PERSONE

Piero Gros: 40 anni fa diventava il mostro delle nevi

Lo sciatore valsusino racconta la sua Coppa del Mondo del 1974

11 Marzo 2014 - 13:51

Piero Gros: 40 anni fa diventava il mostro delle nevi

di UGO SPLENDORE

Piero portava i capelli lunghi, come si usava in quegli anni: gli anni settanta. A metà di quella ‘belle epoque’ dello sci, Piero il Grande e i suoi capelli precipitavano come barbari dalla montagna. Niente berretto («…tanto dopo un po’ cadeva»), niente occhiali («…tanto si appannavano, e non vedevi una mazza»). I paletti erano di legno e ci giravi alla larga, non come adesso che li stiri.

Piero Gros da Sauze d’Oulx, classe 1954, lunedì 10 marzo festeggia i 40 anni della conquista della sua Coppa del Mondo. Un’impresa con tanto di record, tuttora imbattuto: l’ha vinta all’età di 19 anni e nessuno ci è più riuscito. Tanti fenomeni precoci, ma mai abbastanza fenomeni per battere il valsusino Piero, detto Pierino, uno dei campioni più amati della Valanga Azzurra.

Oggi Piero Gros osserva da fuori il suo mito, ricorda il suo avatar che sfulminava tra i pali. Gigante in slalom speciale, speciale in slalom gigante. «Ho un solo rimpianto: avere smesso presto, a 28 anni, nel 1982. Forse mi sarei tolto altre belle soddisfazioni. Il fatto è che lo sci mi aveva dato talmente tanto, che ho avuto paura di rovinare tutto».

Cosa ti ricordi di quel giorno, quello della coppa di cristallo? «Eravamo a Vysoké Tatry…». 

Dove scusa? «Vysoké Tatry, sui monti Tatra, in Cecoslovacchia. Un paesino. La coppa in realtà l’avevo conquistata il giorno prima vincendo il gigante. Mi sono fatto la strada dalle piste all’albergo urlando e cantando a squarciagola».

L’avevi mai detto a nessuno, questo? «Mi sa di no».

L’avevi mai sognata, la coppa? «Ho cominciato a sognare nel 1968, quando mi sono fatto fare l’autografo da Jean Claude Killy, uno dei più grandi sciatori di tutti i tempi. Poi l’ho smarrito, naturalmente. Sulla coppa ci ho ragionato solo alla fine, quando era ora di vincerla».

MOSTRI DELLE NEVI

Ecco la carriera di Piero Gros, con chiose di Piero Gros. Nasce il 30 ottobre 1954 a Jouvenceaux, frazione di Sauze. Primo sci club: Sportinia. Primo allenatore: Aldo Zulian. «L’ingegner Carretta ci pagava tutto, sciavamo gratis». A 13 anni passa allo Sci club Melezet (traditore!): lo allena Alessandro Casse, il siluro umano, campione del chilometro lanciato.

A 16 anni la prima convocazione in azzurro: «Ero contento perché i miei genitori non dovevamo più spendere soldi per me». 

A 18, al debutto in Nazionale maggiore, vince il gigante in Val d’Isere (8 dicembre 1972) e lo slalom di Madonna di Campiglio (17 dicembre): «C’era da perdere la testa. Per fortuna non l’ho fatto, grazie anche alla mia famiglia che mi ha insegnato a tenere i piedi per terra».

In Coppa del Mondo, tra il 1972 e il 1975, Piero Gros trionfa 12 volte: 7 giganti, 5 slalom. Pierino sale 35 volte sul podio: 14 secondi posti e 9 terzi. Nel 1976 vince l’oro in slalom alle olimpiadi di Innsbruck. E poi due medaglie mondiali: un argento in slalom a Garmisch nel 1978, un bronzo in gigante a St.Moritz nel 1974. Titoli italiani assortiti: 10.

Che dire? «Una bella carriera. Peccato che in quel periodo ci fosse in circolazione quel mostro di Stenmark, il più forte di tutti i tempi. Con lui di mezzo, mi sono fatto 14 secondi posti…».

Lo svedese è il mostro delle nevi: 80 vittorie, 14 giganti di fila vinti in due stagioni. «Ti dico: io andavo forte e lui mi dava due secondi».

E il tuo compagno di squadra Gustav Thoeni? «Una bella rivalità, ma mai nemici. Siamo ancora molto amici, lui gestisce un albergo a Trafoi, il suo paese. Diciamo che in Nazionale all’epoca c’erano due blocchi, noi e gli altoatesini. E mettiamola così: io e Thoeni eravamo i leader dei due gruppi».

LO SCI SECONDO PIERO

Piero Gros è sempre rimasto nello sci, nella neve. Da due anni è presidente dello Sci Club Sauze d’Oulx, 450 atleti e una sola pista per allenarsi. Ad aprile gliene dedicano una. E ci voleva tanto? In giro c’è gente che ha vinto un decimo e ha la sua statua in paese.

Gros e il futuro dello sci: «Abbiamo una grossa responsabilità nei confronti dei bambini. Li dobbiamo educare e divertire, dobbiamo fargli amare lo sport e la montagna. Dare loro sicurezza. Il mio obiettivo è fargli provare in qualche modo le emozioni che ho provato io».

Approfondiamo il discorso. Partendo da un dato: ai tuoi tempi in Italia c’erano 200mila tesserati, oggi solo 60mila. Che si fa? «Dobbiamo ricostruire la base e lavorare per i giovani. Bisogna creare dei servizi adeguati, cioè piste idonee e strutture efficienti. Non solo nello sci alpino, ma anche in altri sport della neve».

In alta valle di Susa ci sono una quindicina di sci club. In tutto, 1500 atleti. Il Comitato Alpi Occidentali sta lavorando bene: da tre anni è ai vertici delle classifiche giovanili italiane. Poi i talenti si disperdono. Perché? «Perché manca il piano per fargli fare il salto di qualità. Non solo i nostri, è un problema di tutti. Ci vogliono grandi allenatori, come quelli regionali che ci mettono passione e competenza, e un sistema adeguato per assistere gli atleti eccellenti».

In Piemonte i tesserati sono 9mila. Il giro di soldi intorno allo sci, che resta uno degli sport più costosi, sfiora i 25 milioni di euro. Oggi un atleta di 17-18 anni costa alla famiglia circa 15mila euro l’anno: «È qui che bisogna intervenire. Altrimenti il ragazzo si mette a fare il maestro di sci, oppure cerca di entrare in tutti i modi nei corpi militari. Oppure smette, gli passa la voglia».

IDEE PER LA VALLE

Piero Gros non se n’è mai andato. Ha fatto il sindaco di Sauze dal 1985 al 1990, si è impegnato per i Mondiali di Sestriere nel 1997. Alle olimpiadi del 2006 è stato responsabile dei volontari e pure tedoforo. È rimasto l’uomo del monte.

Come ti è cambiata la valle di Susa sotto gli scarponi da sci? «Ha colmato lacune importanti, come la viabilità. Per il resto è rimasta un po’ a corto di idee. Non sappiamo valorizzare le cose belle che abbiamo. E anche i personaggi. Secondo me sono i giovani che devono tornare ad occuparsi di questi posti. Devono mettersi in gioco qui, investire sul loro territorio. Non è detto che si debba andare a New York per fare qualcosa di importante o per realizzarsi».

Continua. «Abbiamo potenzialità mostruose e non le sviluppiamo. Addirittura possiamo creare posti di lavoro. Il 90 per cento degli sciatori che vengono a Sauze è straniero: prima inglesi, adesso anche russi. Dobbiamo imparare a fare sistema. Unendo le forze turistiche del territorio e le eccellenze, da quelle enogastronomiche a quelle tecnologiche».

Idee? «Dobbiamo sviluppare un modello tutto nostro, adatto alla nostra realtà e ai tempi che corrono. Vicino a noi c’è troppa concorrenza: Francia e Valle d’Aosta sono due colossi. Senza dimenticare che la maggior parte degli italiani, quando dice sci, pensa al Trentino Alto Adige. Noi dobbiamo conquistare turisti nell’arco delle quattro stagioni, con un’offerta varia e accattivante. Dobbiamo unire più forze ed elaborare più strategie».


8 marzo 2014

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