PERSONE

Droni in campo: Agritechno, agricoltura con vista sul futuro

Due bruinesi e una società che «salva» i raccolti

22 Giugno 2016 - 22:05

Droni in campo: Agritechno, agricoltura con vista sul futuro

Dietro una società di servizi nel campo dell’agricoltura di precisione, la Agritechno, fondata nel 2015, si nascondono due menti di Bruino. Le ha incrociate il destino nel parco dietro casa. Io porto a spasso il cane, e tu? Io porto a spasso il drone. Così è nata, come il caso volle, una storia di futuro e di persone che il passato ha mandato a conoscersi.

I signori Agritechno sono Massimo Longo, 50 anni, amministratore delegato della società Agro T18 e micologo (ma intollerante ai funghi: cominciamo bene), e Vittorio Berti, 53 anni, ingegnere elettronico impiegato nel campo delle telecomunicazioni, cresciuto a Orbassano tra i valli di una periferia che dava sulla campagna.

Bruino, tre anni fa. Berti va al parco dietro casa con il cane: «Vedo una cosa ferma a mezz’aria e dico: ah, ecco un drone giocattolo. Però mi incuriosisce il fatto che questa cosa se ne sta lì, stabile, come mai ne avevo viste. Mi avvicino e scopro che lo manovra lui, un mio vicino di casa. E soprattutto scopro che se l’è costruito da solo».

Longo, iniziato al modellismo da papà Manuel Angel Longo, argentino, ex gloria calcistica di Juventus e Cagliari ed ex allenatore del Giaveno, spiega subito: «Sono fatto così. Di solito se c’è una cosa che mi piace, la progetto e me la faccio. Non ho mai comprato un drone in vita mia. I primi li ho fatti volare nel 2010».

Longo e Berti scoprono di avere un’idea comune sui droni: che possono aiutare a monitorare la terra, le coltivazioni. E trasformano l’idea in Agritechno, per offrire servizi nell’agricoltura di precisione sfruttando varie tecnologie. Per mesi il loro ufficio è stata una panchina del parco, tanto quello che muove il mondo sono le idee, non le scrivanie.

Che cosa fa di speciale Agritechno? «Valuta lo stato di salute delle coltivazioni nei tempi giusti. Cioè valuta ciò che avviene prima che una coltivazione si ammali. In pratica, fa prevenzione. Con la quale si possono salvare interi raccolti e ridurre l’impatto dei trattamenti chimici: se un problema lo si affronta prima, si spende meno per curare la pianta, e la cosa fa bene tanto alle tasche del coltivatore, quanto alla terra».

Come fate a monitorare interi campi? «Con droni dotati di macchine fotografiche e telecamere termografiche. In Italia sono già 500 le società che fanno droni, noi cerchiamo quelle riconosciute dall’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile, e che seguano i nostri disciplinari. Abbiamo quasi chiuso un accordo con società di Orbassano che produce droni: utilizzeremo i loro. E per l’analisi del volo ci affidiamo alla Airmap di Trieste».

Quindi non siete voi che andate di persona ad effettuare i controlli? «Esatto. Per i droni ci rivolgiamo a chi si è specializzato nel farli volare, cioè a società che di fatto sono aeronautiche, in regola e con tutte le abilitazioni. Per capire bene la materia, abbiamo preso il brevetto da pilota di drone».

Qual è stato il vostro primo lavoro? «Campo di mais tra Racconigi e Carmagnola: analisi multi-spettrale».

Che cos’è? «Ogni sostanza vegetale ha una caratteristica che si chiama reflettanza, con cui riflette lo spettro solare. Con particolari macchine fotografiche (ne usano una americana che si chiama Tetracam e costa sugli 8mila euro, nda) si può leggere la ‘firma spettrale’ di ogni essenza vegetale, con la quale ad esempio due specie apparentemente identiche vengono distinte. In quel campo erano state piantate più varietà di mais, a nostra insaputa. Il coltivatore non ci ha neanche detto che tipo di trattamento avevano ricevuto. Con un drone a 30-40 metri d’altezza abbiamo identificato le varie specie, con una precisione che ha stupito pure noi».

Quindi voi elaborate i dati che i droni inviano. E poi? «E poi entra in gioco la figura dell’agronomo a terra, il quale in base alle nostre indicazioni va sul luogo e valuta quello che rileviamo, così può consigliare il coltivatore sul da farsi. Di solito si procede all’installazione, vicino alle coltivazioni, di una centralina che raccoglie tutti i dati, dall’umidità alla ventilazione. Gli aspetti agronomici ce li cura Astudio di Carignano, giovane team di periti agrari».

Quali vantaggi porta l’agricoltura di precisione? «Un campo di mais tagliato una settimana prima del dovuto produce granella, nei tempi giusti produce un raccolto pieno che a livello economico frutta almeno il 30 per cento in più. L’importante per noi è trovare partner che vadano sul posto ma che siano vicini, altrimenti al coltivatore l’intervento costa troppo. Se il costo supera il beneficio, inutile farlo».

Agritechno esiste dal 2015. Massimo Longo segue la parte progettuale, Vittorio Berti la parte operativa. Spiegano: «L’offerta di Agritechno è ampia. Studiamo lo sviluppo di droni a terra per scovare e distruggere i focolai delle infestazioni. E poi facciamo formazione ai corsi post-diploma, alternativi all’università e dal risvolto più professionale, che formano tecnici dell’agro-alimentare».

Rivalutazione del ruolo dell’agronomo, riduzione degli impatti ambientali, lotta all’uso irregolare dei droni: Agritechno ha tutto per diventare un punto di riferimento nazionale. Ma quanto è sviluppata l’agricoltura di precisione in Italia? «C’è troppa burocrazia. In Spagna queste cose le fanno da cinque anni. In Borgogna, sui vigneti, da tre. L’Italia è un Paese di micro-coltivazioni: deve perciò puntare sulla qualità e specializzarsi. Guarda l’Olanda. Tutto diresti tranne che sia il maggior produttore di pomodori in Europa. E non è il Paese che ha più sole, si sa. Però ha sviluppato tecniche di coltivazione idroponica e serre ultramoderne».

I prossimi passi di Agritechno? «Realizzare un database contenente analisi con dati climatici, multispettrali e termografici. Ma ci vorrà tempo: in agricoltura non c’è mai una stagione uguale all’altra».

E sul campo? «Meloni. Ben 160 ettari a Mantova. E poi coltivazioni sperimentali di stevia rebaudiana, una pianta sudamericana con cui si fa la Coca cola verde. È un dolcificante ipocalorico naturale. Sviluppiamo i processi di lavorazione, che sono più complessi che per altre piante».

 

di Ugo Splendore

 

venerdì 3 giugno 2016

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