PERSONE

Valentina Acciardi: mi riprendo la vita con una mano sola

In un libro il racconto della rinascita dopo l'incidente. Fino al Grande Fratello 13

01 Dicembre 2014 - 23:35

Valentina Acciardi: mi riprendo la vita con una mano sola

di UGO SPLENDORE

C’era una volta la Barbie. Una vita a colori, qualche amico di plastica. Poi un giorno alla Barbie si è rotto un braccio e non sono riusciti ad aggiustarglielo. Lo ha perso in un incidente d’auto. Non guidava lei, guidava un tipo pagato per riportarla a casa, con altre ragazze Playboy, dopo una serata in discoteca. 

Era l’11 ottobre 2003. La Barbie, Valentina Acciardi, un po’ di Almese e un po’ di Torino, aveva 23 anni. Miss di qua, miss di là. Cataloghi, ospitate, piccole parti in piccoli film. Già famosina, già indipendente: un attico a Torino, corteggiatori come se piovesse. Vita in discesa. Poi il buio di uno schianto e il silenzio di un momento irreparabile.

«Quando mi dicono la frase “l’importante è poterlo raccontare”, rispondo che il pensiero della morte non mi ha mai spaventata. La morte è definitiva, la vita invece è piena di possibilità. Ecco, penso che l’importante sia ciò che ti porti in salvo da un’esperienza del genere: la possibilità di vivere ancora, rimettendoti in gioco e facendo qualcosa di grande».

Questa è una storia di lutto e rinascita, di debolezza e forza, presenza e assenza, dignità e sorriso. Ne è venuto fuori un libro, “Mi riprendo la vita con una mano sola”, che a modo suo ci chiama in causa e ci domanda: chi sono i normali? Siamo forse noi che diamo del negro, del frocio, dell’handicappato? Noi che con due mani picchiamo, che con due orecchie non sentiamo e con due occhi non vediamo? 

Si risveglia in un letto d’ospedale, la Barbie. Capisce subito che tutto è cambiato. Comprende, dopo lo smarrimento e il dolore al braccio che non ha più (esiste davvero, si chiama sindrome da arto fantasma), che se si ferma a quel “dettaglio” è finita.

Ci vuole tempo. Ci vogliono persone giuste intorno. Ci devi mettere del tuo. «Sai la cosa più incredibile qual è? Che la mia forza è stata la solitudine. La prima volta che mi sono vista allo specchio, sono crollata. Mi chiudevo in camera a piangere e urlare, la musica a palla. È stato durissimo, ma credo che sia l’unica strada che porti ad un risultato. Riapparire in pubblico senza un braccio è più facile che ritrovarsi da soli in casa. I tuoi mostri te li devi gestire da sola. È lì che la solitudine diventa la tua grande alleata».

Però ci vuole anche un bel carattere per uscire dagli abissi. Non si capisce mai fino a che punto uno ce l’abbia o se lo procuri da qualche parte. «Io quello un po’ ce l’avevo, ed era di marca boema. L’ho ereditato da mia mamma Hana e da mia nonna, Hana pure lei, una geniale pittrice di Praga… innamorata della Sacra di San Michele».

La Vale, così chiamano la Barbie, appoggia lo sguardo sul lago di Avigliana coronato d’autunno e ammantato di luce morbida. «Ho sempre visto questo posto come un luogo introspettivo, quieto, nel quale prendere pillole di relax. Là in fondo ci sono le discoteche. Ci venivo a ballare. Era una vita spensierata. Ero una ragazza che credeva di sapere tutto, compreso su come dove doveva essere il suo futuro».

Invece il demone della notte accartoccia la vita numero uno. Trauma su trauma. Ora la Barbie festeggia due compleanni. Il suo (1° settembre) e quello del burrone: «Prima vedevo tutto con gli occhi da velina. Ego, esibizione, vanità. Dopo l’incidente sono diventata fatalista. Mi viene da pensare che il destino, per togliermi da quella vita un po’ vuota, mi abbia fatto cambiare strada a modo suo».

Non è che ha esagerato un po’? «Forse sì, ma nel mio peregrinare tra gli ospedali ho visto cose peggiori. Che non mi hanno consolato, questo no. Mi hanno però insegnato che non bisogna accettare passivamente. Bisogna lottare. Dentro di noi ci sono risorse inimmaginabili. Dal buio si può tornare. Oggi vedo una luce più splendente nelle cose, anche le più piccole».

La Vale è una repubblica indipendente. In 11 anni ha imparato a fare tutto con la mano sinistra. Si fa lo chignon, si lega le scarpe, scrive col mancino: «È stata la cosa più faticosa. Ci ho messo tutta la cocciutaggine che avevo…».

Sul lato destro ha una protesi. «Adesso sono smontabile come la Barbie!, ho detto la prima volta ai miei genitori. Oggi qualcuno mi critica per questa scelta, ma io credo di dovere spiegazioni solo a me stessa, in questo caso».

La Vale disegna abiti e costumi da bagno, che poi indossa, si pitta le unghie, si trucca. Le sue ciglia fanno flap flap come sempre. La femminilità continua.

Da bonazza, bellissima, bambolina a: disabile, portatrice di handicap, invalida. Anche l’etichetta della Barbie è cambiata. «La gente fa fatica a chiamare le cose con il termine giusto. La vedo imbarazzata. Forse manca una cultura di base nella nostra società, che riguarda il “diverso”. Alla gente fa più paura quello che non ha, che quello che ha».

Pensi che ce la faremo a superare queste barriere? «Io dico di sì. Film, video, libri: c’è sensibilizzazione. E poi ci sono esempi viventi, come Alex Zanardi, che avvicinano questi mondi spesso così lontani».

E con gli sguardi della gente come va? «A dire il vero, li schivavo più prima che adesso. Mi davano fastidio quando erano indagatori. O pieni d’invidia».

E con le gaffes della gente, tipo un bel fusto che ti porge la mano? «Credo di dover essere sempre la prima a togliere gli altri dall’imbarazzo. Ci scherzo su. Un giorno mia mamma mi voleva aiutare a fare una cosa e mi ha detto, vuoi una mano? Si è raggelata, ma era una frase d’amore, come potevo risentirmi? Le ho risposto: di una mano non me ne faccio niente, non è che mi puoi procurare un braccio? E ci siamo fatte una bella risata. Funziona così».

Nel buio, la Barbie ha perso amici che sembravano insostituibili e ha trovato amici che mai avrebbe detto. Ha vissuto storie d’amore, ma essendo esperta di vuoti ha capito sempre in anticipo se un uomo può starle a fianco o no.

Nel buio, la Vale ha trovato nel fratello Alessandro la luce più vera. Benedetto il giorno in cui andò dai genitori ad imporne la ‘fabbricazione’, dice. 

E poi c’è un altro fratello, quello Grande. Edizione numero 13, tra 2013 e 2014. La Vale prende una botta pazzesca di notorietà. «E pensare che non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di candidarmi. Poi un giorno alle Gru mi fermano per un provino. Declino. Loro insistono, mi lasciano il numero di telefono. Ne parlo a casa. E siccome credo un po’ nel destino, decido di partecipare. Lo faccio per provare a dare il mio contributo a una società ancora poco sensibile nei confronti di chi è invalido. Basta guardare le barriere architettoniche che ci sono in giro per capirlo».

Non vince. Dalla casa del Grande Fratello si porta via le immancabili critiche e qualche buona amicizia, ma il bello viene quando esce: trova migliaia di messaggi. Un grazie dietro l’altro, sintetizzabile in: «Mi hai dato la forza di andare avanti, di uscire allo scoperto, di lottare». Non solo disabili. Anche omosessuali e ragazzine in crisi d’identità.

E, come si dice, mo’ sono cazzi.

Nella luce dei riflettori di oggi, la Vale è famosa quanto basta per sentirsi addosso la pressione del pubblico e dei media. La notorietà da Grande Fratello se la porta a spasso, con tutto il bello (i fans, l’affetto, i selfie) e il brutto (i fans che ti seguono al supermercato e quelli che t’interrompono al ristorante per il selfie del giorno). «Ho scoperto una cosa della gente: che è inopportuna. E poi penso che andrebbe educata a pensare prima di parlare. Ma forse chiedo troppo».

La Barbie che sognava di diventare famosa lo è diventata. Percorrendo una strada diversa, più lunga del previsto e tutta in salita. Dalla cima della torre più alta, la Barbie nuovo modello domina passato e presente. E il futuro? «Vorrei diventare mamma e trasformarmi in un emblema di chi lotta contro i pregiudizi, un’ambasciatrice di chi viene discriminato per la disabilità e l’invalidità».


Luna Nuova, venerdì 14 novembre 2014

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