenza del 60 per cento, insomma, un buon inizio. Proseguendo, il livello tecnico richiesto è ancor più alto, davvero notevole. Per di più ci ha accompagnati la bufera: gli ultimi mille metri di dislivello, sia in salita, sia in discesa, li abbiamo percorsi in mezzo al vento e alla neve. Sicuramente il McKinley è stata la cima che più ha messo alla prova le mie capacità e che, anche per questo, mi ha procurato maggior soddisfazione».

L’avventura non finisce qui. Oliva si sta preparando per la vetta delle vette, l’Everest, catena dell'Hymalaya. E Il 2012 sembra un buon anno per avanzare sulla scalata dei propri sogni, alla volta delle “Seven Summits”.

di Elisa Zorio


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