Luca Benedettini rompe il silenzio

L'ex presidente del Rimini torna a parlare di calcio dopo un anno e si toglie qualche sassolino dalla scarpa: "Per salvare al C1 bastavano la metà dei soldi spesi dalle due società riminesi"

20 Ottobre 2011 - 19:08

Luca Benedettini rompe il silenzio

RIMINI - Al cuor non si comanda e il cuore pulsa sempre a tutta verso un prato verde o una sfera di cuoio. Ma quando la passione fa schizzare all’impazzata l’elettrocardiogramma di 400 famiglie di soci-amici il triplice fischio finale è saggio e diventa necessario. Il cuore di Luca Benedettini di quelle pulsazioni si è alimentato per sedici lunghi anni. Una vera e propria full immersion fra uffici di Longiano, Romeo Neri e palazzi delle varie Leghe e Federazioni. Dal 29 giugno 2010, il giorno ‘maledetto’ della non iscrizione alla Prima Divisione, si è messo dolorosamente in panchina e non lo si è più visto in stadi, trasmissioni o sulla stampa. Dodici mesi di ‘disintossicazione’ quasi totale insomma. Un silenzio che rompe praticamente nel primo anniversario da ‘cittadino comune’, confessandosi a cuore aperto fra passato e presente. Senza lesinare alcuni puntini sulle I.

Luca Benedettini, che anno è stato senza pallone?
"Dodici mesi dedicati al lavoro e con un po’ più di tempo per la famiglia. Spesi in maniera quasi totale per la Cocif e a tutela dei nostri 400 soci, il motore fondamentale che ci muove da sempre. Certo, il calcio lo si osserva sempre anche da più lontano, a volte mischiando i ricordi con un pizzico di nostalgia. La passione non si perde mai”.

Guardandosi intorno, va purtroppo paventandosi quanto ‘denunciavate’ da almeno tre-quattro stagioni. Già al momento delle cessioni di Vantaggiato e Lunardini a gennaio spiegaste che si sarebbe arrivati all’epidemia di club dei giorni nostri…
“Era inevitabile. A dire il vero, Vincenzo Bellavista suggeriva a Macalli di ridurre i gironi di Serie C e le squadre di A e B già una decina di anni fa. Purtroppo in Italia si arriva sempre a ratificare le cose quando i danni sono concreti e irreparabili, ma la deriva era segnata da tempo. Purtroppo non solo per le società, perché il calcio va poi a travolgere le situazioni personaoli e aziendali”.

Quindi, tornando indietro rifareste la stessa cosa di un anno fa, quest’anno ha fatto lo stesso il Matera: ha detto stop senza un solo euro di debito a bilancio.
“Noi non avevamo la preocupazione di un crac imminente, ma avevamo visto e capito che ci trovavamo davanti a una crisi spaventosa, la peggiore e più feroce del Dopoguerra. E’ chiaro che tutti i nostri sforzi e le risorse dovevano andare in direzione della Cocif. Chi non l’ha fatto ha dovuto alzare bandiera bianca: penso al Mantova e ad altri ex avversari”.

Sentite ancora qualcuno dell’ambiente?
“Ci sono presidenti e procuratori che saltuariamente si fanno vivi. Abbiamo ricevuto anche diverse proposte e richieste di rientrare nel calcio, ma non ne abbiamo nessuna intenzione. Ci rende però orgogliosi che il nostro lavoro nel tempo e la nostra serietà siano stati apprezzati anche dai massimi dirigenti delle Leghe in cui abbiamo militato. E a tal proposito vorrei precisare una cosa”.

Faccia pure.
“Ho visto un servizio sull’inaugurazione del nuovo campo di Talamello e nell’occasione ho sentito il presidente della Provincia Stefano Vitali parlare di nuovo progetto dal basso e di magnati che investono (“a Rimini li chiamiamo ‘sboroni’” ha detto), pensano solo alla prima squadra e se ne vanno facendo cadere tutto. Mi auguro che il discorso non fosse riferito a noi, perché vorrei ricordare che quando siamo arrivati, ne 1994, ci siamo trovati di fronte una tabula rasa a tutti i livelli. Una società completamente da ricostruire con un settore giovanile praticamente inesistente. Il grosso lavoro nostro è partito proprio da lì: abbiamo iniziato a riallacciare rapporti con le altre società del territorio, creato la Scuola Calcio Vincenzo Bellavista, realizzato la foresteria per ospitare i ragazzini che venivano da fuori, messo in piedi una struttura capace di portare avanti un vivaio di 600 bambini. Seicento. Questo aspetto è cresciuto di pari passo con la prima squadra e diversi ex ragazzi ora sono in giro per l’Italia: certo in una serie B di alto livello è difficile buttare dentro quattro-cinque giovani, ma il segno del buon lavoro svolto sportivamente e socialmente è dato dall’ottimo campionato disputato quest’anno dall’A.C. Rimini con tanti di quei ragazzi lì. Per questo quanto detto dal presidente Vitali mi sembra quantomento ingeneroso e irriconoscente nei confronti di una società che per anni ha investito senza alcun altro interesse economico, lavorato e costruito un progetto partito dal nulla e arrivato a livelli prima mai toccati dall città. Anche perché noi siamo arrivati nel 1994 e gli impianti mi sembrano ancora quelli di allora...”.

In quella stessa A.C. Rimini hanno mosso i primi passi nel calcio dei grandi Luca D’Angelo e Paolo Bravo, con voi per dieci anni.
“Luca l’ho sentito diverse volte durante l’anno e dopo la finale playoff mi sono subito complimentato. Sapevamo che era bravo anche come allenatore e non a caso faceva parte del progetto per portare avanti il Rimini in C1 spendendo probabilmente alla fine la metà di quanto hanno speso le due società insieme, ne sarebbe stato l’allenatore. Paolo è un’altra di quelle figure legate a Rimini e al Rimini: nello scegliere i giocatori guardavamo anche alle persone e a queste cose...”.

Nicola Strazzacapa

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